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Il nome del figlio

Creato il 05 febbraio 2015 da Af68 @AntonioFalcone1

hghTratto dalla pièce teatrale Le prénom di Alexandre De la Patellière e Matthieu Delaporte, autori anche dell’omonima trasposizione cinematografica del 2012 (da noi uscita col titolo Cena fra amici), Il nome del figlio si è rivelato alla visione una piacevole e pregevole sorpresa, vuoi per la regia di Francesca Archibugi, agile, ariosa ed inventiva, che riesce a movimentare non poco l’impatto teatrale originario, vuoi, in particolare, per una cesellata sceneggiatura, opera della stessa regista e di Francesco Piccolo.
Quest’ultima mi è apparsa perfettamente integrata tanto con ogni singola performance attoriale, quanto volta ad una compiuta coralità.
Al riguardo è avvertibile, almeno questa è stata la mia sensazione, un piacevole sapore estemporaneo, da resa recitativa immediata, pur nell’evidente accurata e certosina costruzione del film nel suo insieme, compresi tutti gli elementi tecnici, con un plauso particolare alla fotografia (Fabio Cianchetti), alla scenografia (Alessandro Vannucci), e al ben calibrato montaggio (Esmeralda Calabria).

Valeria Golino e Micaela Ramazzotti (Movieplayer)

Valeria Golino e Micaela Ramazzotti (Movieplayer)

La cena organizzata in un appartamento sito in località Pigneto, a Roma, a cura di Betta (Valeria Golino), insegnante, sposata con Sandro (Luigi Lo Cascio), serioso scrittore di poca fama e professore universitario precario (ma “twittaro” a tempo pieno), genitori di due bambini, che vede come invitati il fratello di lei, Paolo (Alessandro Gassman), gaglioffo agente immobiliare, e l’amico d’infanzia Claudio (Rocco Papaleo), musicista spiantato, si trasformerà improvvisamente in un vero e proprio campo di battaglia.
La miccia sarà accesa da Paolo, una volta comunicato il nome che lui e sua moglie Simona (Micaela Ramazzotti), autrice di un romanzo rosa di grande successo, intendono dare al loro nascituro, ovvero Benito … Un omaggio, tende a precisare il nostro, al racconto di Herman Melville* … Peccato che per Betta, ricordando le origini ebraiche della sua famiglia, così come per Sandro, orientato fermamente a sinistra, il nome evochi tutt’altro personaggio e le sue gesta …

Alessandro Gassman e Luigi Lo Cascio

Alessandro Gassman e Luigi Lo Cascio

Acuta riflessione psicologica ed attento spaccato antropologico del nostro bel paese e del suo attuale tessuto sociale e politico, Il nome del figlio riesce a conferire al “gruppo di famiglia in un interno” la pregnanza simbolica di tutta quell’inconsistenza propria di certa buona borghesia autoproclamatasi “illuminata”, le cui fondamenta poggiano sul velleitarismo e l’ipocrisia, ambedue appannaggio della gente che “dà buoni consigli quando non può più dare il cattivo esempio”. Trattasi di quanti si appellano al passato non come opportuno stimolo per dare vita ad un nuovo domani, con un occhio volto anche alle nuove generazioni (non a caso i figli di Betta e Sandro osservano i movimenti degli adulti chiusi nelle loro stanze, attraverso un elicottero/drone), ma come un retaggio esistenziale elevato alla portata propria di un dogma imprescindibile.

Ramazzotti (Movieplayer)

Ramazzotti (Movieplayer)

Il tutto per conferire un qualche significato alle loro esistenze, una giustificazione ai loro fallimenti, ma senza manifestare interesse alcuno per i propri simili, sempre visti, ove di idee diverse, come un nemico da abbattere e non col quale confrontarsi. Non che dall’ “altra parte”, volendo assecondare il gioco delle opposte fazioni, le cose vadano meglio, vista la cinica spregiudicatezza volta all’arrivismo più becero e tronfio, all’insegna del continuo sorpasso (riferimento voluto per il personaggio di Paolo, ben reso da Alessandro Gassman, che ha non pochi echi del Bruno interpretato dal padre Vittorio nel capolavoro di Risi, Il sorpasso, appunto) o i travestitismi da maître à penser dispensatore di utili consigli, ma fondamentalmente ipocrita, anche nei confronti di se stesso, propri di Claudio (un efficace Papaleo).

Francesca Archibugi

Francesca Archibugi

A prendere in mano la situazione e volgerla verso un toccante umanismo si rivelano essenziali i personaggi femminili, la brava Golino/Betta, apparentemente dimessa e apatica, ma che saprà riportare familiari ed amici al legame sincero proprio di un tempo neanche tanto lontano, e, soprattutto, la borgatara Simona, una Ramazzotti perfettamente in parte, consapevole ed orgogliosa tanto dei propri limiti che delle proprie capacità, espresse con disarmante naturalezza nell’affermare con fierezza le sue origini e considerarle non come un limite, bensì uno stimolo a progredire e guardare con inedita, ruspante, speranza al futuro, conscia di “prendere qualcosa dalla vita di ogni giorno senza trama e senza finale”, come recita citando Cechov la sua voce fuori campo verso la fine del film, che sembra voler augurare la nascita di una nuova Italia al concreto grido di “speriamo che sia femmina”. Un film da vedere, capace di far ridere e riflettere, sincero e mai propriamente accondiscendente, una boccata d’aria fresca nel spesso asfittico panorama del “commedificio” italico.

*Benito Cereno, romanzo breve pubblicato a puntate nel 1855 (Putnam’s Monthly) e poi inserito, leggermente rivisitato, nella raccolta The Piazza Tales (1856).


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