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Il ruolo della coercizione nel mondo antico

Creato il 30 ottobre 2010 da Bruno Corino @CorinoBruno

Il ruolo della coercizione nel mondo antico
Nelle società meno “evolute”, dal punto di vista dell’organizzazione sociale, la forza militare (coercitiva) è la forma più elementare di dominio. Quando il dominio si deve esercitare soltanto sul corpo, è sufficiente una pressione coercitiva. Quindi, se si utilizza la “forza fisica” per ottenere dal proprio oggetto di dominio (in questo caso il corpo) una determinata prestazione ciò avviene soltanto attraverso una “funzione coercitiva” (una minaccia) e non, ad esempio, attraverso un’opera di persuasione o un'opera di suggestione. Tuttavia, tale funzione coercitiva non era esercitata sulla totalità della vita dello schiavo, ma era limitata soltanto agli aspetti riguardanti la sua prestazione, cioè il corpo: «In età ellenistica, ma già talora nel IV secolo a. C., il termine corpo (soma) senza aggettivi era impiegato per designare lo schiavo. Ciò intendeva sottolineare che lo schiavo era esclusivamente o prevalentemente corpo, più che un corpo di tipo particolare. Delle infrazioni penali lo schiavo rispondeva col proprio corpo, là dove i liberi erano puniti nei beni [...] Così, quasi soltanto gli schiavi erano passibili di tortura» (Cambiano, 1990: 35-36). Il proprietario di schiavi, cioè il soggetto che occupava la posizione dominante, non era interessato ad esercitare un “dominio totale” sull’uomo di sua proprietà, ma soltanto su quella parte dell’uomo che gli interessava ai suoi scopi: il corpo.
Anche l’apparato di dominio, cioè l’apparato politico-militare, si costruisce e si consolida per assolvere questa funzione, cioè la sorveglianza del corpo. Ma l’apparato politico-militare non aveva soltanto il compito di stabilizzare la forma di dominio, ma anche quello di rifornire la base delle forze di produzione: senza la conquista non sarebbe stato possibile accumulare altra ricchezza e importare così altri schiavi. Da un lato, l’istituzione polito-militare cristallizza la posizione del ruolo dominante e di quello subordinato, impedendo la loro reversibilità; dall’altro, però, essa svolgeva il compito di stabilizzare la funzione di dominio, poiché tanto la base del dominio si estendeva tanto più vitale e indispensabile diventeva la funzione ch’essa svolgeva, sino al punto che le sue istanze diventavano prioritarie e assolute rispetto a ogni altra istanza sociale. La duplice funzione dell’apparato politico-militare costituiva, insomma, una condizione necessaria per la stessa riproduzione del sistema. Ripeto: da un lato tale apparato aveva una la funzione di assicurare l’ordine sociale, dall’altro però aveva anche la funzione di procurare nuovi schiavi per alimentare il sistema. Infatti, durante tutto il periodo centrale della storia di Roma (200 a.C. ca. - 200 d.C. ca.), il bisogno di consistenti forniture di schiavi continuò ad essere costante e, sebbene non si possa fare un censimento preciso della popolazione degli schiavi a Roma, le ipotesi moderne servono ad illustrare le sue enormi dimensioni. Si è così stimato che alla fine del I secolo a. C. la popolazione degli schiavi in Italia fosse di due milioni su una popolazione totale di sei milioni, o di tre milioni su una popolazione totale di sette milioni e mezzo, mentre per quanto riguarda l’impero nel suo complesso, si ipotizza che la popolazione degli schiavi fosse di dieci milioni su una popolazione totale di 50 milioni.
Se nel mondo antico, la schiavitù ha segnato tutto un modo di produzione, e se gli schiavi ripetevano quotidianamente i loro gesti e i loro atti grazie alla presenza di quell’apparato politico-militare, allora come è possibile non vedere una correlazione tra l’aumento del numero degli schiavi e la trasformazione delle forme politiche? Se, in effetti, quelle forme politiche, che costituivano l’apparato giuridico-militare, esercitavano il loro dominio sul corpo dello schiavo, il quale svolgeva i propri compiti in virtù di quella forza coercitiva, allora il problema consiste nello spiegare il modo in cui quell’apparato era capace di riprodursi. Il problema si sposta su coloro che costituivano quell’apparato. Infatti, era necessario avere uomini che ricoprissero determinate cariche, che avessero specifici ruoli, soldati che ubbidissero ad ogni comando e pronti a stroncare ogni tentativo di sedizione , di fuga, e a punire lo schiavo disubbidiente.
