di Iannozzi Giuseppe
Quella sera era uguale a tante altre: come sempre si discuteva del più e del meno, facendo i conti, ma mai tornavano, ché il meno era sempre di più. E tu guardavi il mondo di fuori attraverso i vetri rotti della finestra, soffrendo stanchezza: tutto t’appariva uguale, e le chiome commosse dal vento d’estate non ti portavano gioia. Fuggivi lontano con la mente in cerca d’un riparo in te stesso, ma poi l’amico ti batteva con un sorriso e dal sogno riemergevi rassicurando tutti che era stato un niente, solo un passaggio di tempo di cui non t’eri reso conto. E noi lì, tra l’imbarazzo e la gioia dura a venire, ti guardavamo mentre chinavi il capo abbozzando un sorriso non vero. Era disturbo cercarti ancora con uno sguardo. Ed allora portavamo gl’occhi su un particolare, una brocca piena d’acqua, che era lì sul desco da sempre: da quanto tempo, nessuno di noi avrebbe saputo dire. Così si restava nell’infinito, quando di dentro le anime facevano orgia di dolori sconfitti, impossibili, per poter esser dati in pasto alla sete, quella che avremmo voluto affogare sfogando nostra impotenza per dirti, per rassicurarti che non eri solo. Eppure ci si rendeva conto che non sarebbe servito farti sapere che la solitudine non è camminare nell’infinito. Ognuno di noi ne era consapevole.
