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Il piacere, g. d'annunzio

Da Silvy56
IL PIACERE,  G. D'ANNUNZIO
Come una fiala rende dopo lunghi anni il profumo dell'essenza che vi fu un giorno contenuta, così certi oggetti, conservavano pur qualche vaga parte dell'amore onde li aveva illuminati e penetrati quel fantastico amante. E a lui veniva da loro una incitazione tanto forte ch'egli n'era turbato talvolta, come dalla presenza d'un potere soprannaturale. Pareva in vero ch'egli conoscesse direi quasi la virtualità afrodisiaca latente in ciascuno di quegli oggetti e la sentisse in certi momenti sprigionarsi e svolgersi e palpitare intorno a lui. Allora, s'egli era nelle braccia dell'amata, dava a sé stesso e dal corpo ed all'anima di lei una di quelle supreme feste il cui solo ricordo basta a rischiarare una intiera vita. Ma s'egli era solo, un'angoscia grave lo stringeva, un rammarico inesprimibile al pensiero che quel grande e raro apparato d'amore si perdeva inutilmente. Inutilmente! Nelle alte coppe fiorentine le rose, anch'esse aspettanti, esalavano tutta la intima loro dolcezza. Sul divano alla parete i versi argentei in gloria della donna e del vino frammisti, così armoniosamente, agli indefinibili colori serici nel tappeto persiano del XVI secolo, scintillavano, percossi dal tramonto in un angolo schietto disegnato dalla finestra e rendevan più diafana l'ombra vicina, propagavano un bagliore ai cuscini sottostanti. L'ombra, ovunque era diafana e ricca quasi direi animata dalla vaga palpitazion luminosa che hanno i santuarii oscuri ov'è un tesoro occulto. Il fuoco nel camino crepitava; e ciascuna delle sue fiamme era,secondo l'immagine di Percy Shelley, come una gemma disciolta in una luce sempre mobile. Pareva all'amante, che ogni forma che ogni colore, che ogni profumo rendesse il più delicato fiore della sua essenza in quell'attimo.

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