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Intervista a Maurilio Mangano, autore di “Internat”

Creato il 22 febbraio 2015 da Taxi Drivers @TaxiDriversRoma

Italia chiama Georgia. Vista l’impressione molto forte destata in noi da INTERNAT, documentario ambientato proprio nella nazione caucasica ma diretto da un regista italiano, Maurilio Mangano, abbiamo pensato bene di interpellare direttamente l’autore per approfondire le circostanze, in cui tale lavoro è stato realizzato. E così dopo il Trieste Film Festival, dove era avvenuto il primo incontro, ci siamo messi in contatto con Maurilio, che nel frattempo era tornato a Tbilisi. Dal proseguire di  questo confronto a distanza, proficuo e ricco di scoperte, è nata l’intervista che state per leggere.

Prima di parlare più specificamente del tuo documentario, Maurilio, vorremmo chiederti come sono nati i tuoi primi contatti con il paese dove è stato girato il film, la Georgia.

Se devo essere sincero, i primissimi contatti con la Georgia risalgono al fascino che la Saga degli Argonauti aveva esercitato in me al liceo. La Colchide, terre selvagge e mitologiche, misteriose per i Greci stessi.

Poi è stato il momento di Sergei Parajanov, ricordo benissimo la prima volta che vidi Sayat Nova, per caso su Fuori Orario. Non avrei mai immaginato che un giorno avrei preso casa a pochi passi da casa sua. All’epoca la Georgia mi sembrava un posto così lontano ed esotico da diventare in qualche modo geografia immaginaria.

Passati molti anni, nel 2010, incontro per caso, ad una festa,  Lado Ugrekhelidze, quello che poi sarebbe diventato uno dei protagonisti di INTERNAT.

Aveva frequentato Palermo, la mia città, per quasi venti anni; era ospite di una famiglia, per un progetto di solidarietà Italia-Georgia nato con la fine della guerra d’Abkhazia nel 1993 e continuato fino ai primi anni del 2000.

Come lui, centinaia di ragazzini sfollati dai territori georgiani perduti d’Abkhazia avevano passato tutte le estati della propria vita in Sicilia.

Era il modo che la Sicilia aveva di ricambiare ciò che la Georgia aveva fatto molti anni prima, esattamente nel 1968, quando ospitò i ragazzini vittime insieme alle famiglie del terribile Terremoto del Belice che spazzò via intere comunità del sud della Sicilia in una sola notte.

I racconti di Lado riaccendevano la curiosità per la terra Georgiana, e la rendevano tragica, con i racconti della guerra civile che aveva insanguinato l’ex repubblica sovietica durante gli anni ’90. Quello che però mi colpiva maggiormente era come fosse lontana l’idea che mi ero fatto dell’Unione Sovietica. Attraverso le fotografie di Lado, mi veniva mostrata una comunità di uomini e donne forti, sorridenti sebbene avessero perso tutto. I loro riti erano antichi e immutati. C’era qualcosa di leggendario e tragico, ma a suo modo ironico e sprezzante della miseria e della morte. Un popolo che non si sarebbe arreso mai.

Così abbiamo deciso di partire per raccontarlo.

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In INTERNAT scopriamo, grazie a te, la vita che conducono attualmente alcuni dei tantissimi profughi della cruenta guerra tra Georgiani e Abkhasi, combattuta nei primi anni ’90. Come hai scelto le famiglie di cui hai filmato la quotidianità? E come ti sei relazionato con queste persone, per entrare così in sintonia da farti poi raccontare storie tanto personali, difficili, delicate?

Non conoscevo una parola di georgiano o di russo. E così nessuno della troupe. Non avevamo idea di quante regole e usanze millenarie vivessero ancora nell’attuale Georgia. Eravamo in una scuola occupata da profughi che ci guardavano con curiosità e qualsiasi atteggiamento sbagliato poteva inficiare i nostri rapporti.

L’unico traduttore era Lado, il quale parla un ottimo italiano. Ma Lado non era sempre con me, molto spesso era impegnato o era “in scena” in quanto protagonista.

Abbiamo deciso di cominciare da zero, guardare tutto con occhi nuovi, come i bambini.

Le tavole georgiane rappresentano il fulcro della vita di una comunità di un’intera città e regione. Il vino è sacro, totemico e rituale. Ho imparato da capo a mangiare e bere, a brindare con le stesse poesie con cui si parlava nelle tavole delle nostre famiglie.

