Il terrorismo suicida

Da Jolandaguardi

T. Asad, Il terrorismo suicida. Una chiave per comprenderne le ragioni, Raffaello Cortina Editore, Milano 2009

In occasione di una sessione di laurea, mi è capitato di sentire una laureanda discutere una tesi sul martirio nell’Islàm e sostenere – tesi a mio parere totalmente errata – che i musulmani sarebbero, per non si capisce bene quale motivo, “più portati al martirio e al suicidio” degli appartenenti ad altre religioni e culture. Come se la tendenza al suicidio e, di conseguenza, alla morte, fosse consustanziale all’essere musulmani.

A parte la tristezza – non mi viene nessun altra parola – nel sentire affermazioni di questo genere, è evidente che la candidata si basava su una – peraltro molto esigua – bibliografia e che la tesi da lei esposta è una di quelle che circolano e sulle quali ci si forma un’”idea” di islàm.

Il libro di Talal Asad va in un’altra direzione. Soprattutto cerca di analizzare il fenomeno al di fuori della dicotomia “combattenti giusti” contro “terroristi malvagi” e lo inserisce in un discorso più ampio, non accontentandosi di spiegazioni di natura motivazionale (perché lo ha fatto?). Secondo Asad, infatti, l’unicità degli attentati suicidi risiede non tanto nella loro essenza, quanto piuttosto nelle circostanze contingenti in cui hanno luogo.

Questa impostazione lo porta a soffermarsi, dal suo punto di vista, che è antropologico, sulla questione del rapporto con il corpo e la sua distruzione. Se, come afferma Elaine Scarry, il dolore (fisico) è l’unica realtà, esso può essere e nei fatti viene, usato politicamente. Il corpo e il dolore, quindi, vengono inseriti in un discorso che è storico e politico.

Asad in qualche modo va oltre un’affermazione così universale, contestualizzando ulteriormente il rapporto fra corpo/dolore e realtà nel particolare contesto della Palestina e sempre con un’attenzione ai rapporti di potere. In tal modo propone anche un confronto fra guerra e terrorismo suicida e rapporti con il potere, giungendo alla conclusione che, per quanto il potere – divino o terreno – sia tipicamente impegnato a gestire i limiti che costituiscono in vario modo l’umano, esso non vieta l’uccisione di esseri umani (p. 77). Qualunque potere, non solo l’Islàm.


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