Magazine Ecologia e Ambiente

Intervista ad Angelo Consoli* a cura di Stefano D’Almo.

Creato il 19 dicembre 2012 da Lucianopagano

Intervista ad Angelo Consoli* a cura di Stefano D’Almo.
(da G.E.E.R., Green Economy Express Review)

Intervista ad Angelo Consoli* a cura di Stefano D’Almo.

[Prima parte,

http://greeneconomyexpressreview.blogspot.it/2012/12/intervista-ad-angelo-consoli-cura-di.html]

D – Dal suo ufficio di Bruxelles lei può sicuramente beneficiare di una visione prospettica sulle politiche europee in campo energetico. Quale ruolo può svolgere o sta già svolgendo la UE, ma anche altri grandi organismi, come l’Organizzazione della Nazioni Unite o l’OCSE nell’ambito della terza rivoluzione industriale? Come fare per superare le difficoltà a trovare un accordo sulla limitazione nelle emissioni di CO2, com’è evidenziato dalla scarsa incidenza del protocollo di Kyoto (specie tra BRICs e USA), e il quasi fallimento di altri summit mondiali, ultimo in ordine di tempo RIO 2020?

R- Nel frattempo è fallito anche il vertice di Doha. Ormai queste Conference of Parties dell’ONU sul cambiamento climatico sono diventate un rito privo di contenuti, la certificazione del fallimento della geo-politica mondiale nata con gli accordi di Westfalia, ormai incapace di affrontare le sfide planetarie, per le quali è necessaria una nuova coscienza biosferica, che ispiri decisioni atte a preservare la biosfera nella quale la specie umana si è evoluta e ha trovato l’habitat e le congeniali condizioni bio-chimiche per poter sopravvivere e prosperare.
L’Unione Europea è il partecipante più attivo alle conferenze climatiche, ma le sue emissioni non rappresentano neanche il 15 % del totale. Se i paesi emergenti non troveranno una convenienza nella conservazione della nostra casa comune, la razza umana non ha nessuna chance di sopravvivere sul pianeta. L’uragano Sandy è stato solo l’ultimo (in ordine di tempo) e più allarmante segnale dei pericoli che la nostra specie corre a causa della sua incapacità di considerare l’atmosfera terrestre un bene preziosissimo da proteggere.

Non si tratta di preservare le nevi per le stazioni sciistiche! La metà della popolazione mondiale vive in zone a rischio, sulle coste. Le previsioni di James Hansen, presidente del Goddard Space Institute, l’istituto climatologico della NASA, non lasciano spazio a dubbi. L’Unione Europea ha avuto un ruolo da leader per l’entrata in vigore del protocollo di Kyoto, ma nella fase post Kyoto si è un po’ persa per strada, e il depotenziamento delle sue politiche ambientali (dividere le funzioni fra due Commissari Hedegard al Clima e Potcnick all’ambiente), pur avendo soddisfatto le logiche spartitorie dell’Europa a 27, non è stata una grande trovata.

D – In che modo la TRI può agevolare l’abbandono, anche da parte dei Paesi in via di rapido sviluppo, l’utilizzo delle fonti fossili e il passaggio a quelle rinnovabili?

R – Il ripiegamento ossessivo alle regole di rigore finanziario dettate dalle esigenze dei mercati internazionali, ha distolto l’Europa dalla sua funzione principale, quella che aveva sempre avuto dal sogno di Spinelli in poi: creare un grande spazio di sicurezza e libertà per tutti i suoi cittadini aldilà delle differenze di lingua e di cultura. Si troverà un accordo efficace post Kyoto (se non è già troppo tardi), solo se si uscirà dell’impostazione quantitativa della politica climatica scaturita dalla Conferenza di Rio de Janeiro nel 1990 e cristallizzata nel successivo Protocollo di Kyoto.
Infatti, inquadrare la problematica unicamente sotto il profilo della limitazione dei gas a effetto serra, e su come distribuire il carico di tali limitazioni fra i paesi, ha contestualizzato tutto il dibattito in un ambito «chimico», facendo perdere di vista l’impatto socio-economico delle politiche energetiche mondiali: quanta ricchezza crea questo modello energetico basato sulle fonti fossili e concentrate? Quanto potere economico e geopolitico? Per chi? Quanta occupazione per gigawatt prodotto? Quanta innovazione, quanto sviluppo per la persona umana? Sono gli interrogativi che ci si deve porre in una logica di Terza Rivoluzione Industriale.