Abbiamo dormito in quattro in una stanza per oltre un mese, una vecchia classe dismessa dell’Internat,  come tutti gli altri. Abbiamo mostrato quanto grande fosse il desiderio di capirli e non soltanto di filmarli. Per interi giorni non abbiamo filmato, ma solo bevuto alle tavole e ascoltato brindisi per ore. Io restavo a tavola fino a tardi, la notte, per avere la totale fiducia di chi avrei filmato l’indomani. Sembra facile, forse, ma non lo è stato. Le tavole hanno delle regole ferree e nonostante si bevano litri e litri di vino, non ci si può mai ubriacare. E mentre si brinda, il “pubblico” vuole sentire da te poesia o ironia, o vuole essere ispirato dal racconto di casa tua.

Dopo avere imparato queste basi, tutto è venuto da solo, le famiglie, le scelte, la confidenza. Eravamo diventati parte integrante dell’Internat e nessuno dubitava della reciproca fiducia.

Nel ricordare il passato si percepisce un tono diverso, da parte degli uomini e delle donne che hai intervistato, o che hai ripreso in determinati momenti conviviali. Cosa puoi dirci a riguardo?

Gli uomini georgiani crescono, da millenni, con il mito della terra da difendere; non solo coloro che l’hanno persa, ma in generale tutti i georgiani, crescono come gli antichi guerrieri del medioevo. Questo aspetto è necessario per capire quanto, per gli uomini d’Abkhazia provenienti dai territori perduti, lo smacco subito perdendo la guerra fosse cocente.

I miei protagonisti arrivarono bambini, orfani di padre. Uno di loro aveva dovuto riconoscere il cadavere del padre ricucito alla meno peggio. Per loro il rituale del “ricordare” è qualcosa di serio. E a maggior ragione il benedire i propri cari. I georgiani hanno un rapporto molto particolare con i morti, che continua ben oltre la morte. Ma il medium è la tomba del defunto. I nostri protagonisti, come molte altre famiglie, hanno lasciato le tombe dei cari in Abkhazia; questo fa sì che non possa più avvenire il rituale sacro di ricongiungimento, che prevede anche il banchettare sulle tombe, il bere sulle tombe e l’offrire cibo e vino ai morti. Questa rabbia, questo senso d’impotenza, fa sì che gli uomini siano coloro i quali restano più ancorati al passato e alla memoria, quasi dovessero esserne guardiani.

Per le donne è diverso. La vita va avanti. Non che non pensino alle terre d’Abkhazia, ma devono portare aventi la famiglia, crescere i figli, educarli. E in un paese come la Georgia, più volte collassato, devono anche trovare il modo di fare soldi, molto spesso lavorando lontano dal proprio paese.

Le donne sono il motore dinamico della Georgia, a maggior ragione lo sono le donne dei rifugiati.

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Tra le parti più belle del film, a nostro avviso, ci sono quelle in cui documenti la presenza dei bambini: come vivono, come giocano, come si rapportano agli adulti, cosa dicono della guerra e del loro paese. In che modo sei riuscito a farli sentire così a proprio agio, davanti alla videocamera?

Giocando. Abbiamo giocato con loro.  Li abbiamo resi partecipi del grande gioco cinema. Abbiamo fatto escursioni lunghissime nei loro posti preferiti e segreti, come l’orto botanico abbandonato, ad esempio. E poi, abbiamo chiesto le loro opinioni, non segregandoli a ruolo di comparse.

Una delle frasi a mio avviso più toccanti di tutto il film, la dice uno dei bambini mentre stanno seduti al tavolino. Risponde ad un altro ragazzino, che gli chiede se fossero entrati i russi dove sarebbe scappato, dicendo: “sarei andato al cimitero a nascondermi, così se mi avessero ucciso avrei avuto la tomba già pronta”.

Parole pesantissime che mostrano come i bambini siano anch’essi attori principali di questa tragedia.

Inoltre io ed Irma pensavamo tantissimo a Truffaut, per assurdo in un luogo così distante pensavamo a I 400 colpi. Non erano forse degli Antoine Doinel i nostri piccoli, in un altro mondo ed un’altra epoca?

Come hai reperito e selezionato le immagini di repertorio riguardanti i conflitti che hanno coinvolto la Georgia negli ultimi decenni, la vita a Sukhumi prima della guerra, il passaggio dei profughi georgiani lungo i valichi della Svanezia?

