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Il rito

Creato il 12 marzo 2011 da Taxi Drivers @TaxiDriversRoma

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Il film segue le vicende del seminarista Michael Kovak che dall’America è inviato a studiare esorcismo in Vaticano, nonostante i dubbi su questa pratica controversa e, perfino, sulla sua stessa fede. Indossando un profondo scetticismo come corazza, Michael sfida i suoi superiori invitandoli a rivolgersi alla psichiatria, per trattare le persone afflitte da sedicenti possessioni. Solo quando incontra il poco ortodosso Padre Lucas (Anthony Hopkins): un leggendario sacerdote che ha eseguito migliaia di esorcismi, le certezze di Michael cominciano a cedere. Ormai è coinvolto in un caso inquietante che sembra perfino trascendere le capacità di Padre Lucas e inizia a intravedere un fenomeno che la scienza non riesce né a spiegare né a controllare; un male così violento e terrificante che dimostra che esiste qualcosa di orribile aldilà del razionale.

Il rito presenta la solita annosa questione dell’esorcista scettico, privo di vera vocazione e che non crede all’esistenza del Male. Questo tema lo abbiamo visto e rivisto al cinema e addirittura consumato in letteratura. A tal proposito, pur cadendo nel banale, come non ricordare quella che è ancora per molti la pellicola più terrificante nella storia della Settima Arte, il fantastico L’esorcista (1973) di William Friedkin?. Inoltre, quasi a mo’ di fotocopia per lo spunto di base, possiamo anche citare Stigmate (1999) di Rupert Wainwright, il quale ha davvero molto in comune col film di Mikael Håfström, in particolare un ragionamento filosofico-culturale sul male e la sua natura, e anche sulla dicotomia tra scienza e fede. Queste due opere condividono persino un atteggiamento “sobrio” nei confronti dell’orrore, mai mostrato in modo eccessivo, rifuggendo dal suscitare solo paura nello spettatore. Questa tipologia di film si pone infatti come unico obiettivo quello di far nascere in chi guarda il quesito dei quesiti: “Dio esiste? Ma se esiste, allora deve esistere anche il Diavolo!”. Possiamo sembrar ripetitivi nel citare opere conosciutissime come quelle di Friedkin e Wainwright, ma esse rappresentano probabilmente tutt’oggi il meglio raggiunto da questo genere, presentando due prospettive assai diverse sullo stesso argomento. Da una parte un film in cui prevale l’orrore puro e il cui fine è quello di terrorizzare lo spettatore, grazie agli effetti speciali e a una recitazione urlata e spinta all’eccesso. Dall’altra invece, a cui appartiene anche Il rito, abbiamo una lettura molto più riflessiva del fenomeno delle possessioni, con argomentazioni più colte; le quali suscitano immancabilmente in noi interrogativi senza risposta, benché sempre inquietanti.

Tornando a parlare direttamente del film di Håfström, esso presenta un inizio bruttino. Fortunatamente la storia ci mette davvero poco a decollare. Essa si avvale di un’ottima drammatizzazione, e in generale tutto il film scivola via che è una bellezza, senza mai stancare né eccedere in nulla. Certo, non si tratta di un’opera che propone sperimentalismi di sorta. Difatti, trattasi di una pellicola in fin dei conti commerciale nelle scelte narrative, come nella forma, sebbene non scada mai nel sensazionalismo o nel banale. Questo è anche dovuto a una buona sceneggiatura, tratta dal libro omonimo di Matt Baglio, nel quale si afferma che le vicende narrate sono realmente accadute. Un fatto è innegabile, gli esorcisti e l’oscurità che testimoniano in prima persona hanno sempre suscitato un grande fascino nel pubblico, a dispetto della fede professata o del background.

Solo una cosa infastidisce in parte in questa pellicola, ovvero l’immancabile rappresentazione di una Italia pittoresca e retrograda; a dire il vero ci siamo purtroppo abituati quando a “raccontarci” sono gli americani. Malgrado questa visione stereotipata, fa comunque piacere che venga, seppur in modo approssimativo, mostrato uno spaccato della nostra modernità, con una Città Eterna a misura di turista straniero e ben lontana dall’essere quello che veramente è: capitale di un paese importante, nonché centro della Cristianità.

Un cenno a parte merita un fantastico Anthony Hopkins. Nonostante la ripetitività dello stile – la sua recitazione ricorda difatti in più occasioni quella che lo rese celebre nei panni del dottore-cannibale Hannibal Lecter de Il silenzio degli innocenti (1991) – l’attore gallese ci regala lo stesso dei momenti di grande suggestione.

Una necessaria annotazione sulla produzione del film riguarda alcune delle scene esterne e buona parte degli interni, girati a Budapest in Ungheria, anche se tutti gli esterni più importanti sono stati girati a Roma.

In definitiva, un buon film, che intrattiene, ma che fa in più occasioni anche riflettere e che – aspetto fondamentale di ogni pellicola che si rispetti – coinvolge lo spettatore. Inoltre, l’assenza delle solite derive esoteriche, dell’elemento splatter della mostruosità fisica e, in generale, di tutti quegli orpelli che ormai fanno parte di un repertorio quasi parodistico del genere horror, specie se in chiave orientale, conferma che si tratta di un’opera con alle spalle un’idea ragionata.

Concludendo, sarebbe utile comprendere la ragione per cui noi cattolici, e specialmente noi italiani, non riusciamo mai a trattare queste tematiche in modo diretto. Ci sarà pure un motivo se nella stragrande maggioranza dei casi la religione al cinema è quella cattolica. Ciononostante, i film che più mettono in scena preti e possessioni sono americani, un popolo in maggioranza protestante. Non sarebbe forse il caso di cominciare a raccontarci noi al mondo, invece di lasciare che il Dan Brown di turno ridicolizzi la nostra storia e banalizzi la nostra cultura? Noi che vediamo ogni volta che usciamo di casa una chiesa cattolica, dovremmo avere il coraggio non solo di capire chi siamo e da dove veniamo, ma specialmente di affermare e spiegare agli altri la nostra tipicità culturale; la quale è composta anche da una forte e innegabile matrice cattolica. Forse parlare della possessione diabolica e del ruolo del Vaticano nella gestione di questi fatti potrebbe essere ben più divertente e interessante che girare l’ennesimo film mucciniano falso intimista, pieno di personaggi scialbi, quanto frustrati.

Riccardo Rosati


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