Il problema economico dell’Europa

Creato il 31 marzo 2014 da Sviluppofelice @sviluppofelice

di Andrea Salanti

Un paio di mesi fa la Commissione Europea ha annunciato l’intenzione di avviare un’ampia indagine sugli squilibri macroeconomici nei paesi dell’eurozona, ed in particolare un esame approfondito dell’economia tedesca e degli effetti del perdurante surplus della sua bilancia commerciale. Per la verità la notizia non ha ricevuto tutta l’attenzione che avrebbe meritato, anche perché è giunta più o meno in contemporanea con le discussioni sui rilievi all’ultima legge di stabilità che da Bruxelles venivano rivolti all’Italia. Penso però che se ne riparlerà certamente nei prossimi mesi.

Cosa ne sortirà è presto per dire, ma si possono sin d’ora svolgere alcune considerazioni utili a fare un poco di chiarezza sulla questione.

Innanzitutto va ricordato che il problema degli squilibri nei conti con l’estero non ha mai trovato una soluzione soddisfacente a livello internazionale, a causa della fondamentale asimmetria che c’è fra paesi in surplus e paesi in deficit. I primi, infatti, non hanno che l’imbarazzo della scelta su come investire i proventi derivanti dal loro surplus. I secondi invece devono trovare il modo di finanziare i loro deficit: non potendosi indebitare all’infinito, per riportare in equilibrio i loro conti con l’estero essi tendono a ricorrere, fral’altro, ad una svalutazione del tasso di cambio.

Però, manovre di questo tipo sono impossibili all’interno di un’area che utilizza la medesima moneta[1]. D’altra parte all’interno di una medesima area monetaria, quale quella dell’euro, esistono da sempre aree “esportatrici” ed aree “importatrici”, poiché lo sviluppo non è mai geograficamente uniforme. Quali sono allora i possibili meccanismi di aggiustamento?

Possiamo trovare una risposta a questa domanda rifacendoci all’esperienza italiana, da decenni caratterizzata dalla presenza di regioni in surplus quali Piemonte, Liguria e Lombardia (note ai tempi come il “triangolo industriale”), alle quali si è successivamente aggiunto il cosiddetto Nord-Est. A queste fanno da contrappeso regioni strutturalmente in deficit: diciamo grossomodo Sud e isole.

Penso che si possa convenire sul fatto che l’economia delle regioni meridionali negli scorsi decenni sia stata in certa misura sorretta da trasferimenti espliciti (pensioni, sussidi, ecc.), o mascherati (il tendenziale sovradimensionamento, almeno in passato, degli organici della pubblica amministrazione), nonché da investimenti diretti, non sempre giustificabili sotto il profilo della pura convenienza economica, tramite la Cassa per il Mezzogiorno, le imprese a partecipazione statale, oppure agevolazioni ai grandi gruppi privati perché delocalizzassero parte delle loro attività produttive in quelle aree[2].

Ebbene, penso si possa essere tutti d’accordo che allo stato dei fatti sia inimmaginabile che possa accadere qualcosa del genere all’interno dell’Unione Europea, di cui l’eurozona fa comunque parte. Innanzitutto perché non esiste un bilancio europeo di dimensioni tali da poter finanziare interventi del genere, ed in ogni caso i paesi del Nord Europa non acconsentirebbero certo a finanziare un massiccio flusso di trasferimenti o di investimenti con poche prospettive a favore dei paesi dell’area mediterranea.

Restano però altri due processi che abbiamo sperimentato all’interno del nostro paese e che già hanno iniziato a manifestarsi in ambito europeo, e mi riferisco alle migrazioni interne dalle regioni meridionali verso quelle settentrionali ed alle differenze venutesi a creare nei livelli dei salari (non nel pubblico impiego ed in parte nella grande impresa sindacalizzata, ma sicuramente nell’artigianato, commercio, piccole imprese, attività professionali e nella cosiddetta economia sommersa).

Si tratta di processi che, una volta stabilito il principio della libera circolazione delle persone all’interno di una data area monetaria, si manifestano spontaneamente e sono fra loro collegati. Infatti, quanto più si ampliano le differenze salariali, tanto più aumenta l’incentivo all’emigrazione verso le aree con più alti salari. Il problema che inevitabilmente si presenterà in Europa nei prossimi anni sarà quindi quanta immigrazione interna (di cui in questi anni non stiamo vedendo che  i prodromi) saremo disposti a sopportare quale conseguenza di tassi di crescita non uniformi nei vari paesi. Se da un lato tali flussi possono nel breve periodo rendere meno urgenti interventi di altro tipo, nel lungo periodo contribuiscono a perpetuare il divario nelle prospettive di sviluppo impoverendo ulteriormente le aree deboli poiché sottraggono loro il capitale umano migliore (che peraltro queste hanno contribuito a formare). Forse sarebbe opportuno iniziare tutti, Germania compresa, a prendere coscienza del problema.

[1]Questo vale per i paesi in deficit, ma anche – per motivi diversi – per i paesi in surplus quale è la Germania. A questo proposito si veda Giorgio Ragazzi, “Bilance dei pagamenti: l’eurosistema non basta”, lavoce.info, 26.3.2012 (http://archivio.lavoce.info/articoli/pagina1002964-351.html).

[2]So che tali considerazioni potrebbero sollevare obiezioni circa la dimensione quantitativa di tali fenomeni in un confronto Nord/Sud, ma fortunatamentenon è qui necessario avventurarsi in tale dibattito. Questo perché, ai fini dell’argomentazione, non è rilevante l’ammontare assoluto dei trasferimenti (od il loro utilizzo più o meno efficiente), bensì il loro peso relativo rispetto al sistema economico “locale”.

31/3/2014

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