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In libia ci fanno fuori

Creato il 21 luglio 2015 da Conflittiestrategie

images (3)In Libia l’Italia si è fatta fottere: dai falsi amici a cui è legata da patti di sottomissione sempre più diseredanti; dai suoi (s)governanti legati alla cadrega ma non al bene della nazione. Il principale responsabile del disastro libico resta Silvio Berlusconi. Dapprima, il Cavaliere ci aveva illuso con le triangolazioni energetiche Roma-Mosca-Tripoli che, spesso, diventavano veri quadrangolari o pentangolari economici, con l’inclusione di Algeri e Ankara, attraverso incroci di pipeline e progetti di prospezioni (esistenti o potenziali) alquanto interessanti. Il gioco italiano sulla quarta sponda funzionava così bene che qualcuno ha pensato di espellerci una volta per tutte da quel territorio di procacciamento di affari e relazioni, per soppiantarci senza troppi complimenti.
Gli Stati Uniti, mandando avanti francesi ed inglesi, ci hanno fatto lo sgambetto proprio mentre eravamo lanciati all’attacco di nuove situazioni redditizie che aprivano spazi di investimento e profittabilità quasi esclusivi. Ma l’Italia, dopo decenni di svendite di sovranità, non ha le forze per agire da sola. Con una guerra al nostro alleato Gheddafi, incredibilmente appoggiata dal nanetto (in senso politico più che fisico), il quale fino a poco prima aveva preso iniziative di segno totalmente opposto (scuse italiane per il periodo colonialistico e risarcimenti miliardari), siamo stati messi in panchina, con azzeramento dei nostri sogni di gloria nel Mediterraneo. Dopo una flebile resistenza agli usurpatori atlantici il piccolo statista con manie di grandezza nei calzoni si accodò ai guerrafondai, piegandosi ai ricatti di Obama, Sarkozy e Cameron che ormai lo tenevano per i coglioni minacciando ritorsioni sulle sue aziende . Quando il rais della Jamaria libica fu, infine, torturato ed ucciso, per mano di esaltati islamisti, armati e aiutati dagli occidentali, Berlusconi pronunciò il motto latino; sic transit gloria mundi. Pover’uomo, non sapeva che: “proditores etiam iis, quos anteponunt, invisi sunt” (I traditori sono detestati anche da quelli che hanno favorito), ed, infatti, poco appresso anche a lui toccò di sloggiare, sebbene in maniera meno cruenta. E’ vero che la patria era già stata liquidata alle sue spalle dal Colle e dagli ominicchi di Palazzo, i quali per trenta denari ucciderebbero le loro madri, ma era lui a rivestire la carica esecutiva più alta e stava a lui impedire il grande tradimento contro Tripoli ed i nostri interessi. Non lo fece e merita tutto il disprezzo possibile. La Storia, da gran signora qual è, passa sulle tresche ma non sulle defezioni. Berlusconi un giorno sarà criticato a causa di tutto quello che non seminò e non esaltato per quello che inseminò senza pudore. Ora che la Libia è nel caos, cioè in mano a chi nel disordine si trova a suo agio per averlo pilotato (Washington), il nostro orticello si fa sempre più infimo e remoto. Ma non basta, perché vogliono toglierci ogni piccola zolla di terra che produce ancora qualche vantaggio. Attentati e rapimenti sono l’antipasto. Se non ce ne andiamo con le buone subiremo le cattive. Quattro italiani sono stati rapiti domenica nei pressi dell’impianto della Mellitah Oil & Gas, a 60 km da Tripoli, sede della stazione di compressione del gas libico. Come scrive il Sole: “Da qui parte “Greenstream”, il più grande metanodotto sottomarino in esercizio nel Mediterraneo; il gasdotto, realizzato nei primi anni del 2000, approda al terminale di Gela, in Sicilia. Fornisce all’Europa 10 miliardi di metri cubi di gas all’anno: due miliardi per l’Italia e il resto per gli altri Paesi”. Qualcuno vuole toglierci anche questa fettina di torta, e non si tratta sicuramente degli oltranzisti di Allah, meri esecutori materiali di ordini che nemmeno comprendono. Dagli amici mi guardi “d’io”…


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