Non è stato facile, ma ho avuto molto aiuto dagli autori che in quegli anni fecero le riprese in quei luoghi. Tutti si sono mostrati molto disponibili. Mi ha molto aiutato anche la donna che sarebbe poi diventata mia moglie un anno dopo, Nino. Nino lavora al ministero per i rifugiati interni e i dispersi, il ministero appositamente creato per i 350.000 profughi dell’Abkhazia e Sud Ossetia. Mi ha presentato tante altre famiglie, che mi hanno regalato le proprie fotografie ed altri ricordi.

Quello che volevo non era materiale alla National Geographic, ma vere memorie, veri ricordi presi dalla sconfinata, tragica memoria collettiva di un popolo.

Il tuo documentario si apre con una sequenza molto evocativa, in cui si vedono alcune persone avventurarsi in un paesaggio innevato, fino a scomparire. Puoi dirci qualcosa su queste immagini?

Quando cadde Sukhumi era settembre. E tutti coloro i quali non erano riusciti a scappare prima cominciarono la loro traversata attraverso i valichi montani delle regioni confinanti con l’Abkhazia, ovvero Megrelia e Svaneti.

Ma alla tragedia se ne aggiunse un’altra. Cominciò una nevicata mai vista prima in settembre con tale violenza. La gente era fuggita con abiti estivi e in centinaia morirono assiderati o per gli stenti.

Visionando le moltissime ore di girato del periodo, ho trovato questa sequenza. Aveva un inquietante sapore onirico, una tragica poetica. File di uomini camminavano in mezzo alla neve scomparendo in un punto imprecisato della scena. E si susseguivano uno dopo l’altro. Mi sembrava fosse l’immagine cardine dell’olocausto dei civili georgiani d’Abkhazia.

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Molte delle persone intervistate nel documentario finiscono per confessare il desiderio di tornare a vivere, in futuro, nei territori che hanno dovuto abbandonare. Stando lì e seguendo un po’ il complesso scenario politico della regione caucasica, ti senti in qualche misura ottimista su questo? E le autorità georgiane stanno facendo qualcosa per migliorare la vita di quelle famiglie che, ormai da anni, vivono in situazioni abitative di emergenza?

Il discorso è complesso. Nello stesso periodo in cui c’era la guerra d’Abkhazia, la Georgia subiva altre tre guerre: una civile e due d’indipendenza in Ajaria e Sud Ossetia.

La mole di profughi in un paese collassato rappresentò un ulteriore motivo di impoverimento. A questa gente mancava tutto e fino alla fine degli anni ‘90 in molte regioni della Georgia mancava persino l’energia elettrica.

Inoltre, dopo la folle guerra del 2008 che fece perdere anche l’Ossetia del Sud, la Russia contro la quale i georgiani combattevano rese de facto territorio russo, con la vittoria, entrambe le regioni d’Abkhazia e Sud Ossetia. Insomma, un disastro. Io sono molto scettico sulla possibilità che l’Abkhazia ritorni ad essere Georgia. Forse in un dopo Putin si potrà pensare ad una collaborazione rinnovata fra i due paesi, ma ad oggi sembrerebbe essere fantascienza.

Esiste un ministero dei profughi, a rilento si costruiscono case nuove per chi è meno fortunato, cioè per chi vive senza nulla. Ma ancora oggi nella moderna Tbilisi ho visto altri “Internat” nei quali la gente vive in ex ospedali occupati, per metà in funzione, o in vecchi hotel fatiscenti.

La Georgia è un paese sempre a rischio collasso e guerra, nonostante gli sforzi, e non credo che questa gente troverà pace per molto tempo ancora e a nulla basteranno i magri mensili di circa 25 dollari che il governo dà loro in aiuto.

Per avere una cognizione più profonda delle radici storiche e culturali della Georgia il cinema di Otar Iosseliani, penso in particolare al documentario “Seule, Georgie”, ha rappresentato un utile punto di riferimento?

Assolutamente sì. Ma anche gli scritti di Iosseliani sulla Georgia, le interviste. Ricordo mi aveva molto colpito il fatto che Iosseliani definisse le Georgia come l’ultima civiltà antica mediterranea ancora esistente, e che addirittura facesse risalire l’origine degli Etruschi a colonie di georgiani distaccati dalla madre patria.

Questa è una cosa che ho ritrovato in Georgia, dove si vive in una sorta di civiltà antica ma digitale, spesso come in un film o in un romanzo ucronico o Steampunk.

Di una cosa però sono certo, nonostante qualsiasi riferimento culturale provassimo a immaginare per le nostre riprese, i nostri personaggi erano sempre pronti a stupirci con qualcosa di nuovo ed inusitato che ci lasciava spiazzati e dovevamo ricominciare da capo!

