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Il Santuario di Delfi - 2° parte di 3

Creato il 03 marzo 2011 da Pierluigimontalbano
Il Santuario di Delfi - 2° parte di 3
Il Santuario di Delfi: Storia e funzioni.
di Giuseppe Sgubbi

L’attività religiosa a Delfi è archeologicamente documentata già nel 1400 a.C.
Non molto dopo risulta pienamente funzionante anche l’attività oracolare, infatti tale oracolo viene consultato da Giasone alla vigilia della avventura Argonautica (Apollonio Rodio 1,414) fu interpellato da Atamante (Carli 1785 pag 49), ed altrettanto ha fatto Agamennone prima della partenza per la guerra di Troia.
Pure a tale periodo risalgono i doni offerti al Santuario per consigli ricevuti; lo sappiamo da Strabone (cit.) quando, descrivendo le ricchezze del santuario, fa presente che quelle del periodo Omerico non sono più esistenti. La millenaria attività oracolare, ben attiva anche in epoca romana, termina definitivamente nel 394 quando Teodosio il Grande, con un decreto, proibisce qualsiasi culto pagano.
Nonostante le sue vicende fossero scritte in tutte le opere degli antichi scrittori Greci, per molti secoli Delfi non viene più ricordata, è ignorata anche la sua antica ubicazione, solo nel XV secolo viene trovata grazie alle ricerche di Ciriaco, mercante di Ancona, dopodichè ha avuto inizio un ininterrotto pellegrinaggio in cui scopo principale era quello di trovare i magnifici monumenti e tesori ricordati da Erodoto e da Pausania.
Nell’area del santuario, era stato da tempo costruito il villaggio di Kastri; ebbene, prima che nel I891 iniziassero gli scavi, il villaggio fu smontato e costruito ad alcuni Km di distanza. Nonostante i molti saccheggi che il santuario ha dovuto subire, Nerone portò via oltre 5OO statue, Costantino lo depredò per abbellire Bizanzio (Lanzani 1940 pag 82), gli scavi hanno portato alla luce interessantissime vestigia del passato, ma è forte la convinzione che Delfi nasconda ancora molti segreti.
Delfi, dio titolare Apollo, era senza alcun dubbio, il più famoso santuario della antica Grecia, molto più famoso di Olimpia, dove come è noto, oltre al fatto, che vi si svolgevano le Olimpiadi, il titolare era Zeus. La fama di Delfi era dovuta alla consultazione, quasi obbligata, che quasi tutti popoli della terra, allora conosciuta, effettuavano in occasione di migrazioni e colonizzazioni. Infatti come hanno detto Cicerone, Plutarco e Giustino, (Piccirilli 1972 pag 45) nessun popolo si allontanava dalla propria terra, senza prima avere consultato l’oracolo Delfico.
La consultazione, che ovviamente riguardava anche altri aspetti della vita collettiva (guerre, calamità, ecc), consisteva in domande, orali o scritte, indirizzate alla sacerdotessa di turno, a Delfi chiamata Pizia, le cui risposte, quasi sempre enigmatiche, venivano spiegate dai sacerdoti del santuario. Quando si parla di santuari ed oracoli, entra sempre in ballo la ingenua credulità degli antenati, ebbene, indipendentemente dalle nostre personali opinioni, occorre tener presente che, salvo alcune eccezioni, questo santuario era dagli scrittori antichi tenuto nella massima considerazione. Forse potrà sorprendere il fatto che era oggetto di grande venerazione anche da parte dei filosofi greci. Basti pensare che i famosi sette saggi, che in verità erano solo cinque (Talete, Solone, Periandro, Biante e Pittaco), scelsero Delfi per immortalare le loro famose sentenze: conosci te stesso, nulla di troppo, ecc.
Abbiamo già detto che il dio titolare era Apollo, ma nei tre mesi di ogni anno in cui Apollo si trasferiva nel paese degli Iperborei, il titolare diventava Dionisio.

Tracce del tesoro di Spina nel Santuario di Delfi

Anzitutto una premessa: oltre al tesoro degli Spineti, Strabone (V-2) ricorda pure l’esistenza in questo santuario del tesoro di Caere (Cerveteri). Considerato che, come vedremo, molte affinità accomunano questi due tesori, nel corso delle ricerche per tentarne l’individuazione, citerò spesso anche questo tesoro.
