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Il nostro desiderio di consolazione/Giuseppe Munforte

Creato il 08 settembre 2015 da Marianna06

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Da ragazzo mi è capitato di pensare, con uno di quei pensieri incontrollabili che trafìggono l’istante come una lancia e attraversano e irrorano la carne come se fossero sangue, quella sorta di rivelazioni che vorremmo tenere ferme come fari nelle burrasche del quotidiano e che invece si immergono e scompaiono e riaffiorano spesso svuotate dalla disillusione – mi è capitato di pensare, così, con naturalezza, in un momento in cui l’incanto dell’amore mi sorprendeva nella sua pienezza: cos’è Dio se non è qui con noi, proprio qui, in questo momento. Io che in fondo a Dio non pensavo molto, ho sentito di accogliere Dio e che Dio stava accogliendo me, con un’evidenza che non aveva bisogno di parole. Una sazietà che non sopraggiungeva alla fame, una consolazione liberata dall’ombra del dolore. 
Può esserci consolazione senza sentire che qui sia già un altrove? Una consolazione che non ci spenga ma ci proietti, che ci riempia di gioia e di futuro, di attesa – che si leghi alla speranza, alla fiducia. Quando la ferita sia stata accolta, tanto da diventarne custodi, allora, paradossalmente, dalla ferita stessa può derivare forza. In questo, viene toccato il divino in noi possibile. Viene sollecitato. È un territorio pieno di insidie e di facili scorciatoie, di oscurità, dove però si trova anche tutta la luce che ci può occorrere.  [da.. AVVENIRE, 5 settembre 2015]

                                          di Giuseppe Munforte

                     a cura di Marianna Micheluzzi (Ukundimana)

                                     


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