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Il sudore

Creato il 04 maggio 2010 da Renzomazzetti

Nel mare l’acqua rinviene il paradiso agognato

e il sudore il suo orizzonte, il suo fragore, le sue piume.

Il sudore è un albero rigoglioso e salmastro,

un mareggio vorace.

Arriva dall’età del mondo più remota

ad offrire alla terra la sua chioma scrollata,

a sostentar la sete e il sale a goccia a goccia,

a illuminar la vita.

Figlio del moto, cugino del sole, fratello

della lacrima, lascia, rotolando sull’aie,

dall’aprile all’ottobre, dall’inverno all’estate,

dorati convolvoli.

Quando i contadini vanno al mattino

a dissodare i campi, interrompendo il sonno,

vestono una blusa silenziosa e dorata

di sudor silenzioso.

Vestito d’oro dei lavoratori,

adornamento delle mani, come delle pupille.

Nell’atmosfera sparge i suoi fecondi odori

una pioggia di ascelle.

Il sapore della terra s’arricchisce e matura:

cadono i fiocchi del pianto laborioso e olente,

manna degli uomini e dell’agricoltura,

bevanda della mia fronte.

Voi che non avete mai sudato, voi che siete stecchiti

nell’ozio senza braccia, senza musica, né pori,

non godrete l’aureola dei pori aperti

né la possanza dei tori.

Vivrete maleolenti, morirete di languore:

l’accesa bellezza è riposta nei calcagni

dei corpi che muovono le loro membra affaticate

come costellazioni.

Consegnate, compagni, al lavoro le fronti:

il sudore, con la sua spada di deliziosi cristalli,

coi suoi lenti diluvi, vi farà trasparenti,

felici, eguali.

-Miguel Hernandez-

 

IL SUDORE

 

