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Interstellar. 5 motivi per odiarlo, 5 per amarlo

Creato il 14 novembre 2014 da Luigilocatelli

È nei cinema da una settimana, e non si smette di parlarne. Film intorno al quale si è scatenata una vera cultural war tra entusiasti e demolitori. Io mi sono diviso in due. Anche se, come ho scritto nella recensione, per conto mio i segni più prevalgono sui meno. Eccone un catalogo ragionato.
FL-18247rv2Da odiare perché
1) Il mélo familiare.
“Babbo, quando tornerai? Me l’hai promesso”, strepita la figlioletta non appena il genitore se ne parte per salvare l’umanità, mica niente. Lo ripeterà ossessivamente per tutto il film, da ragazzina, da young adult, da signora, da vecchia. Fatela tacere. Nei suoi momenti peggiori Interstellar è uno zuccherificio inquinante cui i Nas purtroppo non han messo i sigilli.
2) Le tediose spieghe astro-scientifiche. Scusi signor Nolan, anzi scusate signori Nolan (includendo anche il fratello sceneggiatore), a noi che c’importa che ci informiate -  con dialoghi che son zeppe all’azione – su black holes, wormholes, cunicoli spazio-temporali, quarta e quinta dimensione e via annoiando? Noi si va al cinema, delle dispense di astrofisica non sappiamo che farci.
3) Lo spreco di un attore come Matthew McConaughey. Perché mai prendere il migliore oggi su piazza (vedi Dallas Buyers Club, vedi il magnifico dialogo con DiCaprio in The Wolf of Wall Street) e affidargli battute impossibili? Mi riferisco ancora e sempre alla parte di famiglia della storia. Quando il povero Matthew è costretto a vedersela con i due figli, piccoli o grandi, col suocero, col ricordo della moglie defunta ecc. c’è da turarsi le orecchie, e mica per colpa sua. Lo stesso vale per Jessica Chastain, anche lei una delle più brave in circolazione, cui vien servito il peggior personaggio della sua carriera.
4) Ma gli altri cosmoviaggiatori? Sì, l’abbiamo capito che al regista interessano solo Cooper il pilota, Cooper il Salvatore, e la sua bisbetica figliola, ma visto che sulla Endurance ha infilato anche qualche altro personaggio, che almeno se ne curasse un attimino. Macchè. La Amelia Brand (pure lei percorsa da fantasmi edipico-incestuosi nei confronti del babbo) di Anne Hathaway non vive mai di vita proprio e si capisce fin troppo bene che è stata messa lì per opzionare il ruolo di protagonista nel sequel. Ma vogliamo parlare degli altri della crew? Cui vengon dedicate sbrigativamente sì e no due inquadrature a testa e vengono subito tagliati fuori. Tanto valeva neanche imbarcarli.
5) Le prevalenza del collettivo sull’individuo. La parte più inquietante e oscura di Interstellar sta nella sua enfasi (ne è portatore soprattutto il Brand di Michael Caine) sulla necessità di salvare non l’uomo, non il singolo, non i singoli, non gli individui, ma l’Umanità, la Specie umana. Tutto è subordinato a quell’obiettivo. Noi non siamo, noi non esistiamo se non come particelle elementari di un insieme. In una visione organicistica e, ebbene sì, collettivistica in cui l’uomo con la minuscola è ridotto a formica dell’immenso formicaio, atomo anonimo, corpuscolo di un’entità che lo risucchia, lo avvolge, lo sovrasta, lo stritola.

Da amare perché
1) L’ambizione al Grande Romanzo. Altro che minimalismo, altro che storie tinello e cucina. Nolan, nel bene e nel male, pensa sempre e realizza su scala gigante, è fortunatamente affetto da titanismo irrecuperabile, è tra i pochi al cinema, e non solo in quello, a puntare oggi alla grande narrazione. L’aveva già fatto in Inception e nella trilogia del Cavaliere oscuro, ci riprova qui, riuscendoci. Interstellar è di una magnifica complessità, moltiplica le tracce di racconto, le trame e le sottotrame, portandoci nel labirinto ma trovando – e trovandoci – anche la via d’uscita.
2) È sci-fi umana, non sci-fi giocattolo. Ho sempre amato Odissea nello spazio, Solaris, Incontri ravvicinati del terzo tipo e ho sempre detestato Star Wars. Alla fantascienza con robottini e robottoni e spade laser, antenata dell’estetica e della narrativa dei videogames, preferisco quella che si interroga su chi siamo, da dove veniamo, dove stiamo andando. Interstellar queste domande – magari sbandando e tromboneggiando – se le fa, e ce le fa.
3) Il senso del meraviglioso. Come Nolan, nessuno. Nessuno come lui che sappia strapparci alla nostra piccola poltrona da multisala e scagliarci nel cosmo. Nessuno che ci faccia percepire come lui l’ignoto, l’immenso, il meraviglioso. Con Interstellar sprofondiamo in oceani sconfinati percorsi da onde alte come montagne o ci perdiamo su pianeti di ghiaccio, così come ci inabissavamo nei sogni e incubi di Inception. Pochi film negli ultimi anni son stati così capaci di avvincerci.
4) La citazione hitchcockiana della sequenza iniziale. Cooper e figlia che inseguono con il pick-up (o è una jeep? sorry, non ricordo) nel campo di mais il drone impazzito è l’esatto remake – a parti rovesciate – della scena di Intrigo internazionale con Cary Grant braccato dall’aereo. Prova inconfutabile di come Nolan non solo il cinema lo faccia, ma lo ami.
5) La fotografia di Hoyte van Hoytema. Lo svedese-olandese che abbiamo visto all’opera in La talpa e Her porta qui, in questo colosso, la sua cinematography come impastata, spessa, collosa, materica. L’opposto di quel nitore algido e ipertecnologico cui i film ad alto budget e alto spettacolo ci hanno abituati. Il che conferisce a Interstellar una visualità anomala e spiazzante, trasformando il vuoto e l’astrazione dello spazio cosmico in un che di tattile, di organico, di corporeo, in esperienza sensoriale.


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