L’Unione Europea giocherà un ruolo fondamentale in questo processo solo se saprà imporre una visione della crisi climatica come di un fenomeno che non può essere esaminato in modo isolato, perché si perderebbe di vista il suo intreccio perverso con elementi energetici, economici e finanziari.
Per cogliere la complessità di questa crisi è necessario spogliarsi dei preconcetti ideologici, nazionalistici e perfino ambientalistici (ma a Doha nessuno lo ha fatto), cominciando a pensare secondo quella che Jeremy Rifkin ha battezzato «politica della biosfera» (Rifkin, La Terza Rivoluzione Industriale – 2010), in opposizione alla geopolitica che dalla pace di Westfalia in poi ha devastato i nostri continenti, incendiandoli con tragiche guerre nelle quali milioni di esseri umani hanno perso la vita con lo scopo, dichiarato o meno, di accedere alle fonti concentrate di energia. L’Unione Europea è stata insignita del Nobel per la Pace proprio per aver saputo indicare efficacemente una strada di uscita dalla geopolitica ottocentesca, sconfiggendo le logiche militariste ad essa associate. Sconfiggere l’economia finanziarizzata e indicare una strada di uscita dai pericoli per il cambiamento climatico sembra essere impresa ben più ardua…

D – Se il mondo è interpretabile come una biosfera, non pensa che si dovrebbe ri/pensare, nel suo complesso, il ruolo delle Nazioni Unite, superando magari il concetto stesso di "continentalizzazione"?

R – Ovviamente il sogno di Pangea, rimane sempre in prospettiva. Ma bisogna anche darsi delle strategie praticabili per raggiungerlo. In una situazione di totale confusione dove la crisi genera reazioni estreme e nazionalismo, in cui trionfano i particolarismi e i localismi, e di fronte all’incontestabile fallimento della globalizzazione, così come essa si è manifestata dopo la caduta del muro di Berlino, con il trionfo degli interessi della speculazione finanziaria legata alle industrie energetiche ad alta intensità di capitali, diventa cruciale non perdere di vista la necessità di preparare le infrastrutture energetiche della terza rivoluzione industriale, che nascono a livello locale, con l’energia prodotta in impianti su piccola scala messi in rete localmente, poi regionalmente, poi nazionalmente e infine su scala continentale. Così come la biosfera è un unicum interconnesso che però si articola per ecosistemi collegati, la continentalizzazione permette di tenere insieme aree geografiche diverse all’interno della stessa biosfera. La nuova visione che si sta affermando in ambito scientifico, al contrario, considera l’evoluzione della vita e quella della geochimica del pianeta come processi co-creativi, in cui tutto si adatta a tutto il resto, garantendo la continuazione della vita nella biosfera terrestre. Gli ecologi affermano che le relazioni simbiotiche e sinergiche nell’ambito della specie e fra le varie specie contribuiscono ad assicurare la sopravvivenza dell’individuo, quanto la competizione e la pulsione aggressiva. La Terza rivoluzione industriale è l’era della cooperazione internazionale e non della competizione, della ricerca di integrazione più che della spinta all’autonomia. Se la terra funziona come un organismo vivente costituito da molteplici livelli di relazioni ecologiche interdipendenti, la nostra sopravvivenza dipende dalla salvaguardia del benessere dell’ecosistema globale del quale siamo tutti parte. È questo, secondo Rifkin, il significato profondo dello sviluppo sostenibile e l’essenza stessa della politica della biosfera.

D – Nel libro di Rifkin sulla TRI, si sottolinea la maggiore apertura dell’Europa nei confronti delle tematiche ambientali, rispetto ad esempio agli USA o ad altri Paesi del mondo. Ma, secondo lei, quanta consapevolezza c’è nei governi del nostro continente e tra i manager delle grandi aziende pubbliche e private, della terza rivoluzione industriale, e come si stanno muovendo gli uni e gli altri?

