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Intervista a John Carpenter

Creato il 11 aprile 2013 da Nehovistecose

Vi avevamo promesso che il 700esimo post di nehovistecose sarebbe stato qualche cosa di importante, e ora possiamo dire di avercela fatta. Abbiamo potuto parlare, seppur brevemente, nientemeno che con il regista John Carpenter, eccellente autore del panorama fantahorror indipendente americano. L’intervista che riportiamo di seguito, lasciatemelo dire, è una grande vittoria: non soltanto per il nostro blog, che a causa di nuove regole di navigazione ha purtroppo subito un duro colpo in termini di visualizzazioni, bensì anche a titolo personale, in quanto Carpenter è uno – perdonate la frase fatta – dei miei registi “preferiti”, a tal punto che la mia tesi di laurea, “Una stagione selvaggia – Analogie e commistioni tra il cinema di John Carpenter e il cinema di Clint Eastwood”, è dedicata proprio a lui.

Dunque, grazie a John Carpenter per la gentilezza e la disponibilità, grazie al suo assistente Sean Sobczak per aver fatto da tramite e a Rosalita per le traduzioni.

Mister Carpenter, cosa pensa del cinema horror odierno? Sembra che ormai le idee siano finite, e che ci si affidi soltanto ai remake (anche il suo Halloween è stato recentemente rifatto).

Ci sono alcune idee originali qua e là. Qualche anno fa ad esempio è uscito Lasciami entrare, un film eccellente con nuove idee sulle storie di vampiri. La maggior parte dei film horror è come la maggior parte dei film in generale: molti sono pessimi, la maggior parte sono discreti, pochi sono buoni.

Il suo primo grande capolavoro, Distretto 13, inscena una Los Angeles in preda alle bande criminali, una città in cui l’autorità non ha potere e ci si deve affidare soltanto al coraggio e alla moralità di un gruppo di uomini giusti. Com’è la situazione oggi in America? le cose sono migliorate o peggiorate rispetto agli anni ’70?

La situazione generale in America è migliorata, è più sicura rispetto agli anni ’70. Il tasso di omicidi è diminuito. Siamo un Paese senza mezze misure, ma in buona parte pacifico.

 La mia tesi di laurea si intitola “Una stagione selvaggia – Analogie e commistioni tra il cinema di John Carpenter e Clint Eastwood”. In essa ho evidenziato alcune caratteristiche peculiari e similari del vostro cinema: la composizione in prima persona della musica, il frequente richiamo alla mitologia western, la riflessione politica sul tramonto del sogno americano, lo stile classico ma innovativo. Si riconosce in queste analogie? Inoltre, come si spiega il fatto che, nonostante appartenenze politiche diverse – quasi opposte – la vediate nello stesso modo su parecchie cose?

Sono lusingato dalla tua tesi, e onorato di essere paragonato a Clint Eastwood. Abbiamo approcci diversi rispetto alla narrazione filmica, e politicamente siamo agli antipodi. Adoro Eastwood come attore.

Tesi

Anche Kurt Russell si colloca politicamente ai suoi antipodi. Eppure avete girato insieme dei film sublimi. Riuscivate a lavorare senza litigare?

Io e Kurt abbiamo legato sul lavoro, grazie alla nostra comune passione nel “fare cinema”. Ma non parliamo troppo di politica…

In un capitolo della mia tesi ho analizzato La cosa in un’ottica western: l’Antartide vista come una sorta di nuova frontiera che l’uomo vuole “civilizzare”, addomesticare, controllare. Pensa che sia una lettura possibile?

Direi di si. Ma credo che La cosa sia principalmente un film sull’isolamento e la paranoia.

Tra i film che conservo nel cuore c’è Grosso guaio a Chinatown. Lo guardo una volta all’anno! Anche qui c’è molto western, ma anche molta molta ironia. Probabilmente è il suo film più divertente e spassoso. Ma, andando controcorrente rispetto alla critica e ai fan che non lo apprezzarono, penso anche che sia un film assolutamente carpenteriano in tutto e per tutto. Come concepì il film?

Grosso guaio a china town è una lettera d’amore rivolta al cinema cinese sul Kung Fu. Ho cercato di renderlo goffo e innocente come i film sul Kung Fu degli anni ’70.

Kurt Russell and John Carpenter on set of Big Trouble in Little China

Kurt Russell e John Carpenter sul set di Grosso guaio a Chinatown

Uno dei miei film preferiti è Il seme della follia. La sequenza che amo di più è quella in cui John Trent guarda l’abisso e il suo volto diventa una maschera di terrore. La trovata geniale, secondo me, sta nel non mostrare ciò che egli guarda: il terrore che proviamo deriva esclusivamente dal volto impaurito di Sam Neill, dalla sua reazione all’orrore e non dall’orrore stesso. Credo sia la rappresentazione più riuscita dell’indeterminatezza del male. Come ha concepito questo film sublime? Il suo interesse per la fisica quantistica centra qualcosa? Del resto, già Il signore del male utilizzava processi analoghi per trasmettere i brividi allo spettatore.

Il seme della follia fu scritto da Michael DeLuca in omaggio a H.P. Lovecraft e Nigel Kneale. Ciò che fa funzionare così bene il film è proprio l’interpretazione di Sam Neill.

Come lei ha spesso affermato, tutti i suoi film sono “western travestiti da qualcos’altro”. A questo riguardo, uno dei miei film preferiti è Vampires che, oltre ad essere uno dei film più belli sui vampiri, è anche un perfetto esempio di western horror, in cui l’unica differenza coi film dell’epopea sta nella temporalità dell’azione. Pur non essendo un western secondo le regole canoniche del genere, credo sia il suo film più western. Che pensa a riguardo?

Si, credo proprio che lo sia.

L’anno passato abbiamo intervistato Howard Berger della KNB FX (leggi). Ci ha detto che il regista con cui preferisce lavorare è proprio lei. Com’è il clima sui suoi set? Berger ci ha detto che è come “fare parte di una grande famiglia”.

Cerco sempre di creare un ambiente piacevole e tranquillo sui miei set. Non sempre è possibile, ma di certo sarebbe preferibile.

Le è mai capitato di guardare Fringe? La quinta stagione – l’ultima – si ispira molto al suo Essi vivono

No, non l’ho mai visto.

Cosa pensa di The Walking Dead, l’unica serie tv dichiaratamente horror ad avere un immenso riscontro di pubblico?

Quello che più mi piace di The Walking Dead è Norman Reedus (diretto da Carpenter in Cigarette Burns, ndr).

Norman Reeuds on The Walking Dead

Norman Reeuds interpreta Daryl Dixon in The Walking Dead

Ha qualche nuovo progetto in cantiere?

Al momento sto lavorando a diversi progetti, ma ancora niente di definito.

Complimenti per tutto il suo lavoro, non trovo le parole per ringraziarla di tutte le emozioni che ci ha regalato attraverso i suoi film. E’ stato un vero piacere parlare con lei!

Grazie a voi per il sostegno e per i complimenti.

nehovistecose

Intervista realizzata da Riccardo Poma per nehovistecose



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