Se diamo uno sguardo ad una delle tante piante del santuario di Delfi constateremo che vi sono segnate le tracce o presunte tali di tantissimi tesori, ben 38, un numero elevatissimo specialmente se confrontati con i 16 di Olimpia. Purtroppo solo 8 di questi sono stati correttamente, o almeno si pensa, identificati: Sicioni, Sifni, Potidei, Cnidi, Ateniesi, Acanti, Corinti e quello di Cirene. Ad altri 15 si è cercato, ma con molti punti interrogativi, di dare una paternità, tutti gli altri, compresi quelli di Spina e di Cerveteri, pur non essendo mancate lodevoli ipotesi, sono tuttora anonimi.
Due sono le ragioni per cui si incontrano tante difficoltà nei tentativi di identificazione; una è la già accennata costruzione nel santuario del villaggio di Kastri che ha impedito una sicura attribuzione di iscrizioni e dediche ai rispettivi tesori, l’altra ragione, forse la più importante, è che gli scrittori antichi, che nel corso delle loro opere hanno ricordato questi tesori, non hanno fatto quella particolareggiata descrizione che invece sarebbe stata utile per individuarli.
Le uniche descrizioni che sono state di qualche utilità sono quelle di Pausania, ma il percorso che questi avrebbe fatto nel santuario non è da tutti accettato.
Breve elenco dei tesori Delfici citati dagli autori antichi.: Pausania (X, II) Sicioni, Sifni, Tebani, Ateniesi, Cnidi, Potidei, Siracusani e Corinto; Erodoto (I-14 e I-51), Corinzi, Clazomerai; Plutarco (de Pitia Oracoli I2) Acanti; Diodoro Siculo ( Biblioteca Storica XIV 93) e Appiano, (Storia Romana II-8 ) Marsiglia; Ancora Diodoro Siculo, (XXVIII-IO) Tebani; Senofonte (Anabasi V-3) Ateniesi; Polemone (frammento XXVII) Sicioni; a questi naturalmente vanno aggiunti il tesoro di Spina che come abbiamo già detto è ricordato da Strabone, Plinio, Dionigi di Alicarnasso, Polemone, e quello di Cerveteri ricordato da Strabone (op.c). Non mancano altri incerti riferimenti antichi di altri tesori, ad esempio quello di Turi per Elliano. Naturalmente questo elenco non ha nessuna pretesa di completezza.Vediamo quali potrebbero essere quelli di Spina e di Cerveteri. Da quello che mi risulta, salvo ritrovamenti archeologici dell’ultima ora, due sarebbero i resti di tesori che potrebbero essere a loro attribuiti: uno è (vedere cartina N° 1) il N° X, l’altro è il N° XII, a questi aggiungo io, perciò con tutte le riserve del caso, il N° IX. Questi tre tesori hanno una caratteristica comune; sarebbero gli unici del santuario Delfico considerati stranieri dagli archeologi, cioè aventi una caratteristica costruttiva diversa dagli altri tesori. Vediamo cosa si è detto al riguardo di questi tesori. Per venire a conoscenza delle varie attribuzioni occorre prendere visione delle piantine che quasi sempre ogni studioso allega ai suoi lavori; ogni piantina riporta le tracce dei tesori, ogni tesoro è segnalato con un numero, ogni numero corrisponde ad un offerente, se l’offerente non stato ancora individuato viene scritto anonimo, oppure viene segnalato con un aggettivo derivante da qualche sua particolarità.
Attribuzioni riportate in alcune piantine (vedi immagine)
Piantina Andronicos (1984): tesoro X=tesoro arcaico in rovine Aslepio; XII= Tesoro Eolico ;
IX = non citato
Piantina Settis (1996): come la piantina precedente con la sola eccezione che il tesoro XI è detto tesoro anonimo.
Piantina La Coste Messaliere (1936): come le precedenti con la sola eccezione del tesoro IX detto tesoro distrutto.
Piantina Bommelaer(1991):Tesoro X= tesoro etrusco nell’Asclepio; tesoro XII=tesoro Anonimo; Tesoro IX=tesoro anonimo.
Piantina Roux(1976): Tesoro X=tesoro arcaico nell’Asclepio; tesoro XII=anonimo; tesoro X=tesoro arcaico anonimo.
Piantina Ferri (1960); tesoro X=Tesoro Etrusco (ma con punto interrogativo) tesoro XII=tesoro eolico anonimo; tesoro IX=vecchio tesoro degli Ateniesi.
Piantina Torelli (1997); tesoro X=Spina; tesoro XII=Caere; tesoro IX=piccolo Potidei.
