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Il ritorno alla vita

Da Samilla

IN OCCASIONE DEL MESE DI OTTOBRE DEDICATO ALLA LOTTA CONTRO I TUMORI UN RACCONTO CHE TRATTA QUESTA TRISTE REALTA’ CON UN PO’ DI LEGGEREZZA!…BUONA LETTURA!  SAMANTA

 

IL RITORNO ALLA VITA

 

Si crede sempre che una simile malattia non posso mai accadere a noi. E così quando ti trovi a leggere il risultato delle analisi cerchi ogni stupida scusa pur di pensare che non sia il tuo. Così avevo fatto io quel maledetto lunedì di aprile. Proprio perché era la settimana dopo le feste di Pasqua avevo incolpato gli eccessi gastronomici del periodo. Ma cosa mai potevano rientrarci con una piccola massa tumorale al seno sinistro? Assolutamente niente! Lo sapevo benissimo il mio cervello si rifiutava di accettare quella triste realtà. La mente era subito corsa verso immagini disperate. Corsie di ospedali, odore nauseante di medicina, flebo…  Avevo gettato quel foglio sul divano e avevo aperto il frigorifero alla ricerca di qualcosa di estremamente dolce che potesse rinfrancarmi da quella notizia. Sapevo che nei prossimi giorni sarei entrata in un inferno di visite specialistiche con ogni tipo di esame e con l’esito finale di un ricovero d’urgenza. Non avevo voglia di parlarne con nessuno tanto meno con mia madre. Non correva buon sangue tra di noi. Io, riflessiva e passionale, lei razionale e a volte molto superficiale. Forse non era una sua colpa quella di dare importanza alle apparenze, lo aveva ereditato da suo padre.

«L’importante è quello che gli altri pensano di noi».

Una cosa assurda che l’aveva condizionata durante la sua vita e che cercava di fare altrettanto con me. Per quello me ne ero andata a vivere da sola. Alla mia età, trentasette anni, secondo la sua idea bigotta, avrei dovuto essere sposata e già con dei bambini al seguito.

«Lo sai tua cugina è incinta? Laura ha comprato la macchina nuova. Barbara lavora in un ufficio di rappresentanza e guadagna molto bene….».

Queste erano le sue futili discussioni a cui dovevo prestare un minimo di ascolto per educazione quando andavo a pranzo a casa sua. La mente la lasciavo vagare altrove mentre annuivo meccanicamente con la testa. Mai un discorso acculturato. Mi sarebbe bastato anche parlare di attualità non le chiedevo di commentare l’ultimo libro letto. Tanto non ne aveva mai letti uno! Mi sentivo come una donna senza radici perché rifiutavo di specchiarmi in lei. Non avevamo niente da condividere. Quasi mi spaventava di più sapere di dover affrontare quella malattia con lei al mio fianco che non la futura operazione chirurgica stessa.

«Oddio Clara sei sicura di quello che dici? Hai letto bene le analisi? Hai già chiamato la dottoressa?».

Ecco, questa era lei. Una donna che doveva sempre insegnarmi quello che avrei dovuto fare. Per lei ero una sciocca in giro per il mondo. Aveva il potere innato di farmi arrabbiare anche quando ero nella più completa disperazione.

«Ho appena ricevuto gli esami a casa con una lettera che mi invita a presentarmi domani in ospedale. Per favore cerca di non agitarmi!».

«Tesoro ma io voglio esserti più vicina possibile. A che ora andiamo domani alla visita?».

«No, a che ora vado alla visita! Non ci siamo capite. Sono abbastanza adulta da affrontare questa situazione da sola. Poi ti dirò come mi hanno consigliato di muovermi».

«Sei sempre la solita. Chi tratta sua madre in questa maniera? Cosa ti avrò mai fatto?».

