Il Risorgimento italiano: Unità o Colonizzazione?

Creato il 16 novembre 2010 da Mcnab75

   Klemens Von Metternich

L'italiano grida molto, ma non si muove. Se ne ha la prova nella storia degli ultimi trenta anni, durante i quali, malgrado ogni sorta di intrighi, non c'è mai stato in Italia un movimento rivoluzionario nel vero senso del termine.”

In Italia ci si detesta da provincia a provincia, da città a città, da famiglia a famiglia, da individuo a individuo.”

Queste frasi non sono state citate oggigiorno da un esponente leghista in un momento di rara lucidità mentale, bensì dal principe e diplomatico austriaco Klemens Von Metternich nel lontano 1819.

Il che la dice lunga sull'immobilismo della nostra bella patria negli ultimi 200 anni, a dispetto di un'Unità tanto sbandierata ma di fatto ancora incompiuta, di due guerre mondiali (una vinta - con tradimento - e una persa - con tradimento) e di variopinti governi con in comune una perpetua simpatia per i voleri d'oltretevere, salvo nei primi anni del Regno d'Italia, quando la penisola venne unificata per volere della Massoneria e dei protestanti inglesi.

Il punto è che la Storia del nostro paese è un argomento pressoché sconosciuto. Ci raccontano qualcosa, le versioni ripulite, scolastiche, omettendo una miriade di "dettagli" la cui conoscenza cambierebbe forse il comune sentire della gente. Una versione fatta di eroi, bei sentimenti e cattivi da operetta: i Borboni, i briganti, le potenze straniere che non volevano un'Italia unita.

Omissioni che vanno da destra a sinistra, in una par condicio di stampo ignorante che ha come solo scopo quello di dipingere un Paese che è diventato ben peggio di come poteva essere, se gestito in altro modo. La lista di omissioni è enorme. Nel 2011 si celebra il 150° dell'Unità d'Italia. Eccovi quale dettaglio storico di quel lontano 1861, di cui forse non avete mai sentito parlare:

  • Lo sviluppo del sud sotto la dinastia Borbone (dipinto da sempre come lassista e retrogrado), che invece per prima portò l'illuminazione a gas in alcune città italiane, nonché l'istruzione obbligatoria e una certa tutela delle Belle Arti e del patrimonio archeologico locale. Anche la piccola industria e l'agricoltura andavano piuttosto bene, senza contare che nelle Due Sicilie circolava più denaro che in tutto il resto della penisola italiana. Si può dire semmai che il Regno delle Due Sicilie faceva gola ai piemontesi per i suoi sbocchi sul Mediterraneo e, per l'appunto, per le ricche banche che ospitava. Non a caso dopo l'Unità Cavour e soci si affrettarono a sottrarre circa il 20% dell'oro depositato nelle banche meridionali nel giro di pochi mesi: un vero e proprio ladrocinio giustificato da motivi molto materiali e poco ideologici.

  • La parte sociale siciliana che meglio accolse i garibaldini fu quella dei latifondisti, non il popolino. I ricchi proprietari terrieri erano infatti desiderosi di liberarsi dall'ingerenza Borbone nei loro affari, e i “piemontesi” offrivano una forma di restaurazione a loro favorevole. Chi tra i ceti bassi e bassissimi fraintese l'intervento garibaldino come meramente rivoluzionario la pagò cara: i “liberatori” fecero fucilare quei contadini che avevano osato torcere un solo capello ai latifondisti durante l'impresa dell'eroe dei due mondi. L'ordine precostituito andava infatti preservato, cambiando qualcosa solo al vertice più alto. Ossia coi Savoia al posto dei Borboni. (“Cambiare tutto affinché nulla cambi”)

  • I veri obiettivi di Cavour, riconvertito all'unitarismo solo dopo i successi di Garibaldi, di cui non era propriamente amico. Il noto conte fece di tutto affinché il moto di liberazione non divenisse anche rivoluzionario. Il suo intento era infatti quello di annettere I territori delle Due Sicilie alla stregua di possedimenti, se non addirittura colonie. Tentò più volte di mettere il bastone tra le ruote di Garibaldi, arrivando a finanziare un'insurrezione filopiemontese indipendente a Napoli, senza però cavare un ragno dal buco. Senza contare che Camillo Benso lavorava diplomaticamente su più fronti: inglese (amici di Garibaldi), francese, perfino austriaco e spagnolo, scegliendo l'eroe dei due mondi solo per convenzienza politica. La forzata alleanza tra i due servì ai Savoia (e a Cavour) su un piatto d'argento un'Unità d'Italia quasi incidentale e fu utile al conte per arginare quello che era il suo vero nemico, ossia Giuseppe Mazzini, che infatti ricevette il benservito e fu di fatto escluso dal “moto unitario”. Comunque anche Garibaldi ricevette il benservito a cose fatte: sia Cavour che Vittorio Emanuele II lo degnarono appena di una qualche attenzione per l'impresa compiuta, salvo poi sciogliere la sua armata, diventata troppo rivoluzionaria per i gusti della monarchia sabauda.

  • Il profondo senso di razzismo che animava molti politico piemontesi trovatisi ad amministrare uno stato unitario quasi senza accorgersene: il sud veniva definito “africano”, Napoli era paragonata a un “amante purulento al cui fianco è pericoloso giacere”; i meridionali erano trattati alla stregua di bestie, di beduini. Il primo governo unitario era praticamente privo di notabili provenienti dalla classe dirigente sudista. Gli unici tre che avevano degli incarichi di una qualche importanza erano in realtà nobili meridionali che da tempo si erano trasferiti nell'Italia del nord, e quindi lontanissimi dal modo di intendere e volere del popolo.

