Magazine Cultura

In the End (ricordando Jim Morrison)

Creato il 05 luglio 2011 da Iannozzigiuseppe @iannozzi

di Iannozzi Giuseppe

ricordando Jim Morrison
l’ultimo vero ribelle

Quando tiri le cuoia, di te non gliene frega più niente a nessuno.
I medici rassicurano i familiari che s’è fatto tutto il possibile, poi una stretta di mano sudaticcia, e lacrime; e crisi isteriche, più d’una, ma da una sola donna, che può essere o la genitrice o l’amante.
O più spesso un’unica crisi isterica dal silenzio e nessuno intorno.
Capita. Ma non è così brutto come chi rimasto in vita dice che sia: la morte è soltanto un non esistere, niente coscienza di sé né conoscenza da assorbire. Avete presente quando si fulmina una lampadina? La morte è la stessa cosa: un filo di tungsteno, incandescente, attraversato dall’elettricità, che fa luce; poi uno sbalzo di corrente, il filo si spezza, la luce se ne va, il filo pende inerte dentro la polla della lampadina. Non ci credi: provi l’interruttore più e più volte su on e off, ma il buio regna là dove un momento prima c’era una luce da quaranta candele o anche da settanta o in rari casi da cento. Ma cento candele sono tante. Resta solo da svitare la lampadina. Domani si vedrà, una nuova: la vecchia finisce in frantumi nel cestino dei rifiuti.

In the End (ricordando Jim Morrison)
E’ facile far luce, altrettanto facile è diventare parte integrante del buio, una lampadina fulminata.

Ti mettono in una specie di cassa da morto, solo che è nera e senza fronzoli: sembra una cosa uscita da un filmaccio di fantascienza, una capsula per l’ibernazione; invece è una scatola di ferro, scomoda. Ti mettono lì dentro, chiudono, poi ti portano via e sei già in un freddo obitorio: ma a te non te ne frega più niente, né hai paura, semplicemente è finita. Quando stavi morendo, l’ano ti si è stretto, perché non volevi andartene, hai cercato di fare i pugni, di stringere i denti: niente, alla fine solo un goccio di urina gialla e sporca, e poi un rilassamento dell’ano, ma non esce la merda, però arriva quasi a vedere la luce, la fine dell’intestino. La morte è sporca, puzzolente, un corpo che da caldo si fa freddo: due giorni e chi ti conosceva non ti riconosce più, dopo sette giorni appena della persona che eri rimane una cosa patetica. Le lampadine sono di tungsteno e vetro perlopiù: quando smettono di far luce, finiscono tra i rifiuti, ma loro non puzzano, è tutto il resto che le seppellisce in un olezzo nauseabondo.

Il camion ha preso in pieno la mia Cinquecento: quel figlio di puttana era ubriaco, è sempre così.
Quando sono arrivato in ospedale ero già mezzo dissanguato.
Ci hanno provato a ricucirmi, a non farmi uscire il cervello dal cranio.
Non è servito: sforzi vani.
Alla fine hanno messo sulla faccia maciullata un lenzuolo bianco, niente di speciale, semplicemente una cosa ruvida, meno d’un sudario.
Nessun olio o profumo.
La morte non ha una coscienza per il cadavere e non ne ha nemmeno una per sé.
Niente che ti faccia ridere o commuovere come in un film di Tim Burton.

* * *

Non era una cattiva ragazza. Non era buona. Era.
Beveva come una spugna: a trentacinque anni era già piena di vene varicose.
Aveva la faccia ridotta male, quella d’un boxeur: i capillari tutti rotti.
Quando non aveva alcol in circolo, tremava, sudava, più isterica d’una tigre in gabbia: c’era poco da scherzare con Anna.
Aveva sempre la fronte lucida di sudore: colpa dell’alcol. Ma se non si sbronzava era peggio, più d’un drogato perso senza metadone.
Non aveva mai pensato di smettere.
Diceva sempre che non sarebbe cambiato niente smettendo, quindi tanto valeva continuare a ubriacarsi e dimenticare.
Le chiedevo: “Che dovresti dimenticare?”
Mi rispondeva tacendo.
Suppongo volesse dimenticare di esistere.
M’ero messo con Anna non per pietà né per provare come si sta a stare insieme a una pazza. Con lei ci stavo perché per pochi spicci me lo dava: solamente amore anale per me. E Anna era una delle poche donne che se lo prendevano tutto senza alzare lagne al cielo. Le venivo dentro, poi uscivo: non la toccavo: mi concentravo solo sulle natiche, il resto di lei non m’interessava.
Divenne il mio buco da riempire, dopo una dura giornata di lavoro e una paga da schifo.
Divenne la mia donna: cominciai a portarle una bottiglia di whisky, lei la prendeva, ci si attaccava, e io glielo sbattevo dentro mentre lei continuava a bere tranquillamente dal collo della bottiglia.
Ero certo che l’avrei trovata morta un giorno.
Era una spugna, non ho mai visto qualcuno con tanto alcol in corpo.
Da giovane doveva esser stata bella: ne aveva trentacinque ma ne dimostrava cinquanta e passa.
Era alta, l’alcol non la piegava. Da giovane doveva essere un gran bel tocco di femmina.
Un vero spreco.
Era meglio che ne approfittassi, o l’avrebbe fatto un altro: non c’era da farsi masturbazioni mentali. A lei andava bene e finché mi dava quello che volevo una bottiglia gliel’avrei trovata.
Non le volevo bene.
Lei, del resto, non ne voleva a me.
Ma avevamo bisogno l’uno dell’altra. E non potevamo fare niente per cambiare questa situazione.

