Intervista a Jonathan Zarantonello

Creato il 06 giugno 2013 da Oggialcinemanet @oggialcinema

Intervista a Jonathan Zarantonello: “Vi racconto il mio film sul femminicidio al femminile

L’horror c’è stato, ci sarà sempre e avrà un suo nucleo di appassionati che non morirà mai. Non solo perchè è specchio della crisi, ma perchè ci sarà sempre qualcuno che vorrà provare paura senza che in realtà ci sia un vero pericolo”. A parlare è il vicentino Jonathan Zarantonello, 35 anni e una gran voglia di dimostrare che i film di genere al cinema possono ancora funzionare. Come il suo The butterfly room, un horror costato circa un milione di euro e girato in 5 settimane, pronto a uscire in contemporanea in Svizzera e in undici multisale italiane, e quest’estate anche negli Stati Uniti. “Sono davvero soddisfatto – ci racconta il regista – Gli americani ricordano il nostro cinema fino agli anni 70 poi c’è una sorta di buco, per cui ho percepito molta curiosità attorno a questo film”.

Come definirebbe The Butterlfy Room?
Un film sull’orrore di crescere: racconto lo shock della bambina nella vasca con le sue prime mestruazioni, e lo shock ancora maggiore di una madre che dovrà separarsi da lei.

Generazioni di donne al confronto, perchè un horror al femminile?
Perchè ci dev’essere una svolta affinchè l’horror torni ad essere considerato tra i primi generi: io l’ho fatto incentrando tutto sulle donne, non più vittime ma protagoniste e assassine. Chiamiamolo un femminicidio al femminile. E ho messo a confronto due generazioni diverse, anche per dimostrare che in fondo quella che sembra vittima, la bambina, tanto innocente non è.

Come si è regolato nella scelta del cast?
Nasco come appassionato di horror, ho sempre frequentato le convention, un fenomeno recente e inquietante in cui attrici, famose magari 40 anni fa, firmano autografi a 30 dollari l’ora. Ci sono persone della mia generazione che hanno ricordi meravigliosi di film di genere e che fanno le code lì. Io vi ho pescato parecchi degli attori del film.

Ma non la protagonista assoluta, Barbara Steele.
No, per convincere lei ci sono voluti mesi, ci siamo conosciuti ad una cena con Bava e Stivaletti, a quella sera mi disse di aver avuto l’impressione che avremmo fatto qualcosa insieme. A livello cinematografico, intendo. Per me era fondamentale che ci fosse: questo è un film che si regge tutto su di lei, e a livello fisico era faticoso, doveva inseguire bambine, buttare giù persone dalle scale, sentiva una grossa responsabilità. Ma per me era ideale era avere una come lei: una donna elegante e fascinosa, che sviasse dallo stereotipo della strega cattiva.

Come vi siete rapportati sul set?
Barbara ha un fascino incredibile, un’energia e una carica enormi, e lo sguardo delle attrici che hanno vissuto tanto e comunicano molto senza neanche parlare. Ha lavorato con Fellini e con Bava, è stata 15 anni in italia, poi è andata via. Continuava a dirmi di restare in Italia, “che è bello”. Poi, mentre giravamo, era ironica sul fatto che questo fosse l’unico horror in cui il solo sangue che si vede è quello mestruale.

La bambina dallo sguardo torvo dove l’ha pescata?
Ho capito che era quella giusta quando si mise davanti alla telecamera, gelida, e mise a disagio la direttrice del casting. Dopo aver recitato, se se ne è andata. Aveva già fatto un film horror in cui le strappavano gli occhi, e s’era molto divertita. Qui doveva interpretare una bambina che manipola gli adulti, sapeva benissimo quanto dovesse essere scostante e cattiva. Le ho detto: “Devi essere come Robocop”, ma non sapeva chi era. Ho riprovato con “Terminator?”, mi guardava spaesata. Allora ho detto: “Sii Iron Man”, e abbiamo colmato il gap generazionale.

Idee per il prossimo film?
Sempre di genere, non ho voglia di mettermi a fare commedie solo perchè è più facile, mi piacerebbe girare una storia che ho scritto: una scuola che diventa luogo dove vengono intrappolate le ragazze più belle di notte. Che ovviamente non si lasceranno uccidere facilmente.

di Claudia Catalli


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