Stava per iniziare una delle sue solite tragicommedie. Aveva il magico potere di farmi sentire un’insensibile quando non le chiedevo altro che di lasciami provvedere da sola alle cose che mi riguardavano. Le avevo buttato giù la cornetta in malo modo. Ero stufa di stare a discutere per ogni mia decisione come se fossi ancora una bambina da educare. Mi ero guardata intorno e avevo deciso di andare a fare un giro in città. Non avevo alcuna voglia di mettermi a lavorare al computer. Volevo gustarmi quella giornata di tiepido sole senza pensare a niente. In fin dei conti quella battaglia per la vita avrei potuto vincerla ma anche perderla. Non ero così sciocca da credermi la prescelta dalla buona sorte. Dopo una piacevole camminata lungo le mura antiche della mia amata Lucca mi ero rinchiusa in libreria. Ci trascorrevo delle ore e tornavo sempre a casa con tanti di quei libri da non sapere più dove metterli. I miei scaffali sembravano in procinto di cadere da un momento all’altro. Mi piaceva leggere perché immergendomi nella storia di turno avevo l’impressione di vivere una vita parallela, per questo sceglievo sempre romanzi d’amore. La nostra esistenza è già tanto triste e difficile da condurre che non mi è mai piaciuto leggere avventure tristi e impegnative.

«Signorina Ramoni Clara?»

«Si, sono io».

L’oncologa non aveva neppure alzato gli occhi dalle analisi per guardarmi. Era così assorta su quei dannati fogli che per un attimo avevo pensato al peggio. Come avrei reagito se il nodulo fosse ancora più grave del previsto? Non riuscivo neppure a pensarci, sentivo solo un lieve sudore freddo che scendeva dalle mie tempie. Avevo i brividi e le mani congelate nonostante la temperatura asfissiante dell’ospedale. La stanza pareva girarmi intorno. Il silenzio della dottoressa mi era sembrato infinito.

«Potete considerarvi fortunata. Il nodulo è molto piccolo e sembra che si sia appena formato. Se lo asportiamo subito non ci sarà bisogno né di chemioterapia né deturperemo il suo seno».

Quelle poche parole erano state come musica per le mie orecchie. Senza neppure rifletterci avevo prenotato la data dell’operazione che sarebbe avvenuta la settimana dopo. Avevo trascorso il pomeriggio in corsia per effettuare tutti gli esami di rito preoperatorio ed ero tornata a casa nel tardo pomeriggio. Anche se non avevo la minima voglia di parlare con mia madre dovevo metterla al corrente della decisione presa.

«Sei stata avventata Clara. Dovevamo visitare qualche altro dottore, sentire altri pareri. Magari andare anche da qualche luminare straniero per essere sicure di fare la cosa giusta».

Mi aspettavo quella cantilena. Ormai la conoscevo a perfezione. Lei appena aveva qualche malanno girava ogni studio medico di sua conoscenza per poi sconfinare verso posti ancora più lontani con il risultato di non essere mai soddisfatta di quello che le avevano prescritto. Trovavo quel comportamento infantile e maleducato. Era come sostenere che nessuno fosse all’altezza della sua malattia del momento. Non dava neppure il tempo ad un dottore di conoscere a fondo i suoi malanni che già si era stancata di lui.

«Sono io la malata e decido io per la mia sorte. Non c’è tempo da perdere e non intendo sentire altre campane».

Come al solito avevamo terminato una telefonata con la classica discussione. E come sempre lei avrebbe messo il broncio come una bambina piccola a cui è stata rimproverata una marachella. Io non avevo alcun diritto, secondo la sa filosofia, di dimostrarmi un essere pensante e adulto. Ero stufa di quegli attacchi isterici che recitava per farmi sentire cattiva e insensibile. La settimana era volata. Avevo cercato di svagarmi per non pensare all’imminente ricovero. Era inutile. Avevo una paura indescrivibile e spesso la notte mi svegliavo all’improvviso in una pozza di sudore. Prima di sistemare le mie cose nella valigia avevo preparato una sacca colma di libri. Quella forzata degenza aveva un unico lato positivo; quello di poter dedicare molte tempo alla lettura. Avevo trascorso anche un intero pomeriggio dal parrucchiere per tagliarmi i capelli così corti da sembrare un maschiaccio e tingerli rosso fuoco. Era una scelta dettata dalla praticità ma forse anche dal voler dire definitivamente addio alla Clara di un tempo. I miei occhi



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