L’anno scorso aveva tentato l’impresa, unica nel suo genere, di conquistare in una sola stagione ciò che gli alpinisti professionisti fanno nell’arco di una vita: scalare tutte e cinque le vette sopra i 7mila metri dell’ex Urss e guadagnarsi così l’ambita onoreficenza Snow Leopard. Onoreficenza che è stata assegnata, dal 1981 ad oggi, a soli 567 scalatori. Nella lista, nessun nome italiano. E soltanto in due sono riusciti ad ottenerla in due mesi.
La spedizione di Cala si è arrestata l’anno scorso sulle nevi del Pobeda, a un passo dalla vetta. Ma aveva scalato con successo le altre tre cime, raggiungendo per primo nella stagione il Khan Tengri, discendendo con gli sci la parete nord del Lenin Peak e scalando a tempo di record il Peak Korzhenevskaya. Il Pobeda, a causa dello scontro tra correnti di aria fredda e calda, si è rivelato una montagna “malafemmina”, pericolosa e imprevedibile, come spiega Cala: “A un soffio dalla cima, mancava un giorno, siamo stati bloccati da una bufera di neve che è durata per cinque giorni. La visibilità era di un metro. Abbiamo dovuto rinunciare. Quest’anno voglio terminare il mio progetto”. Oltre al Pobeda, dunque, all’appello manca l’altro picco, il Communism Peak, che è “tecnicamente più facile, ma infido per i crepacci, l’anno scorso ci sono stati due morti” spiega ancora Cala.
L’inizio di questa lunga storia d’amore con la montagna si deve a suo padre, che lo ha sempre portato con sé nei viaggi e nelle scalate, trasmettendogli questa passione. A 12 anni Cala era in cima al Monte Bianco, a 18 sul Kilimangiaro e da lì non si è più fermato.
Ma una spedizione all’altro capo del mondo non ha soltanto a che vedere con la conquista della cima, che certo rimane l’obiettivo primario. È anche un bisogno di avventura, di nuove esperienze di vita, di nuovi incontri. E soprattutto, è una scusa per viaggiare, per scoprire paesi sconosciuti che si trasformano da puntini su una carta a “terre a cui hai dato un volto” come spiega Cala. L’anno scorso queste terre sono state attraversate con due amici fidati: il fratello Alberto che ha accompagnato Cala tra Europa e Asia fino al primo campo base, e il furgoncino Ringo, attrezzato a dovere.
Dal 2003 Cala vive a Pragelato dove ha gestito un ristorante e la pista di sci di fondo delle Olimpiadi invernali del 2006. Tra una scalata e l’altra trova il tempo di dedicarsi agli altri sport ad alta quota come d’estate l’arrampicata e il trail che lo vedrà impegnato il prossimo 20 agosto in una gara di 330 chilometri, la Tor des Geants, lungo tutto il perimetro della Val d’Aosta. Ma ci tiene a sottolineare che “Partecipo a convegni e conferenze perché voglio trasmettere alla gente l’amore per la montagna”. E a giudicare dai tanti appassionati che seguono le sue imprese sui blog, sui social e con ogni altro mezzo che permetta la comunicazione tra le cime più alte del mondo e la civiltà, c’è da dire che è sulla buona strada