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Il nuovo analfabetismo

Creato il 19 maggio 2013 da Antonio
Una ricerca condotta dell'OCSE qualche tempo fa affermava che metà degli italiani non comprende quello che legge, è il cosiddetto analfabetismo funzionale.
Dura lotta quella contro l'analfabetismo in Italia, ma oggi non sono più i tempi del Maestro Manzi che insegnava all'Italia degli anni '60 come leggere e scrivere nella trasmissione Non è mai troppo tardi. Oggi la faccenda è più seria. L'analfabeta di oggi è istruito, e non è solo italiano, è cosmopolita!
L'analfabetismo di oggi è peggiore di quello che caratterizzava il dopoguerra italiano perché è un analfabetismo che presume di sapere e che rovescia l'assunto socratico che da sempre è stato a fondamento della conoscenza, se non altro perché la conoscenza si nutre di ignoranza, è difficile immaginare che il contrario possa dare gli stessi frutti. L'analfabetismo di oggi invece si nutre di tecnologia avanzata usufruita a basso livello, nel senso che si è utenti finali e passivi di tali strumenti. Spesso si tratta di strumenti che anziché aprirci a nuove esperienze dello spirito e della conoscenza creano una sorta di strato impermeabile intorno a noi, pur dando l'illusoria convinzione di estendere il nostro io. Non sono gli strumenti ad essere usati da noi ma il contrario, siamo protesi dei nostri strumenti, dispositivi nati e cresciuti per tenerli in funzione. La massima di Dawkins secondo cui noi siamo veicoli dei nostri geni subisce una terribile "evoluzione" che mostra in maniera tragica quale sia l'esito di una umanità che rinnega la paralizzante complessità emotiva che la caratterizza e che diventa sempre meno capace di gestire la complessità che si è andata determinando con l'avanzamento delle conoscenze tecnico scientifiche e del "progresso" economico.
Non vedere l'attività economica come strumento di una società alla ricerca del benessere bensì come primum movens di ogni possibile progresso sociale ci ha condotto a una sottovalutazione della enorme complessità che regola le relazioni sociali, riducendo la ricchezza fatta di galassie emotive, sistemi di valori, credenze, tradizioni, speranze e progetti che si sviluppano su scale intergenerazionali all'unico equivalente generale del profitto da misurare in termini quantitativi e inequivocabili, qui e adesso. Ogni recesso di indeterminatezza, che è molteplicità del possibile, è bandito in nome di una univocità quantitativa che misura sull'asse dei costi (e se va bene dei benefici) ogni valore etico e estetico. La semplificazione utilitaristica ha perso l'originaria multidimensionalità del messaggio insito in qualunque attività di scambio, per essere assoggettata alla necessaria esigenza della traducibilità matematica. Il messaggio una volta semplificato si è ridotto all'alfabeto, ha rinunciato al "di più" originale e infine ha perso ogni legame con la propria origine. L'unico elemento sopravvissuto del messaggio è l'alfabeto. E' rimasto solo l'alfabeto e la convinzione che non vi sia altro che l'alfabeto per comunicare e non ci sia altro da comunicare che le lettere dell'alfabeto. Il modello che doveva servire per descrivere il nostro mondo è diventato il nostro mondo.
Questa nostra era della complessità si sta misurando con il contraltare della semplificazione. Una semplificazione che non ha più valore metodologico indirizzato alla traducibilità matematica essenziale al discorso scientifico. Il rapporto dialettico tra semplificazione e complessità si è interrotto, la semplificazione che vedo non è foriera di ulteriore complessità ma di una regressione mascherata da progresso.
Non c'è alcuna garanzia che la complessità abbia una sola direzione, in aumento, può anche diminuire e crollare a stadi inferiori. Può accadere per gli organismi viventi, può accadere anche più rapidamente  per i sistemi sociali. La nostra società presenta aspetti della complessità sicuramente in aumento rispetto alla società di due secoli fa, ma si possono citare casi in cui la complessità ha avuto un crollo. Si pensi alle lettere di un tempo e alle mail o sms di oggi. Quale verso ha imboccato la complessità? Oggi sottolineiamo gli aspetti della complessità che mettono in luce i risultati del progresso che ci vede protagonisti ma difficilmente possiamo ammettere che una conversazione in una cabina di una locomotiva di un tempo sia meno complessa della scena che oggi vediamo nei convogli superveloci. Universi lontanissimi di gente intenta a scrivere sms che non riesce a inviare, suonerie singhiozzanti, ragazzi immersi nella musica con cuffie che disturbano i vicini, insistenti "pronto, pronto, perché non mi senti?", fastidiosi annunci pubblicitari che declamano fantastici confort di cui gode il viaggiatore nel treno freccia rossa (ovviamente fatti salvi i comfort del silenzio e della buona educazione). Se la misura del nostro progresso è la complessità, allora c'è stato uno spostamento di questa dalle relazioni umane ai dispositivi che utilizziamo (o che ci utilizzano). La complessità caratterizza sempre più i nostri strumenti e sempre meno noi stessi, i nostri comportamenti e il nostro linguaggio quotidiano. Il prezzo delle indubbie conquiste sul piano del riconoscimento delle libertà individuali è l'isolamento. L'analfabetismo di oggi è l'anaffettività. La complessità del nostro apparato emotivo lascia il posto alla complessità di quelle che sarebbero dovute essere le nostre protesi, le estensioni dei nostri sensi, e sono diventate l'espressione manifesta della nostra incompletezza.
Del resto non scopro nulla di nuovo, aveva già detto tutto Günther Anders riguardo la vergogna prometeica e prima di lui Karl Marx riguardo l'alienazione, il feticismo delle merci e la perdita del significato della propria azione.

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