  • Gli aiuti massonici ricevuti dai garibaldini durante l'impresa: Garibaldi fu forse il massone italiano più noto e celebre dell'Ottocento, anche se oggi molti faticano a ricordarsene. Il generale venne iniziato nel 1844, a soli 37 anni, in Uruguay, e vide nella Grande Opera uno strumento eccezionale per perseguire scopi politici e rivoluzionari. Non a caso i massoni, non solo italiani ma anche inglesi e americani, sostennero Garibaldi per tutta la durata della sua impresa. In realtà tutta la carriera del generale venne tutelata e benedetta dalle sue importanti amicizie, fin da giovane, quando era poco più di un corsaro impegnato nelle guerre rivoluzionarie del Sud America. Furono in particolare proprio gli inglesi a costruire il mito di Garibaldi, proteggendolo perfino da una vecchia condanna a morte e finanziando le sue imprese più note.

  • Gli aiuti mafiosi ricevuti dai garibaldini durante l'impresa: la mafia sostenne economicamente e in armi lo sbarco dei Mille, fin da Marsala, passando per episodi dimenticati dai libri di storia, come per esempio la strage di Bronte. Le “famiglie” non solo offrirono l'aiuto militare dei picciotti a Garibaldi, bensì si adoperarono economicamente per corrompere alcuni ufficiali borbonici, che lasciarono la strada libera agli unitaristi in più di un'occasione. Come già detto poco sopra, i mafiosi reclamarono la loro ricompensa poco dopo, quando le truppe garibaldine furono chiamate a sopprimere i moti contadini che pensavano finalmente di potersi sbarazzare dei borghesi che li sfruttavano. Per contro va detto che anche i Borboni, nella fase in cui la guerra sembrava già quasi persa, ricorsero all'ingaggio dei camorristi come “guardia civile”. L'idea fu del prefetto Liborio Romano, una controversa figura che non tardò a tradire Re Francesco II di Borbone quando la situazione era oramai compromessa.

  • La strage di Gaeta compiuta dall'esercito piemontese-unitarista: la suddetta città, ancora in mano a Francesco II e ai Borboni, venne conquistata dopo una battaglia barbara e spietata, che non risparmiò la popolazione civile, tra cannoneggiamenti selvaggi ed focolai di epidemie di tifo petecchiale. Citando Antonio Ciano (storico risorgimentista): “Un cannoneggiamento barbaro verso la città che ha causato 5 mila morti di cui 867 borboni, 41 piemontesi ma il resto erano tutti civili massacrati dalle bombe che erano rifugiati chi nelle case e chi nei camminamenti di questa fortezza (la fortezza di Gaeta). Sono morti 4 mila gaetani. Ma soprattutto dopo l’assedio, quando la battaglia si è conclusa con un armistizio (il 13 febbraio), ebbene nella zona vicino alle odierne scuole medie c’era una piramide tronca, lì hanno fucilato 2 mila gaetani, 2 mila contadini che venivano ritenuti briganti.” Questo per ordine del generale Enrico Cialdini, spietato luogotenente sabaudo che ebbe poi un ruolo determinante nella lotta agli irregolari filoborbonici datisi alla macchia.

  • La persecuzione dei briganti dal momento della fine del Regno Borbonico in poi: si parla di oltre 250.000 uomini e donne massacrati nei primi dieci anni del Regno d'Italia. Solo una piccola parte di essi erano semplici banditi, gli altri possono essere considerati partigiani ante litteram, per niente desiderosi di essere “liberati” dai piemontesi, vogliosi anzi di combattere quelli che venivano considerati invasori armati e oppressori. Molti dei cosiddetti briganti erano contadini e terrazzieri (braccianti a cottimo, poverissimi), vessati dai “baroni” ancor più che ai tempi della dominazione borbonica. Senza considerare l'introduzione della leva obbligatoria voluta dai piemontesi, e le nuove tasse atte a finanziare il nuovo Regno. I briganti erano piuttosto dei veri e propri soldati irregolari, con un forte consenso sul territorio, appoggiati dai piccoli-medi proprietari terrieri non in combutta coi “liberatori” savoiardi, e perfino dalla Chiesa. Dal vicino Stato pontificio arrivavano aiuti e costanti incitamenti alla lotta armata senza quartiere contro uno Stato che aveva espropriato i beni dei conventi e minacciava la stessa sopravvivenza del potere temporale del Papa. Come già detto l'esercito regolare operò una vera e propria caccia all'uomo nei confronti dei briganti, che causò l'incredibile numero di morti riportato in precedenza.



L'Italia all'alba della Prima Guerra d'Indipendenza (1848)
 

Visto che siamo alle soglie del 150° anniversario dell'Unità d'Italia, fatevi un regalo: acquistate un buon saggio imparziale e onesto, e studiate la storia del nostro Paese. Posso per esempio consigliarvi Il sangue del Sud, scritto da Giordano Bruno Guerri e uscito di recente. Un buon libro, fruibile anche da chi non ama questa materia, in grado di mettere in luce le pagine più oscure di una vera e propria guerra civile fatta da pochi eroi e molti ruffiani.


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