R- L’Europa manifesta una maggiore sensibilità alle problematiche sociali, ambientali e climatiche rispetto ad altri. Questo è un dato di fatto, per quanto va riconosciuto uno sforzo in tal senso all’America di Obama, ma certo non abbastanza intenso da sottrarre le decisioni di politica energetica alle logiche dei grandi gruppi fossili (almeno nel suo primo mandato, vedremo in quello che comincia a gennaio). In Europa la legislazione ambientale è molto più avanzata e stringente che in qualunque altro continente, in quanto si è ispirata fin da subito alla visione della terza rivoluzione industriale.
La strategia 20 20 20 e la successiva road map energetica al 2050, verso uno scenario post carbon, sono la conferma che in Europa si è capito che bisogna cambiare direzione, non semplicemente velocità. Che bisogna innescare una transizione dal ciclo energetico del carbonio a quello solare. A livello governativo la situazione è molto più confusa. Alcuni governi, come quello tedesco, stanno procedendo speditamente verso uno scenario “post carbon”. La Germania ha preso la decisione irreversibile di chiudere tutte le centrali nucleari, alcune subito, le altre entro il 2023. Ha creato una industria della green economy che ormai dà lavoro al doppio degli addetti all’energia da fonti fossili e concentrate. Ha un piano per l’introduzione di 1500 distributori di idrogeno per tutta la rete autostradale tedesca, stanno nascendo smart grid ovunque… Altri, come l’Italia, rappresentano un penoso tentativo di rimanere ancorati al passato, burocratizzando enormemente le procedure per gli impianti di energia distribuita, in modo da scoraggiare il semplice cittadino dal farli, stanno stroncando le imprese della green economy distribuita rendendo sempre più incerto il quadro normativo e autorizzativo (che invece in tutti gli altri paesi è saldissimo), stanno programmando trivellazioni e esplorazioni petrolifere che devasteranno le nostre risorse naturali e turistiche per guadagnare un dieci per cento in più di autonomia petrolifera facendo fare miliardi alle multinazionali del petrolio.
Passera e Clini sono fossili, come le energie in cui credono. Le industrie sono divise in due. Quelle che sono legate allo sfruttamento delle fonti fossili e quelle che invece hanno capito che bisogna puntare sul ciclo solare e che i guadagni possono essere ingenti anche là. Certo, l’intensità di profitti da grande speculazione finanziaria garantiti dalle fonti fossili, ormai insostenibile anche economicamente (non solo socialmente) va superata.
Nella nuova era i profitti dovranno essere etici e ragionevoli. Ma il focus sarà sul lavoro dell’uomo perchè le energie della terza rivoluzione industriale saranno "labor intensive". Ecco dunque che grandi aziende come IBM, Bouygues (costruzioni), Daimler, Dupont etc spingono verso una transizione energetica dal fossile al solare offrendo smart grid, idrogeno, costruzioni a energia positiva, veicoli a zero emissioni sul mercato. Altre invece (soprattutto i monopoli dell’energia e della chimica tradizionale) rimangono abbarbicate ai loro moduli operativi fossili. Chi crediamo che vincerà?

[Seconda Parte

http://greeneconomyexpressreview.blogspot.it/2012/12/intervista-ad-angelo-consoli-cura-di_18.html]

D – Nella prima parte della nostra intervista abbiamo parlato degli aspetti globali della questione energetico-ambientale e delle diverse modalità con cui vengono affrontati dai diversi Stati. Spostiamoci ora su di un piano diverso: secondo lei, quali settori produttivi saranno maggiormente coinvolti dal cambiamento e con quale intensità e cronologia?

Intervista ad Angelo Consoli* a cura di Stefano D’Almo.

