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Il miraggio dello “stato stazionario”

Creato il 13 dicembre 2012 da Sviluppofelice @sviluppofelice

di Cosimo Perrotta

John Stuart Mill

John Stuart Mill

Gli economisti “classici” sapevano che lo sviluppo dipende dall’aumento della produttività, e questo – a sua volta – dal progresso tecnico. L’aumento della produttività (la capacità di produrre una quantità maggiore di beni con lo stesso sforzo) non ha limiti. Questo processo, pensavano i classici, prima o poi porterà a soddisfare tutti i bisogni di una società. A quel punto cesserà l’accumulazione, e basterà riprodurre i beni consumati di volta in volta. Ciò porterà ad uno “stato stazionario”.

La concezione positiva dello stato stazionario inizia con John Stuart Mill che, nel 1848, vede con favore la prospettiva ravvicinata di una società soddisfatta e benestante, non più dominata dall’ansia del profitto e dal lavoro frenetico.[1]

Per Marx la società comunista arriverà quando il capitalismo avrà compiuto la sua “missione storica”: creare una tale ricchezza da liberare l’uomo dal vincolo dei bisogni naturali, facendolo passare dal regno della necessità a quello della libertà.[2]

Questo approccio ottimista viene ripreso da Keynes. Fra cent’anni, egli scrive nel 1930, i nostri nipoti vedranno la fine del problema economico, cioè della scarsità. A quel punto il vero problema sarà l’adattamento culturale a una situazione del tutto nuova; perché l’uomo si è sviluppato e formato proprio nella lotta contro la scarsità.[3]

Son passati più di 80 anni da quando Keynes scrisse queste cose, e più di 160 da quando le scrisse J.S. Mill, ma lo stato stazionario non è all’orizzonte. Oggi, nelle economie mature, le condizioni teoriche ci sarebbero; ma nella realtà ne siamo lontanissimi.

Quali sono le condizioni teoriche? C’è un forte calo demografico (conseguenza del benessere, come spiegano i demografi). E c’è un aumento fantastico della produttività; grazie al quale basterebbe forse un quarto dell’attuale monte ore di lavoro per produrre tutto ciò che consumiamo, in quantità sufficiente ma non eccessiva. Tuttavia questa situazione, invece di tradursi in meno lavoro per tutti, genera la disoccupazione di molti e lo sfruttamento crescente di alcuni.

E’ vero che le nuove tecnologie fanno nascere nuovi bisogni e creano nuova domanda. Ma ciò non basta a contrastare la saturazione dei consumi tradizionali.[4] Nella rivoluzione informatica in atto, i posti di lavoro distrutti sono molto di più dei nuovi posti creati.

Al tempo dei classici l’accumulazione si basava soprattutto sul fatto che l’aumento dei consumi si estendeva gradualmente ai ceti più bassi (nell’espressione dei classici: i beni di lusso tendono a diventare beni necessari). Ma questo processo non può durare all’infinito. Negli stati del welfare, nel periodo 1950-80, questo tipo di espansione ha raggiunto la saturazione.

In che cosa sbagliavano, allora, quei grandi autori? Essi sottovalutavano tre cose: innanzitutto il dualismo mondiale (che nasce con lo stesso capitalismo).[5] È impossibile che l’economia raggiunga la sua “fine” solo in una piccola parte della popolazione mondiale, mentre l’altra parte combatte ancora per lo sviluppo oppure soffre la povertà e l’oppressione neo-coloniale.

In secondo luogo – anche se lo sapevano – questi autori trascuravano il fatto che il progresso tecnico, guidato dalla ricerca del profitto, crea sempre nuovi bisogni. Se ci fossimo limitati a soddisfare i bisogni già conosciuti staremmo ancora all’economia di artigiani e contadini. Anche se la nascita di nuovi bisogni non riesce più ad evitare la saturazione, il criterio del profitto continuerà a dominare almeno una parte dell’economia.

Terzo. Anche il volto negativo dell’economia del profitto è più difficile da estirpare di quanto non sembrasse a quegli autori. Lo spirito rapace e antisociale che porta alcuni privati ad accumulare a spese di tutti gli altri, invece di attutirsi con la crisi attuale (a cui ha contribuito grandemente), si è esaltato. Il risultato è un capitalismo sempre più selvaggio, che continua ad investire nella produzione di beni ripetitivi per i mercati saturi; oppure investe nella speculazione finanziaria parassitaria; delocalizza appena può, a dispetto dei benefici ricevuti; accentua a dismisura le disuguaglianze per creare povertà e possibilità di sfruttamento anche all’interno delle società del benessere.


[1] J. S. Mill, Principles of Political Economy, 2000, Liberty Fund, on-line, http://www.econlib.org, b. IV, ch. VI.

[2] K. Marx, Il Capitale, III, Editori Riuniti, Roma, 1968, cap. 48, III, p. 933.

[3] J. M. Keynes, Economic possibilities for our grandchildren (1930) , on-line, scanned from Keynes, Essays in Persuasion, New York, Norton, 1963, pp. 358-73.

[4] Fra i pochi che hanno colto la centralità di questo fattore nella crisi attuale, v. Wolfgang Uchatius, “La fine del capitalismo” (Die Zeit), preso da Internazionale, 23-29 dic. 2011, pp. 42-47.

[5] Marx è l’unico dei tre che ne parla, ma poco: v. Il Capitale, I, capp.24-25 e India, Russia, Cina.

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Perrotta_Stato stazionario_Come uscire dalla crisi


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