* * *

Non so: Anna a quest’ora si starà sbronzando come suo solito. O forse no.
Non ha soldi da parte e di fare la puttana non le piace. La dà, o lo dà via per una bottiglia, ma solo se… solo se… ha la sua morale, diciamo così.
Volendo te lo succhia anche l’uccello: però ha l’alito di alcol, e quando te lo prende in bocca il glande ti brucia da impazzire.
Forse a quest’ora sarà in crisi d’astinenza.
O avrà trovato un altro amante che glielo paga un bicchiere o due di whisky.

Il camion m’ha preso in pieno.
Avevo litigato con Anna: non so il motivo. Però m’ero scolato l’ultimo goccio nella bottiglia. Questo affronto non me l’ha lasciato passare liscio. S’è gettata come una furia su di me, m’ha preso alle spalle: colpi su colpi, pugni forti, non di quelli che danno le donne con le lacrime agl’occhi con il solo scopo di accarezzarti nonostante tutto il male che gl’hai fatto. Lei i pugni li tirava forte, più d’un uomo: aveva una forza incredibile, da marinaio. Avrei potuto farle qualsiasi altra cosa, ma l’aver buttato io giù tutto d’un fiato l’ultimo goccio di whisky le aveva annebbiato il cervello completamente.
Forse il litigio fra noi iniziò proprio per questo motivo.
Me ne andai con la schiena rotta e il respiro incastrato nei polmoni.
Facevo fatica a respirare.
Ma non ero arrabbiato.
Con Anna ci avevo litigato, però non ero veramente arrabbiato con lei. Del resto, non ero nemmeno veramente innamorato di lei.

* * *

La radio frullava musica, la vecchia triste voce di Jim Morrison. Poi, una curva e la frequenza persa: al posto della musica un notiziario locale che diceva d’un pazzo ch’era entrato in una villa e aveva compiuto un vero massacro, tutta la famiglia falciata dalla sua furia omicida. Non si conosceva il motivo, ma pare che la famiglia lo conoscesse e che più d’una volta fossero venuti alle mani per motivi banali.
Poi più niente.
Lo scontro.
Quello era ubriaco.
Io avevo solo un goccio nello stomaco.
Quando m’hanno tirato fuori dalle lamiere, respiravo ancora. Però ero più di là che di qua.
Ci hanno provato a cucirmi.
Non è servito.

Con la morte non c’è niente da fare: è un vizio perenne, peggio dell’alcol.
Un vizio che provi una sola volta e che ti mette sottoterra.
Non c’è poesia nella morte, non ci sono sepolcri foscoliani che tengano: tutte fregnacce, una lapide non è, semplicemente. Un epitaffio è qualcosa che qualcun altro ha pensato al posto di te: che ci sarebbe di bello o confortante in tutto ciò?

Questi sono stati gli ultimi istanti della mia vita.
Nessun tunnel, nessuna luce.
Quando una lampadina si fulmina, per un istante la luce che promana è più intensa delle sue reali capacità.
La stessa cosa accade a chi muore: lo capisce che è finita, in un istante, o meno, tutta la memoria gli torna a galla e gli si dipana, esce fuori dalle nebbie, tutto appare chiaro.
E capisce che dopo quella chiarezza di idee, di memorie credute lontane per sempre, non ci sarà più nulla.
E in quel momento lascia andare un goccio di urina e stringe l’ano quanto più può.
Non serve.
Uno spasmo. A volte neanche quello.
Resta solo una parola che tu non pronuncerai: FINE.


aquistando un libro aiuti anche a sostenere questo blog

In the End (ricordando Jim Morrison)

In the End (ricordando Jim Morrison)

In the End (ricordando Jim Morrison)

anteprima del libro

Acquista

acquista il libro

Iannozzi Giuseppe's storefront

http://stores.lulu.com/iannozzi

Tutti i titoli disponibili anche in formato ebook

ebook


donate

sostieni questo blog e la libertà d'infromazione

Sostieni questo blog, sostieni la cultura e la libertà d’informazione.


Ritornare alla prima pagina di Logo Paperblog