L'articolo di Corrado Stajano sul libro di Aldo Giannuli "Il noto servizio": Il pozzo nero della Repubblica.
Un vero romanzone, un pozzo nero della Repubblica. Si potrebbe definire così il libro di Aldo Giannuli, Il Noto servizio. Giulio Andreotti e il caso Moro (Marco
Tropea editore). Una catena di nequizie conosciute e ignote, dalla
guerra mondiale al sequestro Moro, fa da guida alla ricerca costata al
suo autore quindici anni di lavoro. Giannuli sostiene di aver voluto
scrivere solo un libro di storia, non una spy story . Solo che le
vicende narrate, i nomi dei personaggi, l'equivoco mondo dei servizi
segreti, i misteriosi burattinai fanno del libro, bulimico,
sovrabbondante, un'opera che prende il lettore come un giallo. Ecco qui
gli scheletri nascosti negli armadi, si potrebbe dire.
Aldo Giannuli insegna Storia del mondo contemporaneo
all'Università Statale di Milano, conosce nel profondo gli intrighi
sanguinosi delle trame eversive e delle stragi - è stato consulente di
quella commissione parlamentare - ed è noto per lo scoop dell'«archivio
della via Appia», del 1996; quando scoprì un gran numero di documenti
abbandonati dell'Ufficio affari riservati del Ministero dell'Interno.
Ora ha dato dignità scientifica a un'altra scoperta, quella di
un'organizzazione spionistica fuorilegge che ha operato in Italia dalla
Seconda guerra mondiale agli anni Ottanta: il Noto servizio, conosciuto
anche come Anello.
Il libro parte da lontano. Addirittura dal generale Mario Roatta,
a capo del Sim, il Servizio segreto militare, dal 1934 al 1939, a capo
dei legionari fascisti in Spagna, indiziato per l'assassinio dei
fratelli Rosselli, comandante, in Croazia, nel 1942, della Seconda
Armata, che si macchiò di ignobili e delittuose repressioni. Restò
sempre a galla, Roatta, e fu lui, nel dopoguerra, a dar vita
all'organizzazione clandestina del Noto servizio. La sede principale era
nel centro di Milano, in un palazzone liberty, tra via Statuto e via
Lovanio. Fu un ufficiale polacco, Solomom Hotimsky, dell'armata del
generale Anders, a guidare in un primo tempo il servizio. Agganciato ai
carabinieri della divisione di via Moscova, gli stessi che decenni dopo
saranno tra i protagonisti di azioni poco commendevoli della P2, il Noto
servizio era legato ai servizi militari italiani e americani e alla
Confindustria. Il suo compito era di spionaggio e provocazione nei
confronti del Pci, delle organizzazioni di sinistra e del sindacato; il
golpe militar-fascista era il miraggio non raggiunto, anche se messo in
cantiere. Gli strumenti adoperati con spregiudicatezza andarono dai
sequestri di persona ai traffici di droga e di armi ai delitti
mascherati da falsi incidenti. I rapporti con i poteri criminali, la
mafia, soprattutto, furono costanti. Fecero parte del Noto servizio non
pochi naufraghi della repubblica di Salò.
Aldo Giannuli ha consultato tutti i possibili archivi, ha
studiato migliaia di documenti, ha scovato note riservate, appunti
confidenziali, verbali, rapporti, memoriali, ha scritto una cinquantina
di relazioni per la magistratura. Il libro - manca un indispensabile
indice dei nomi - è prezioso per capire quel che accadde nella politica e
nella società italiana nel secondo Novecento. Un ritratto della mala
Italia. Una miniera, anche se la carne al fuoco è sinceramente troppa.
Perché Andreotti è protagonista persino nel titolo del libro? «Il Noto servizio - scrive Giannuli - fu uno degli strumenti della sua azione politica».
Grande tattico, poco sensibile ai disegni strategici, Andreotti
suggerisce al professore l'immagine centrale del cavallo nel gioco degli
scacchi. (La sentenza che lo condanna per associazione a delinquere di
stampo mafioso, di cui è stato ritenuto responsabile fino al 1980, anche
se prescritta, convalidata dalla Cassazione, dovrebbe essere più che
sufficiente, in un paese normale, per bollare un uomo politico che è
stato sette volte presidente del Consiglio).
Il Noto sevizio ebbe rapporti con Pace e libertà di Edgardo
Sogno, con Luigi Cavallo, «il provocatore» al servizio della Fiat, con
Ordine Nuovo, il Mar di Carlo Fumagalli, persino con Liggio. Tra i suoi
adepti, ben pagati, ebbe giornalisti, avventurieri, doppiogiochisti,
estremisti, Giorgio Pisanò, esponente del neofascismo più esagitato,
padre Zucca, il francescano fascista che nel 1946 nascose nel suo
convento la salma di Mussolini trafugata a Musocco.
Furono caldi gli anni dopo la strage di piazza Fontana del 1969.
Nel dicembre del 1970 il principe Borghese tentò un golpe, bloccato
all'ultimo momento. Di Gladio si saprà soltanto nel 1990, quando
Andreotti ne rivelerà l'esistenza. L'assassinio del commissario
Calabresi fu un'altra tragedia, come l'attentato sanguinoso alla
Questura di Milano, destinato a uccidere Rumor, e qui Giannuli è debole
nel rappresentare la figura dell'attentatore, il finto anarchico
Bertoli. E poi la Lockheed e la catena di stragi.
Dopo le elezioni del 1976 nasce, tra Dc e Pci, il governo di
solidarietà nazionale. Il Noto servizio è più che mai sul chi vive. Le
Br sono all'offensiva. I servizi segreti ufficiali lasciano fare, scrive
Giannuli. Moretti, scrive anche, era un personaggio discutibile,
Senzani il più impresentabile.
Sul sequestro Moro, minuziosamente ricostruito, Giannuli dà
grande importanza al ruolo di Steve Pieczenik, l'esperto del
Dipartimento di Stato americano inviato in Italia per collaborare con
l'unità di crisi del Viminale. Vent'anni dopo, Pieczenik dichiara in un
libro-intervista che la sua missione era stata coronata dal pieno
successo: la morte di Moro, secondo lui (e chissà chi), aveva infatti
scongiurato il crollo del sistema politico italiano.
A Giannuli, che accenna appena al ruolo di Cossiga e trascura la
singolarità che appartenessero alla P2 tutti o quasi i consulenti del
comitato di crisi, sono rimasti sul gozzo soprattutto due interrogativi:
«Perché furono distrutti dalle Br i manoscritti originali di Moro?». E
poi: perché nulla di quanto disse Moro fu «reso noto al popolo», come
avevano più volte promesso i comunicati delle Br?
Corrado Stajano