Al Trieste Film Festival erano presenti anche due lungometraggi di finzione realizzati da registi georgiani, a nostro avviso entrambi molto belli. Che impressioni ti sei fatto sull’attuale stato di salute di una cinematografia che, in passato, ha saputo sfornare autori di primo piano?

La Georgia Sovietica era un terreno cinematografico ricchissimo, sia per il cinema commerciale con i suoi famosissimi teatri di posa, sia per il cinema d’autore e dissidente.

Parajanov abitava a Tbilisi, Tarkovskji passava da Tbilisi. E ancora Iosseliani e Giorgi Schengelaja e Abuladze.

Ma il collasso post sovietico si portò via tutto. La Cinecittà georgiana è a tutt’oggi un luogo fantasma, dove si intravedono come in una Pompei contemporanea i lustri del passato.

Eppure vedo molta Italia, qui, in Georgia.

Anche il nostro cinema ha avuto una fortissima crisi produttiva, economica, culturale.

Eppure ha saputo resistere, trovando modi altri per rinascere, anche dovendo emigrare per farlo. Lo stesso qui in Georgia. I ragazzi sono partiti per studiare in Germania, in Francia, in Inghilterra, ma tornavano a raccontare la Georgia. Le scuole di cinema non si sono mai fermate e non si è mai persa la volontà di risorgere.

Esiste una realtà più o meno underground che prova in tutti i modi a riemergere, perché ha voglia di raccontarsi e confrontarsi e anche di scrollarsi di dosso i grossi nomi del passato alla ricerca di una nuova identità.

Credo si stia assistendo in questo periodo a una New Wave del cinema georgiano di cui al momento si sentono soltanto i vagiti.

Vorrei aggiungere però una cosa che sta succedendo adesso, in questo momento, e che mi ha lasciato parecchio basito.

Nonostante piccoli capolavori come il film georgiano-estone Tangerines scritto e diretto da Zaza Urushadze, con la fantastica interpretazione dei due attori georgiani Giorgi Nakhashidze e Michael Meshki, che stanno portando per la prima volta il cinema georgiano agli Oscar, qui in Georgia c’è stata la completa indifferenza da parte del Governo e di qualsiasi altra rappresentanza culturale.

Ho visto di recente i due bravissimi attori in un talk show, lamentarsi col sorriso amaro stampato in faccia di come non sarebbero neanche potuti andare alla notte degli Oscar, se la produzione estone non avesse pagato i biglietti. Il Ministero della Cultura Georgiano non ha dimostrato alcun interesse all’evento, importantissimo per la resurrezione e il battesimo internazionale del proprio cinema.

Questo a riprova che il processo di rinascita è davvero lungo e sotterraneo ed è portato avanti soltanto dalla determinazione dei cineasti, cosa che ancora una volta mi fa sentire persino più vicino, da italiano, a questo popolo.

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Come ha ricordato lo stesso direttore Fabrizio Grosoli, non è così comune che il documentario di un regista italiano finisca in concorso al Trieste Film Festival. Cosa pensi dell’accoglienza lì ricevuta dal tuo lavoro?

INTERNAT non ha avuto vita facile fino al Festival di Trieste. Abbiamo avuto molti rifiuti. Qualche voce di corridoio ci ha detto che non è un film facile, parla di una guerra sconosciuta, lontana dalla memoria dello spettatore italiano e occidentale in genere. Qualcuno ci ha detto che avremmo dovuto usare cartelli esplicativi o una voice over che spiegasse meglio gli accadimenti della guerra d’Abkhazia. Ma noi abbiamo preferito andare dritti per la nostra strada e Trieste ci ha premiato. L’accoglienza è stata strepitosa, quasi inaspettata dopo i tanti rifiuti. Il fatto di raccontare di profughi partendo da un fatto contingente, ma volendo raccontare una storia universale, è stato assolutamente capito e apprezzato. Al di là poi della buona accoglienza di critica e dell’amabile staff che ci ha ospitato è stato un onore per me essere fermato per strada a Trieste da persone, estranee all’ambiente, che avendo visto il film mi facevano domande, volevano sapere altro. Questa è la nostra vittoria. Il pubblico non è un bambino da dover educare. Il pubblico deve porsi domande, aprire wikipedia o google e, semplicemente se vuole, digitare le parole chiave Abkhazia o Georgia e continuare da sé il film. Amici veneti, i cui nonni provenivano da Istria e Dalmazia, si sono ritrovati nel film. Altre persone, argentine, si sentivano coinvolti dalla storia, perché i propri genitori o i nonni partiti non ebbero mai i soldi per tornare indietro in Italia, sognando tutta la vita di poter tornare a casa e costruendo dei piccoli mausolei fatti di ricordi sbiaditi, a volte inventati, lì a Buenos Aires. Questa è la vittoria del nostro piccolo film assolutamente autofinanziato, autotassato e autoprodotto.