IL COLPO ALLA BASE SOTTOMARINA

Quando si son trovati sulla sommità del frontone, nel punto più in vita, al di sopra degli alveoli per cui entravano i sottomarini tedeschi, dove lo sciacquio del bacino si udiva perdersi in quell’inquietante borbottio delle lunghe volte, hanno srotolato la corda che Farfalla inforca, mentre gli altri tre la mantengono tesa. S’è avvicinato indietreggiando all’orlo del terrazzo, col secchio infilato al braccio, la schiena rivolta verso il vuoto. E lì ha detto ancora a Kléber: Purché tenga questo tuo aggeggio! Sì!. S’è lasciato andare un p’ indietro. Molla piano… non troppo in fretta! E’ sceso giù. L’hanno perduto di vista. Si sentiva soltanto il suo peso. L’hanno udito chiamare. Tenete duro, ci penso io, ha detto Kléber. Enrico e Youssef si sono appoggiati spalla contro spalla per resistere meglio. La corda, ha detto Farfalla a Kléber sporto sopra di lui, si consuma contro l’orlo. La sistemo io, ha detto Kléber. Ha avvertito gli altri che continuassero a tirare senza di lui. Ma per impedire alla corda di consumarsi sul filo del cemento, non ha trovato altro mezzo che ficcarci sotto il braccio, caricandosi ventre a terra, lungo il bordo… Poi, ogni volta che farfalla aveva ultimato una lettera, Enrico e Youssef siavvicinavano, Kléber si rialzava, li aiutava a sostenerlo di peso: Farfalla, aiutandosi coi piedi, si spostava un po’ di fianco. E si riappoggiava la corda sul bordo perché fosse meno faticoso reggerlo. Kléber, col braccio, contuso, aveva trovato un altro espediente. Aveva sistemato sottola corda la sua vecchia giacca arrotolata… A tirare così tutti insieme non si sentiva nemmeno il freddo. Tuttavia, poco dopo, Enrico s’era sfilato la giacca. Tieni, mettitela un momento. Ha pensato a Gilberto… Un po’ per uno, allora, ha detto Kléber, decidendosi ad infilarla. Ad ogni manovra, Farfalla diceva a che punto era, per esser sicuro di non dimenticarsi per strada qualche lettera. Quando ebbe fatto Gli Ame… gridò: Tiratemi su. Rimise i piedi sul bordo e disse: Non mi sento più le braccia. Attacca molto questa vernice sul cemento. Non scivola. Tanto più che bisogna fare economia. Basterà appena appena… E non mi pare il caso di andare a prenderne ancora come s’era pensato… Vecchio mio, è vero che il tuo sistema tiene bene… Al suo posto è sceso Youssef. Lui, ogni volta che aveva finito una lettera e che si spostava, domandava quale era quella seguente: Va bene I adesso? Va bene N adesso? Quando arrivò a Gli American, ne aveva anche lui le scatole piene. Farfalla ha ripreso il suo posto, dicendo solamente, nel sollevare il secchio: Quanta ne hai usata, vecchio mio! E’ andato avanti fino a Gli Americani in Ame… Tornato su, ha detto: Uno ha il braccio che se ne va. Ne ho fatta una più di te; e parli di sport! Ce la faremo a malapena con la tinta, dice Moussef. Bisognerà rinunciare alle altre. Sarà per un’altra volta. Ma lasciando ripartire la corda che porta giù Youssef, Kléber l’ha presa per caso nel punto dove, nonostante la giacca arrotolata, s’era consumata sulla cresta di cemento: Youssef, torna su! Ha gridato tirando, presto… Quando Kléber s’è spiegato, ha fatto sentire agli altri la ferita della corda, Youssef può scegliere tra la paura, una paura ritardata ma autentica, già insinuata nelle più piccole pieghe del suo fragile corpo, e l’onore davanti ai compagni: Non si può lasciarla fatta a metà, però, dice. Ci vado io, propone Enrico. Sei mica pazzo! Protesta Youssef, subito pronto a prenderla per un affronto. Sono più leggero di te!… E’ per questo che siamo stati scelti Farfalla ed io. E poi tu non sai nemmeno nuotare, l’ha appena finito di dire Kléber… Vecchio mio! Di nuotare, da quell’altezza, taglia corto Farfalla, non è il caso di parlarne. E nemmeno di Stabilire chi andrà, ma se si può, di andarci… Alla gente che domani vedrà la scritta fatta a metà, dice ancora Youssef, farà l’effetto contrario. Sarà tanto di guadagnato per quegli altri… E aggiunge: Bisogna provare… piano piano. Fafalla ha avuto, sì, l’idea di tagliare completamente la corda e di riannodarla, ma il nodo sarebbe scivolato, il rischio sarebbe stato forse maggiore. Non dice niente… Bisogna tenere la corda prima del punto dov’è consumata, dice Kléber, mettendosi proprio sull’orlo. Si prova. Ma da basso Youssef grida: Sono due volte troppo in alto! Si sporgono, si inginocchiano, si stendono sul ventre, per non essere proiettati nel vuoto. Ma si danno impiccio gli uni con gli altri. Sto ancora troppo in alto, grida Youssef, è spaventoso! Come grida!… Ci farà scoprire, solo che le sue grida siano raccolte da un réfolo di vento! Rimettetevi in piedi, voialtri, forse terrà. Io continuo a tenerlo sotto l’intacco nel caso che… per tenerlo. Dice Kléber. E’ allungato lungo il bordo, le braccia in croce lungo la corda, un braccio dritto nel vuoto, l’altro verso Enrico e Farfalla. Tira dalle due parti con tutte le forze. Tutto il suo corpo è solo un nodo di muscoli che consolida la parte malata della corda… Tiene. Ma bisogna subito spostare Youssef. Tutti e tre sono di nuovo in cima al bordo. Una I adesso, soffia Farfalla. Poi a Enrico: Forse, dopo, si potrebbe mettere subito la A, la gente capirebbe lo stesso. Lascia fare a Youssef, dice Enrico… Youssef! Se vuoi… dopo… metti subito la A; senza C, si capirà lo stesso!… Se vuoi. Sei mica pazzo, dice Youssef. Che figura faremmo? E di colpo: Fate presto, ci sono due luci che arrivano laggiù… E’ vero. Lontano, laggiù, alla fine del bacino, due lampade oscillavano lentamente, a passo d’uomo, ad altezza d’uomo, avvicinandosi. Forse hanno sentito gridare… Quando Youssef ha finito le lampade sono molto vicine. Si cominciano a sentire le voci, che risuonano negli alveoli sottomarini. Senza la C, dice a bassa voce Youssef, avrebbero detto che siamo degli ignoranti. Zitti, dice Enrico. Sono guardie. Se non hanno sentito niente, passeranno senza accorgersene… Noi, qui, comunque, siamo nascosti… Ma si sentono i tipi fermarsi, parlare più forte, poi mettersi a correre sul molo di cemento del bacino. Senza dubbio, le grandi lettere nere sul frontone chiaro della base hanno attirato lo stesso lo sguardo vago delle lanterne. Daranno l’allarme… Per fortuna, scendere è più facile che salire. La parte posteriore della base è fatta da tre ripiani a scalino, alti ognuno poco più di tre metri, e di un grosso blocco di cemento di più di dieci metri, ma su cui si appoggia un grosso mucchio di ghiaietta. Si può lasciarsi cadere da un ripiano all’altro appendendosi con le mani. E, dall’alto del blocco, si ha proprio in faccia il versante di ghiaia, a meno di quattro metri, nel punto migliore per saltare, un po’ più in basso. Ma lì, Farfalla esita… Io non ho più vent’anni, mi ci romperò le zampe e le reni. Già gli altri salti mi hanno dato certi contraccolpi nelle ginocchia. Vedremo voi, alla mia età!… Allora non c’è che un mezzo, taglia corto Enrico… Perché tra un minuto i C.R.S. Saranno qui. Guarda, ecco il proiettore che già si mette a girare. Ti caliamo con la corda! Noi, salteremo dopo… Quando la corda s’è spezzata, lui era già quasi arrivato a terra. Non s’è fatto un gran male nella ghiaia. Gli altri, hanno riso, più che altro, malgrado tutto, come ragazzi, facendo il gran salto verso il pendio di ghiaia dove sono affondati fino alla cintola… Poi hanno corso quasi a quattro zampe, evitando il proiettore, verso la cancellata, l’hanno di nuovo scavalcata a gran velocità. Farfalla, sempre indietro, era ancora in cima, a cavalcioni sulle punte di fil di ferro, quando il proiettore è venuto a posarsi su di lui. S’è lasciato cadere come una massa inerte, come ha potuto, mentre si udivano delle grida e, all’improvviso, un colpo d’arma da fuoco, in aria senza dubbio, ma comunque un colpo d’arma da fuoco… Per fortuna Farfalla era già in piedi e filava come una lepre dall’altra parte del viale, col secchio e il pennello, all’ombra delle case. Da Kléber ci si è fermati un momento per riprender fiato. E’ una casa come le altre. Non c’è ragione che vengano a cercare proprio qui. Attenti ancora a non svegliare mammina, dice Kléber. Vecchio mio, conclude Farfalla, ne abbiamo avute diemozioni E Enrico, serio: Ma lo sapete che è straordinario che ci sia riuscità? Durante la guerra… A ogni modo, taglia corto Youssef, domani si vedrà, Farfalla, chi di noi due ha una scrittura più bella. -André Stil, novella-

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AUDENDUM EST

 

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