Nel 1800 Shelling espresse un concetto: il genio artistico quando crea non si limita a plasmare la materia secondo le tecniche apprese, ma è pervaso da una forza che agisce in lui e che comunemente chiamiamo ispirazione, perché solo laddove c’è ispirazione l’opera non è una volgare crosta ma una vera creazione estetica che esprime in forme finite un significato infinito, qualcosa che ha la capacità di colpire tutti e il cui senso non si esaurisce in quello che ha voluto dire l’artista.
Il concetto d’ispirazione è cambiato e si è evoluto negli anni, per i poeti romantici era causata da un genio interno, per Freud era un prodotto del subconscio, traumi e conflitti che risalivano ed esplodevano all’esterno per trovare, a loro modo, una soluzione, mentre per i filosofi materialisti era la predisposizione a percepire segnali di una crisi esterna.
Nel 2014 l’ispirazione è ancora alla base della creazione e una mostra, che si chiama appunto INSPIRATION, inaugurata al Musée des Arts Décoratifs di Parigi, ci offre uno sguardo a 360 gradi proprio nell’universo visivo di Dries Van Noten.
La mostra si sviluppa in un rincorrersi di foto, quadri, film, vestiti e diventa vetrina dell’evoluzione dei suoi sogni e della sua realtà, come se viaggiassimo attraverso echi mentali che ci descrivono le evoluzioni delle sue ispirazioni che sfociano, infine, in sfilate.

Totalmente diversa, ma anche simile, la mostra di Paul Smith in mostra al Design Museum di Londra, dove le sale del museo diventano fedele ricostruzione del suo studio, luogo di nascita delle idee in un susseguirsi di bozzetti, disegni, libri, pezzi di design e memorabilia che ne fanno parte, senza dimenticare lo storico negozio di Nottingham, che sembrava uno sgabuzzino brulicante di cose. Una mostra molto particolare che ripercorre la sua carriera e il suo immaginario in una direzione inconsueta, la direzione sfaccettata e vorticosa della mente.
Ma queste mostre ci lasciano un pensiero, un’idea latente che ci fa considerare che l’ispirazione nel ventunesimo secolo, forse, altro non è che un ibrido, un mescolarsi di immagini, flashback, stupori e suoni. Cosa altro potrebbe essere in un mondo dove siamo bombardati costantemente da mille informazioni al secondo? Sotto quali bombe siamo? E questo bombardamento costante che cosa porta nel mondo della moda? Siamo ancora percezioni di crisi esterne o esternazione di forme finite specchio di significati infiniti?
Risposte esteticamente contrastanti ed ispirazioni otticamente diverse ci arrivano dalle passerelle autunno inverno 2014, ma superando i confini della bellezza e arrivando al vero essere degli abiti si capisce che il significato è comune.
Gli stilisti ci stanno indicando la direzione di questo bombardamento: la cura del dettaglio. È li che l’ispirazione, il nuovo ibrido, può esprimere il suo concetto ultimo.
Per meglio sottolineare tutto questo possiamo esaminare tre sfilate che a prima vista sembrano completamente differenti.
Partiamo dal sottobosco di McQueen, dove in un’aria umida passeggiano delle presenze che richiamano il racconto di “la Bella e la Bestia”, a volte incanti eterei truccate e vestite di bianco, a volte minacciose figure avvolte nella pelliccia scura e truccate di nero, e a volte sembra che i due personaggi quasi si fondano in un ibrido oscuro e fragile al tempo stesso. Ma al di la delle bellezze selvagge e delicate che percorrono le vie della fiaba inseguite da violini e la voce di Bjork, è sulla superba realizzazione dei capi che ci si deve soffermare.

Ogni capo, ogni look ipnotizza lo sguardo per la sua forza di espressione, che risiede nella magia che solo una manifattura quasi di haute couture sa dare. I pizzi san gallo e il satin lavato, i cappotti e gli abiti intarsiati di piume e pelliccia cuciti a mano, i velluti floccati, la vernice trapuntata e i gioielli, vere e proprie reti di foglie in argento, il tutto accompagnato da superfici lavorate a strati, ricamate con punto smock, sagomate, pieghettate, ornate di pompom. Ogni capo nasconde in se un lavoro degno dei migliori artigiani.
E dalle brume incantate passiamo a Burberry che con le sue “Bloomsbury girl” celebra un look artsy e decisamente english. In un atmosfera languida e malinconica sfilano sulla musica dei Rhodes e di Paloma Faith, entrambi straordinariamente e straordinari dal vivo, delle donne bellissime, eleganti e riflessive avvolte in cappotti di shearling lunghissimi, caban, peacoats, trench e ponchos dalle proporzioni avvolgenti di ispirazione london. Ogni superficie è interamente dipinta a mano per farne creazione unica e mai uguale: abiti e capospalla, scialli ampi e portati sulle spalle come coperte di linus, booties a tacco alto e borse a mano, tutto è esclusivo ed irripetibile come il segno dell’artista, un piece of art.

E infine arriviamo forse al più ispirato di tutti: Valentino, che con la sua Haute couture, ma questa volta Primavera/Estate 14, ha dato vita alla meraviglia del dettaglio. Ogni abito su cui le mani leggere della sartoria di alta gamma, le famose petite mains dei laboratori francesi e romani, hanno passato migliaia di ore per dare vita all’Ispirazione e su uno sfondo realizzato attraverso le scenografie di Maurizio Varamo del Teatro dell’Opera di Roma, vivono tenui le creature dei due designer Chiuri e Piccioli. Incontriamo subito nella prima uscita l’incarnazione dello spartito della Traviata di Verdi, per proseguire con le eroine de La Bohème di Puccini e alla Carmen di Bizet, intervallati da personaggi avvolti in sublimi ricami e applique, eseguiti rigorosamente a mano, ballerine del lago dei cigni, fino ad arrivare ad uno degli attori principali: il leone stilizzato nella sua savana naif. Ma nonostante tutto, tra gli abiti spettacolari, dove incredibile spicca il lavoro di artigianato, anche le uscite apparentemente più semplici e lineari riescono a colpire l’occhio dello spettatore, poichè è l’arte del taglio che arriva a riempire lo sguardo.

“Alcuni abiti hanno richiesto 2.200 ore di lavorazione e c’è una gonna ricamata come un arazzo che ha impiegato più di 50 toni di colore di filo diversi. La cosa più radicale, la cosa più rivoluzionaria del momento è il fattore umano: investire sulla sartoria non è solo un investimento sulla couture, settore che comunque sta andando benissimo. Resta per noi una lezione sull’artigianato, come simbolo e come valore”.
Concludendo, credo che Shelling avesse ragione, già 200 anni fa, è il gesto che, riempito di ispirazione, da significato alle opere.
A cura di Martina Cotena.