R – Bisogna innanzitutto comprendere che nella seconda rivoluzione industriale, per creare economie di scala bisognava "centralizzare". Ad immagine e somiglianza delle fonti fossili concentrate, i processi estrattivi trasformativi e industriali legati a quelle fonti erano economicamente vantaggiosi solo se prodotti in modo verticistico e centralizzato in grandi concentrazioni produttive.
Questo modello è andato definitivamente in crisi. Siamo al tramonto di un modello economico in cui la produzione e la distribuzione dell’energia erano riservate a poche caste e potentati seduti sulle riserve di petrolio o i giacimenti di uranio, oltre che sulle montagne di capitali pubblici e privati necessari a sfruttare tali fonti concentrate. In questo senso, la marea nera fuoriuscita dalle trivellazioni della Deepwater Horizon, la piattaforma petrolifera della British Petroleum, ci porta a considerazioni che vanno ben al di là degli effetti sulla biodiversità in tutto il Golfo del Messico, così come la tragedia di Fukushima ci suggerisce un ripensamento del modello energetico che va al di là della morte termica che interessa il raggio di 100 KM dalla centrale nucleare della TEPCO.
In particolare, due riflessioni mettono in crisi il modello energetico tradizionale. La prima si riferisce all’esasperazione della logica del profitto applicata all’energia. Infatti, se il «killer» è il petrolio o l’uranio, il «mandante» è un altro: si tratta dell’avidità delle aziende petrolifere e nucleari che, per risparmiare su accorgimenti di sicurezza da 500 mila dollari, non hanno esitato a mettere a rischio la vita di milioni di persone e di un intero ecosistema; per troppo tempo non sono state in grado di riparare al disastro che hanno combinato o anche solo di arginarlo.
Questi apprendisti stregoni dell’energia sembrano sempre così sicuri del fatto loro quando devono ottenere i permessi per le centrali nucleari e le piattaforme di trivellazione: parlano di sicurezza, pulizia, ecologia, salvo poi alzare le spalle e andare a nascondersi come conigli quando le cose sfuggono loro di mano. L’impotenza dei tecnici della British Petroleum america o della TEPCO in Giappone, è lo specchio di un modello ormai arrivato al suo limite, incapace di reagire di fronte al disastro ambientale, alle sofferenze umane, ai costi sociali ed economici che provoca sempre più frequentemente, pagati da vittime innocenti.

Ovviamente le alternative esistono. Innanzitutto va tenuto presente che il modello energetico della terza rivoluzione industriale riporta a un ruolo centrale l’agricoltura. Come dice Carlo Petrini nel libro Terra Madre: «la terza rivoluzione industriale è quella dell’energia pulita e partirà dalle campagne perché l’agricoltura costituisce l’unica attività umana basata sulla fotosintesi». Tutte le industrie che sapranno adeguarsi a questo semplice cambio di paradigma sopravviveranno e prospereranno. Tutte le altre sono destinate a "morire di spread" (espressione cara sempre a Carlo Petrini).

D – Come giudica il caso Ilva alla luce della TRI? E il futuro dell’industria pesante, in particolare?

L’industria pesante è il portato delle fonti fossili e concentrate. L’industria automobilistica del futuro, quella che sta già progettando lo sbarco di auto a idrogeno e elettriche nei concessionari per il 2015 (quindi non la FIAT :-( ) utilizzerà sempre più nuovi materiali, quali la fibra di carbonio, plastica, magnesio alluminio, e i cosiddetti "lightweight materials" Così anche l’industria delle costruzioni e tutte le altre industrie ad alta intensità di acciaio. Questo prodotto,diventerà sempre più di nicchia, nel mondo che si appresta a produrre attraverso la Stampa tridimensionale
http://cetri-tires.org/press/2012/jeremy-rifkin-su-the-world-financial-review-come-internet-lelettricita-pulita-e-la-stampa-3d-stanno-promuovendo-unera-sostenibile-di-capitalismo-distribuito/?lang=it

Se ne comincia a parlare anche in Italia: http://qualenergia.it/articoli/20120406-rete-rinnovabili-stampanti-3d-la-rivoluzione-secondo-rifkin.
L’ILVA è in una crisi ormai irreversibile, che il permanente danno ambientale arrecato ad una delle più belle città del Mediterraneo ha mascherato, ma l’acciaio è un materiale tipico da seconda rivoluzione industriale e la sua domanda sui mercati mondiali sta crollando, determinando innanzitutto una inevitabile delocalizzazione produttiva verso Paesi a più debole intensità salariale e protezione del lavoratore (la sicurezza in fabbrica costa…).
Il nodo che sta venendo al pettine adesso a Taranto, al di la delle questioni relative alla legalità dei comportamenti della proprietà dell’ILVA e delle autorità che l’avrebbero dovuta controllare, è che il settore è in crisi irreversibile. l’ILVA è destinata a chiudere comunque schiacciata dal peso storico della sua inadeguatezza tecnologica e arretratezza industriale, prima ancora che dalla sua pericolosità ambientale. Io penso che il governo di un paese moderno (quindi non l’Italia, purtroppo) dovrebbe farsi carico di un grande processo storico di modernizzazione delle strategie produttive del territorio e della conseguente riconversione dei processi produttivi, cogliendo un’altrettanto grande occasione di ridefinizione e riorganizzazione della formazione professionale e del sapere tecnico locale, magari illuminando in questo anche la strada di quel sindacato che continua a tenere gli occhi troppo bassi e la schiena troppo china, schiacciato dal ricatto occupazionale e da Dio sa cos’altro!

