L’uomo cammina sul marciapiede. Ha le mani nelle tasche di un giubbotto di renna leggero, un paio di pantaloni morbidi, forse grigi, forse sul celeste, il passo un po’ spenzolante e l’aria svagata. Si ferma, guarda le macchine che passano sulla strada battendo le palpebre leggermente disorientato. Può essere chiunque, ma adesso è semplicemente l’uomo che cammina sul marciapiede. Intorno a sé non c’è traccia della sua esistenza, della casa in cui abita, un bilocale in affitto nella periferia sud-est di Roma, la nebulosa delle cose che compongono la sua vita non rileva la presenza di una moglie da cui è separato, di due figlie di tredici e diciotto anni, una delle quali si chiama Anna, l’altra Manuela, tutto è dentro di lui, o dietro di lui, ben nascosto alla vista di noi mortali. Quest’uomo ha l’aria tranquilla, eppure avrà anche lui i suoi guai, ha i primi bottoni della camicia sbottonati, non li abbottona mai perché è il suo modo di dimenticare le rogne finanziarie, i prestiti che ha dovuto chiedere per sopravvivere alla separazione, il pensiero di suo padre che si porta a spasso il sacchetto della colostomia. Lui è semplicemente due mani ficcate nelle tasche di un giubbotto, una testa mezzo calva che avanza all’alba lungo una strada smorta, accanto a una fila di palazzoni osceni che sorgono davanti a un campo di erbacce e spazzatura. Lì, nell’istante che lo vedo apparire dentro lo specchietto retrovisore della macchina, che guardo i suoi tratti insignificanti, che credo di riconoscerlo per quello che non è.