Anche quando si prende in esame il problema della transizione da un sistema sociale all’altro, spesso lo si confonde con un problema di ordine puramente “fattuale”, come se il compito dello storico fosse limitato a rintracciare nel passato i “fatti” o gli “avvenimenti” che hanno determinato il crollo di un sistema e provocato il passaggio da una forma sociale all’altra. Si rimane, in sostanza, intrappolati all’interno di una teoria “empirica” della storia. Non si comprende che, invece, si tratta in primo luogo di ricostruire la «logica» che presiedeva al funzionamento di un determinato sistema di interazione, e, in secondo luogo, le condizioni che non gli hanno permesso, ad un cero livello della sua storia, di autoriprodursi. Soltanto quando lo storico ha ricostruito questa logica, e quindi sa riconoscere le contraddizioni strutturali che attraversano un determinato sistema di interazione si trova nelle condizioni di poter individuare e valutare i singoli fatti empirici che hanno provocato il mutamento del sistema.
Arrivati a questo punto, abbiamo tutti gli elementi per spiegare perché, ad un certo punto della sua storia, questo sistema di interazione entri irrimediabilmente in crisi. Qui occorre verificare se le cause di questa crisi si trovino all’esterno del sistema o se sono, invece, al suo interno. Se parliamo della debolezza strutturale delle poleis greche, cioè del fatto che non sono mai riuscite a confederarsi in una “nazione”, il fatto che possiamo sottolineare è che la forte identificazione del cittadino con la propria città, se da un lato è stata fonte di coesione al suo interno, dall’altro, invece, è stato anche fonte di debolezza, in quanto non ha permesso una politica nazionale tra le varie poleis.
Altro discorso, invece, occorre fare per l’Impero romano. Le guerre civili che lo hanno sconvolto, nella sua fase centrale, non erano crisi di natura politica in senso stretto, ma soprattutto militari: tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C., quando il sistema schiavistico raggiunse il massimo delle sue potenzialità, s’impose un riordinamento politico-militare dell’apparato statale. I contadini, che costituivano il nerbo dell’esercito, diminuivano notevolmente e ciò provocava un graduale indebolimento dell’esercito. Anche l’esercito romano, come abbiamo già osservato, aveva una duplice funzione teleonomica: da un lato, serviva per la conquista, dall’altro, all’interno dei confini imperiali, aveva una funzione repressiva, di “polizia”. Ma l’estensione del sistema schiavistico stava comportando una diminuzione della piccola proprietà. Il circolo degli Scipioni, da un lato, Catone il Censore e i Gracchi, dall’altro, si erano fatto interpreti, all’interno dell’impero, di due tendenze in atto: i primi volevano rafforzare l’autorità politica, i secondi difendevano i piccoli proprietari terrieri, in quanto costituivano il nerbo dell’esercito e dello stato romano. Le guerre civili sono quindi un portato sia della ristrutturazione dell’esercito che dell’accentramento del potere politico. La crisi del sistema militare segnava una smagliatura nel sistema schiavistico di interazione. Da qui s’impone la necessità di allargare la cittadinanza romana per reclutare e rifornire l’esercito di nuove truppe, ma questa soluzione trovò l’opposizione dell’oligarchia senatoriale.
Le invasioni barbariche, impegnando massicciamente l’esercito ai confini dell’Impero, provocheranno una diminuita pressione interna, che porterà ad un minor controllo dell’esercito sugli schiavi. Indebolitosi il controllo, una grande massa di schiavi cominciò a fuggire dalla campagna. A questa fuga si riparerà con il trasformare la condizione schiavistica in quella servile. La fuga, durante il periodo del Basso impero, provocherà una crisi di produzione. Diminuiscono le eccedenze garantito dal lavoro degli schiavi. L’esercito non ha più risorse. Il sistema di relazione ebbe un “collasso” per incapacità di riprodursi. Questo sistema per riprodursi doveva rispettare costantemente la proporzione tra produzione di beni e soddisfazione dei bisogni. Tra la capacità produttiva del sistema e la crescita dei bisogni doveva esserci un perfetto equilibrio. I bisogni dovevano crescere in proporzione alla capacità produttiva. Infatti, quando si verifica uno squilibrio tra produzione e consumo, il sistema dovrà diminuire la soddisfazione dei bisogni o aumentare la capacità produttiva. Sennonché, nel sistema schiavistico la capacità produttiva incontra sempre un limite oggettivo, che non può essere superato: l’aumento di manodopera schiavistica non può crescere a dismisura, altrimenti la funzione di dominio non riesce più ad esercitare la sua azione.


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