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Intervista a Giuseppe Merico

Creato il 24 ottobre 2012 da Paolo Franchini

Nome : Giuseppe
Cognome: Merico
Ultimo lavoro: Il guardiano dei morti

Hai carta bianca: descriviti come preferisci.

Sono un cubo con dentro un cuore: primo.
Sono un complicato delta di fiume: secondo.
Sono all’infinito, ma con l’opzione risate: terzo.

Il guardiano dei mortiTi va di raccontarci il tuo ultimo lavoro?

E’ la storia di un uomo di una trentina d’anni, un mio alter ego di nome Mimino che lavora nel cimitero di uno sperduto paese del Salento, un uomo che nella sua vita non è mai riuscito a completarsi e che è vissuto sempre al riparo del malsano ombrello protettore della sua famiglia formata da padre con il quale non è mai riuscito a stabilire un vero rapporto di comunicazione e che è morto da poco colpito da un male al cervello e da una madre troppo presente e che adesso è malata.

Il romanzo si apre con una morte, un sospetto suicidio, avvenuta con un colpo di fucile nel cimitero dove presta servizio come tutto fare il protagonista del romanzo, a seguito di questo fatto Mimino decide di prendersi in carico e portarlo a vivere con sé e con la madre, il bambino, Mirko, affetto da disturbi psichici e che era stato adottato e aveva vissuto sempre con il custode, quest’ultimo è la persona la cui morte dà avvio alla storia. In questo frangente, nei giorni in cui i poliziotti si recano nel cimitero per far luce sulla morte del custode, Mimino fa conoscenza con un poliziotto venuto da Roma e che sarà uno dei personaggi chiave della narrazione.

Altra figura che ho voluto descrivere è Carmela, la prostituta del paese della quale Mimino è innamorato, ma questa donna ha attirato anche l’attenzione di uno dei due boss della piccola comunità, un mafioso di nome Salvatore, che da anni tenta di risolvere un antico conflitto il fratello, che ho chiamato semplicemente, Il fratello, anche lui uomo di mafia.

C’è da dire che Mimino, dopo la morte del padre è sprofondato in una grave forma di depressione che lo porta a profanare i corpi dei cadaveri con i quali si trova quasi giornalmente a contatto, in modo, pensa lui, di riuscire a trovare una soluzione che lo renda in qualche modo capace di comprendere la morte del padre e la morte in generale come fatto costituente l’esistenza. Si snoda quindi un romanzo corale che porta il lettore a indagare sui risvolti più scuri dell’animo umano e delle sue debolezze.

Quando hai iniziato a scrivere, sapevi già che – prima o poi – ti saresti imbattuto in un romanzo come questo?

No, non so mai quello che sto scrivendo fino a quando non mi rendo conto che non posso fermarmi più.

Hai mai ballato sotto la pioggia?

Sì, ascoltando Senza Vento dei Timoria in un’estate degli anni novanta.

Esiste un libro che avresti voluto scrivere tu?

Probabilmente Cuore di tenebra di Conrad.


La tua canzone preferita è…?

Non so, ne ho centinaia, forse di più, sono un grande ascoltatore di musica.

Che rapporto hai con la televisione?

Quello che si ha le grucce, anzi le ritengo più utili, servono a qualcosa, in compenso condividono lo stesso posto con la mia televisione da anni: l’armadio.

Intervista a Giuseppe Merico

Giuseppe Merico (foto di Basso Cannarsa)

E con il cinema?

Sì, il cinema è ok, ci vado spesso. Penso che i film siano fatti soprattutto per il cinema.

Hai mai parlato al telefono per più di due ore?

No.

Ti piacciono i proverbi? Ne usi uno più spesso?

Non li uso mai, ma non mi dispiace ascoltarne qualcuno quando capita.

Hai tre righe per dire quello che vuoi a chi vuoi tu. Ti va di usarle?

Se posso ne approfitto per ringraziare i miei lettori per l’affetto e la fedeltà.

Ti sei mai rapato i capelli a zero?

Sì, ma con un ciuffo dietro come gli Hare Krishna.

Se potessi cambiare una cosa (ma una soltanto) del tuo ultimo lavoro, che cosa sceglieresti? Il titolo? L’immagine di copertina? Altro?

Non cambierei nulla, né “lui” vorrebbe che cambiassi qualcosa.

Quando scrivi, hai un lettore di riferimento oppure scrivi solo per te stesso?

Non scrivo né per me né per i lettori, ma per la storia che dev’essere raccontata e di cui mi piace pensare io sia il tramite, il veicolo, il medium.

Tra due ore si parte per un viaggio su Marte: scegli tre oggetti da portare con te e un aggettivo per descrivere l’umanità ai marziani.

Stecca di sigarette, accendino, caffè. L’umanità è perfettamente imperfetta.

La cosa che più ti annoia, quella che più ti diverte e quella che più non sopporti.

Mi annoiano le persone che si lamentano in continuazione, mi diverte andare ai concerti e non sopporto l’indifferenza.

Stai già lavorando al tuo prossimo libro? Se sì, ci regali un’anticipazione?

Sì, sto lavorando al mio terzo romanzo, è ancora molto presto per parlarne, posso dire però che l’idea si sta sviluppando attorno al concetto di gioco con il lettore e con la narrazione, nel senso che sto provando a decostruire verità che vorrei far sembrare tali. Questo come lettura strutturale dell’opera, per quel che riguarda il tema, la trama, anche questa storia prende le mosse dal Salento, mio personale Pantheon di felicità estreme e altrettanto potenti disperazioni. Il romanzo ha già un titolo provvisorio, Maternalia e ha a che fare con la nigredo al femminile. Mi fermerei qui, per adesso.

Prima di salutarci, l’ultima domanda è tua. Chiediti quello che vuoi, ma ricorda anche di risponderti.

Mi domanderei, come si è chiesto già qualcun altro, cosa fare e non fare, quando dove e perché.
Mi risponderei che riguarda solo me.


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