Piantina Karabatea; (pubblicazione senza data, attualmente in vendita nelle librerie) Tesoro X= etrusco; Tesoro XII=Siracusani; Tesoro IX =Potidei. Occorre tener presente che, in questa ultima piantina, diversamente dalle altre, alcuni tesori si trovano ubicati in altri luoghi, ma non è possibile sapere se si tratta di errore topografico o se siano i risultati di nuovi scavi, perciò è difficile fare il confronto con le altre piantine.
Vediamo ora i commenti dei vari studiosi al riguardo di ogni singolo tesoro.
TESORO X.
Come abbiamo visto nelle cartine, questo tesoro è detto costruito nell’Asclepio, effettivamente sarebbe stato distrutto nel IV a.C per fare posto al tempio di Asclepio (Briquel 1988 pag 150); forse era caduto in disuso? Per la sua costruzione era stato usato un travertino giallo di sicura provenienza toscana, in un suo masso è stata trovata una iscrizione tirrenica, alcuni suoi massi contengono scanalature e fori identici a quelli trovati in Etruria, la misurazione corrisponde al piede Italiano (Pomtow 1924), conseguentemente da quasi tutti è detto Etrusco.
Il Pomtow (1924) prima dice Caere, poi successivamente dice Spina; per il Messaliere (1936) Spina; per il Dismoor (1912) Caere, altrettanto dice il Keramopoullos (1909); per il Briquel (1988 pag 155) questo tesoro non può essere di Spina in quanto fu visto da Polemone e da Strabone, perciò, per questo studioso, può essere solo quello di Cere.
TESORO XII.
Dice il Briquel (o.c. pag 154) che questo tesoro ha delle caratteristiche diverse dagli altri tesori delfici; larghezza superiore alla lunghezza, colonne separate dal resto dell’edificio, orientamento anomalo, ma su questo ultimo punto vedremo più avanti, che vi è una buona ragione, aggiunge poi che potrebbe essere etrusco e propone Spina. Il Messaliere (cit.) dice Caere, oppure Clazomenai; per il Pomtow (cit,) Cnidi; per il Dismoor (cit,) potrebbe essere Spina.
TESORO IX.
Come abbiamo visto dalle piantine, per molti questo tesoro non esiste. Vediamone alcune caratteristiche; alcuni suoi massi provengono dal tesoro X, come pure sarebbe stato costruito sullo stesso piano, assomiglierebbe molto al XII, e sarebbe stato costruito con materiale italiano. Le attribuzioni dei pochi che lo ricordano, non sono concordi; per il Ferri (1960) era il vecchio degli Ateniesi per il Pomtow (cit,) poteva essere la continuazione del Potidei; per il Dismoor (cit,) era il Siracusano, ma non esclude che potesse essere di Spina. Il Briquel (cit,) non ne parla, questo fa pensare che non lo considera dei nostri.
Come ho detto in precedenza, ho ritenuto opportuno inserire anche questo tesoro fra i papabili. Vediamone le ragioni: nel maggio del 1893 (Faure1985 pag 65) a pochi metri dal muro Est di questo tesoro, fu rinvenuta una statua marmorea intatta, raffigurante un ragazzo; nel 1984, pochi metri più ad ovest, è stata rinvenuta un’altra statua quasi identica, ma rotta in alcuni punti.
Nella sala IV del museo di Delfi, in un unico piedistallo, vi sono due statue di ragazzi, opera dello scultore Polimede, una intera ed una, si noti bene, è rotta in più punti. Non si sa di sicuro che cosa e chi queste due statue rappresentino, per qualcuno sarebbero i fratelli Argivi Cleobi e Bitone, ma per altri, anche al seguito di una dicitura che è stata messa nella targhetta, si tratterebbe dei Dioscuri, cioè Castore e Polluce. Pensando a queste due statue, che vi sono buone ragioni per considerarle quelle trovate nei pressi del tesoro X, non si può non pensare al racconto di Polemone (op.c), che riguardava le due statue raffiguranti due ragazzi, esistenti nel tesoro degli Spinati, che per molti, come si è detto sarebbe quello di Spina. Se queste fossero quelle ricordate da Polemone, l’ipotesi tesoro IX= Spina, sarebbe da prendere in seria considerazione.
