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Intervista a Domitilla Pirro (ha vinto la quinta edizione di 8×8) e Matteo Alfonsi (editor)

Creato il 03 giugno 2013 da Viadeiserpenti @viadeiserpenti

Domitilla Pirro con il racconto Sote’, ha vinto la quinta edizione di 8×8, che si è conclusa a Torino il 18 maggio scorso. Abbiamo intervistato l’autrice e l’editor Matteo Alfonsi (Indiana editore) che ha editato il racconto.

Qui Sote’ e gli altri racconti arrivati in finale.

Intervista a Domitilla Pirro (ha vinto la quinta edizione di 8×8) e Matteo Alfonsi (editor)
Intervista a Domitilla Pirro

Quanti anni hai? Di dove sei? Che cosa fai?
28 anni, romana, scrivo.

Come ti descrivi, in tre aggettivi?
Alta, riccia e paracula.

Che cosa vuoi fare da “grande”?
Voglio lavorare con le parole.

Quali sono i tuoi autori di riferimento?
Il Nabokov di Lolita e il Rodari de Il refuso.

Ti aspettavi questa vittoria?
No, ma l’ho sognata nei dettagli.

Come è stato il lavoro di editing?
Breve ma intenso. No, scherzo. Divertente e stimolante. Matteo ha avuto molta pazienza con me.

Come mai questa scelta di usare il dialetto?
In nessun altro modo avrei saputo raccontare questa storia.

Prima di questo racconto avevi già scritto o pubblicato qualcosa?
L’estate scorsa è uscito un mio racconto sull’inserto torinese di «Repubblica». Per il resto ho pubblicato due saggi d’argomento cinematografico e un buon centinaio di recensioni, online e non.

Adesso che cosa ti aspetti?
Che mi caschi in testa una tegola.

Domani che cosa farai?
Scriverò.

Intervista  a Matteo Alfonsi

Ha vinto il “tuo” racconto Sote’ di Domitilla Pirro. Una sorpresa, una conferma?
Sì, ha vinto il racconto di Domitilla Pirro. Sapevo che era un buon racconto e sapevo che lei lo avrebbe letto bene.

Contenuto, stile, scrittura. Come lo definiresti in pochi aggettivi?
Domitilla in questo racconto ha una scrittura densa ma scorrevole che produce uno stile parlato, un’oralità senza filtri che rende quasi secondario un contenuto comunque disturbante. 

Puoi elencarci i suoi pregi e difetti?
Il suo pregio è la scrittura, è un racconto in cui Domitilla dimostra di saper gestire un certo tipo di voce. Un altro pregio è di aver scelto un tema accattivante e che può fare appiglio sulla memoria del lettore, nutrirsi dei suoi ricordi. Ma questo è anche il difetto principale del racconto: non nasce da un’esigenza comunicativa, dal bisogno di raccontare un certo tipo di storia.

Quali margini di intervento ci sono su un racconto breve come questo?
In questo caso non credo molti. Il racconto era già lavorato, con una lingua cristallizzata e perfettamente adatta a un certo tipo di lettura. La narrazione era costruita sulle oscillazioni linguistiche e umorali della protagonista, abbiamo cercato quindi di rendere meno ellittica la narrazione, avvicinare il lettore a quella voce.

Quanto incide sul buon esito del tuo lavoro avere a che fare con un autore alle prime armi?
Sicuramente un autore già pubblicato conosce l’iter di lavorazione di un libro e quindi è più disposto ad accettare i suggerimenti, ma credo che gli approcci varino da persona a persona. È naturale che ogni scrittore difenda quello che ha scritto, non sarebbe un buon segno se non lo facesse.  

Se questo racconto non fosse stato selezionato da 8×8 ma ti fosse capitato casualmente sotto gli occhi, lo avresti comunque preso in considerazione?
Da un singolo racconto è abbastanza difficile trarre indicazioni generali. In questo caso avrei forse preso nota del nome dell’autrice aspettando di leggere altro.

Quali scenari si apriranno per Domitilla Pirro?
Spero i migliori possibili. 

Quali sono le maggiori soddisfazioni e i peggiori rimpianti nel mestiere di editor?
Nella mia breve esperienza le soddisfazioni maggiori le ho ricevute dal rapporto con gli autori con cui ho lavorato. Di rimpianti, per ora, non ne ho molti; ci sono libri che avrei voluto fare ma che per una serie di motivi non siamo riusciti a prendere, ma non li definirei dei rimpianti. 

Intervista a Domitilla Pirro (ha vinto la quinta edizione di 8×8) e Matteo Alfonsi (editor)
Cogliamo l’occasione per parlare di Indiana, giovane casa editrice milanese. Ci puoi fornire qualche dettaglio?
Indiana è una casa editrice fondata nel 2011 e che manda in stampa più o meno un libro al mese. Si occupa di narrativa italiana e straniera e di saggistica, soprattutto divulgativa. Nonostante sia una piccola casa editrice, è riuscita a pubblicare autori di assoluto valore letterario come Michael Chabon o Matteo Galiazzo, o a portare al pubblico un’esordiente di sicuro avvenire come Eleonora C. Caruso. 

Il mestiere dell’editor sembra essere incalzato dal self-publishing dilagante. È un mestiere a rischio? Lo sono tutti i mestieri tradizionali dell’editoria?
Dal mio limitato punto di vista, non credo che il self-publishing sia un fenomeno che possa mettere a rischio l’editoria e i suoi mestieri, almeno per ora. Le case editrici costituiscono ancora un soggetto fondamentale nella produzione di cultura e ci sono ancora molti fattori che le rendono indispensabili. Quando si sceglie un libro poi si dovrebbe inserirlo all’interno di un progetto, valutarlo anche in un insieme. L’obiettivo di ogni editore dovrebbe essere costruire il suo lettore, fidelizzare un acquirente, trasformarsi quasi in un consigliere fidato. Poi, quando il libro è fatto con onestà, hai la garanzia che un gruppo di persone ha creduto in quel progetto e ha scelto di investirci dei soldi. Non credo sia una minaccia quindi, anzi. Molti editor in tutto il mondo hanno cominciato a interessarsi ai libri pubblicati su queste piattaforme, e se probabilmente la manualistica può soffrire la concorrenza, il self-publishing resterà comunque un pozzo di imitatori di saghe alla moda. 


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