E Trieste, da cui la notizia di partecipazione al concorso è arrivata il giorno esatto del mio matrimonio, non poteva essere regalo più grande, il festival migliore per cominciare a confrontarsi con il pubblico internazionale.

Volevamo raccontare una storia internazionalmente umana, seppur parlasse di patria reale o immaginaria, e Trieste ci ha dato questa opportunità.

Prima di INTERNAT avevi realizzato altri documentari? E cosa puoi dirci, invece, della tua lunga attività come Casting Director, che ti ha visto operare su set importanti come quello di Via Castellana Bandiera?

Per anni ho lavorato come Casting Director, INTERNAT stesso è stato in parte finanziato dai lavori fatti come Casting. Ma ho da sempre preferito fare il casting di ricerca, ovvero, quel tipo di casting che si occupa di trovare in strada i futuri attori, avvicinandomi sempre a progetti realisti o il più possibile neorealisti, nonostante abbia lavorato in tutti gli ambiti, dalle fiction, a piccoli capolavori d’autore come Via Castellana Bandiera.

Ma negli anni ho sentito anche l’esigenza di raccontare qualcosa di mio, qualcosa che piacesse interamente a me e quando ne ho avuto l’occasione non ho perso un attimo, sono partito e ho iniziato a girare.

Oggi, col senno di poi, avrei fatto probabilmente altre scelte per INTERNAT, ma sono contento di questo nostro piccolo miracolo.

Sono un autodidatta del documentario, cresciuto a Cinema Veritè e Nouvelle Vague. Ho amato fortemente Wiseman, Rouch e Marker.  Ho visto tanti film nella vita che mi hanno ispirato durante le riprese e non strettamente documentaristici. Lo stesso dicasi per la scelta stilistica e fotografica: non solo cinema ma tanta arte e pittura, la Nuova Oggettività e le fotografie di Montenapoleone, oltre ai tanti libri che mi hanno ispirato.

Se devo dire la verità non mi sento assolutamente un film-maker ma più un cineasta di ventura: vorrei raccontare la vita vivendola e riuscendoci farla sembrare quasi un romanzo, pur non tradendo mai la realtà.

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Per finire, abbiamo sentito che stai già lavorando a un nuovo progetto cinematografico, che ha a che fare col grande Tonino Guerra. Ci puoi accennare qualcosa?

Durante il mio soggiorno qua, in Georgia, ho scoperto un Tonino Guerra assolutamente inedito per me. Era il Tonino Guerra del Caucaso e della Russia, assiduo viaggiatore e scopritore di affinità tra la società contadina che vedeva sgretolarsi nella sua Romagna e quella dura delle civiltà Caucasiche.

Il nuovo progetto nasce da un suo libro, “La Pioggia tiepida” e da una sua frase: “L’Oriente non è soltanto una zona geografica …è anche una cavità della nostra mente… un’attenzione per i tremori di una foglia”.

La frase parla proprio dell’Asia Centrale, mentre il libro racconta le sue avventure tra la Georgia e l’Armenia insieme al suo amico Sergei Parajanov.

Ma parla anche di un autore praticamente sconosciuto molto amico di Tonino, Rezo Tabukashvili, il quale per anni ebbe una vita da dissidente e poeta, cineasta e archeologo, un avventuriero del documentario che con l’aiuto di Tonino seppe col tempo raccogliere, nella sua variegata ed eterogenea filmografia, i frammenti di una Georgia che vedeva sparire ogni giorno di più divorata dal contemporaneo che avanza.

Infine parla anche del presente, di come questi luoghi abbiano ancora quel sapore romantico e avventuroso, per chi vuole trovarsi faccia a faccia con una realtà ancestrale in cui rispecchiarsi, alla ricerca degli dei una memoria collettiva comune che sembra sgretolarsi ogni giorno di più, oggi come ieri.

Non sarà un film agiografico, piuttosto il confronto tra presente e passato, affinità e divergenze tra il contemporaneo e le nostre radici.

Stefano Coccia      


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