Riassumendo le ipotesi di attribuzioni; pur nelle incertezze si può dire che sicuramente il X è dei nostri, ma ben difficilmente è quello di Spina, infatti tale attribuzione incontra un ostacolo difficilmente superabile, come giustamente ha detto il Briquel, (1988) che non poteva essere visto da Polemone e Strabone in quanto al loro tempo detto tesoro non era più visibile. Non tutti gli studiosi hanno tenuto conto di questa valida considerazione; non ne ha tenuto conto il Torelli (1997; infatti, come abbiamo visto nella piantina allegata al suo libro, identifica Spina col tesoro X, forse il Torelli non ritiene sufficientemente sicura la testimonianza di Polemone; effettivamente la parola Spinati da Polemone riportata, potrebbe voler dire Spineti, ma potrebbe anche significare una cosa diversa. Aggiunge il Briquel (1988) che al riguardo vi è comunque anche la testimonianza di Strabone, cioè la lettura della iscrizione nel tesoro degli Spineti una lettura fatta al presente cioè quando detto tesoro era ancora ben visibile. Perciò quasi sicuramente si tratta di quello di Cere. Per quanto riguarda il IX e il XII, si può solo dire che uno di questi dovrebbe essere quello di Spina, ma solo grazie a nuove scoperte archeologiche sarà possibile dire qualcosa di più.
Abbiamo già accennato al percorso che Pausania effettuò nel santuario Delfico e che vari studiosi hanno usato per l’identificazione di alcuni tesori. Purtroppo in qualche caso sono stati, portati fuori strada; per esempio il Pomtow, tenendo per buona l’indicazione che aveva avuto da Pausania, aveva erroneamente attribuito ai Cnidi il tesoro XII. Altrettanto è accaduto all’autore della voce Delfi nella Enciclopedia Treccani, questi, seguendo Pausania, propone anche lui Cnidi al tesoro XII e, conseguentemente, attribuisce a questo tesoro l’appartenenza di interessanti reperti archeologici, in loco trovati, fra cui le famose Cariatidi. Purtroppo, al riguardo dell’effettivo tragitto di Pausania, vi sono più versioni, (Arias 1945 pag 44) e non è ancora chiara quale sia la giusta.Il già citato Pomtow è del parere che Pausania abbia ricordato vari tesori, per esempio quello dei Potidei, senza averli effettivamente visti. Rintracciare l’esatto percorso di Pausania significa anche conoscere quali piccole strade, oltre alla via sacra, erano alla sua epoca frequentate; probabilmente queste ultime erano le più antiche, non a caso confluivano verso l’antica porta. Probabilmente ai lati di queste strade furono costruiti vari tesori, come per esempio i nostri e questo può forse spiegare l’anomalo orientamento del XII, messo in evidenza dal Briquel (1988).
Chi ha eretto questo tesoro?
Se facciamo il punto a cui siamo arrivati con le nostre ricerche, dobbiamo constatare che disponiamo di una sola certezza: gli abitanti di Spina hanno eretto un tesoro a Delfi! Non sappiamo esattamente quale sia; non sappiamo se questi abitanti erano Greci oppure Etruschi; non sappiamo in che epoca lo hanno eretto; non sappiamo da chi successivamente sia stato gestito; non sappiamo in occasione di quale avvenimento sia stato eretto.
Purtroppo, nonostante che al riguardo di questi quesiti, si possa disporre anche dei pareri degli scrittori italiani, non è possibile dare risposte sicure. Passare in rassegna ciò che è stato detto al riguardo della Grecità e della Etruschicità di Spina è il primo passo che occorre fare per approfondire l’argomento. Per tutti gli scrittori antichi, Spina era una polis Hellenis, cioè una città Greca. Per la stragrande maggioranza dei scrittori moderni, Spina era una città Etrusca. Come mai questo contrasto così netto? La ragione può essere una sola; gli antichi probabilmente parlavano della Spina Pelasga, cioè quella che all’epoca della guerra di Troia fu fondata nel ramo del Po detto Spinete; gli scrittori moderni parlano della Spina che è venuta alla luce nel secolo scorso e che dai reperti, risulta essere stata abitata dal V al III a.C.
Sembra strano, ma hanno ragione entrambi, infatti, parlano di due cose diverse. Nonostante questa precisazione, il problema merita di essere approfondito, perciò ridiamo uno sguardo alle testimonianze antiche. Per i già ricordati Strabone, Ps Scilace e Giustino, Spina era Greca. Plinio (III 16) la dice Spina fondata da Diomede, perciò anche per lui era Greca, Dionisio di Alicarnasso la dice fondata dai Pelasgi perciò Greca. Abbiamo già detto che nessuno scrittore antico ricorda una Spina Etrusca. Non dobbiamo pensare che questo sia dovuto al fatto che all’epoca non si pensava alla possibile esistenza nella Padania di qualche città Etrusca, infatti sono dagli antichi ricordate e dette Etrusche le città di Felsina (Plinio III,115); Adria (Livio V,33); Mantova (Servio Aeneide X,200) e Melpum (Cornelio Nepote in Plinio III,21).
...domani la 3° e ultima parte

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