D – In Italia la produzione di energia da fonti rinnovabili è già a un livello ragguardevole, ben superiore agli obiettivi prefissati; ciò grazie ai contributi pubblici all’energia “green”. Finora, però, questo importante risultato è stato raggiunto a spese di un pesante aggravio della bolletta di cittadini e aziende (che si somma alle inefficienze di sistema e alla scarsa diversificazione delle fonti di approvvigionamento dei combustibili fossili), costituendo una zavorra per la competitività di queste ultime. Quando si può ragionevolmente pensare a una reale sostenibilità economica delle rinnovabili (anche sotto il profilo dell’avanzamento delle tecnologie ancillari, ad esempio dei sistemi di trasporto e accumulo dell’energia, ma anche di quello normativo, e mi riferisco alla contabilizzazione globale dei costi ambientali)?

R – Questa domanda è basata su false informazioni. Il peso della bolletta è aggravato da un modello basato sull’approvvigionamento da fonti fossili che sono ormai da un decennio stabilmente su livelli economici insostenibili. Il petrolio sopra i cento dollari certo non aiuta a ridurre i costi dell’energia se essa è basata sul petrolio e affini. Le rinnovabili anzi hanno contribuito grandemente a determinare un abbassamento del prezzo dell’elettricità (il sole è gratis) nell’ultimo anno ci sono state giornate al sud e in Sicilia in cui per molte ore il prezzo dell’elettricità è stato zero, grazie alla combinazione fra l’intensa produzione fotovoltaica e la domanda meno elevata. Il prezzo poi risale la notte quando le rinnovabili non ci sono più e l’ENEL è costretta a produrre elettricità da fonti fossili. Le rinnovabili sono già adesso sostenibili economicamente. Altro discorso, ma non affrontabile in questa sede è quello della destinazione degli incentivi, che purtroppo hanno preso in massima parte la via di gruppi finanziari esteri perché l’Italia non ha saputo creare una propria industria articolata e integrata delle rinnovabili, e perché le regioni, lasciate senza indicazioni dal governo centrale, hanno concesso autorizzazioni in modo scriteriato e lesivo degli interessi e dei valori del territorio.

D – Quali aree o settori del nostro Paese potrebbero trarre maggiori vantaggi, a suo avviso, dalla TRI? Sono in corso accordi con amministratori pubblici per l’avvio di sperimentazioni o di progetti? Come si sta muovendo la sua struttura per la comunicazione e la sensibilizzazione del mondo politico locale e nazionale verso la TRI?

R – La nostra struttura, d’intesa con la Fondazione Univerde presieduta da Alfonso Pecoraro Scanio e l’Università la Sapienza con il professor Livio De Santoli, ha fatto partire numerose campagne e iniziative di sensibilizzazione, molte delle quali cadute nel vuoto a causa della mancanza di visione e di competenza da parte degli amministratori locali e dei dirigenti politici che prendono decisioni in questo settore. Con Carlo Petrini a Terra Madre 2012 abbiamo presentato un manifesto olistico “TERRITORIO ZERO” verso una società a emissioni zero, rifiuti zero e chilometro zero. Il manifesto verrà pubblicato con contributi di altissimo livello (Petrini, Connett, Rifkin, Di Cori Modigliani, Politi, Purini, Toussaint) per i tipi della Minimum Fax. Ma già adesso il manifesto è visionabile e firmabile on line (territoriozero.org). Per il resto posso solo dire che la terza rivoluzione industriale è stata la base per il piano energetico della Sicilia, anche se la sua applicazione in termini di vantaggi per i cittadini e le PMI siciliane stenta a decollare a causa della mancanza di volontà politica da parte dell’amministrazione regionale, mentre il piano energetico di Roma, depositato presso l’ufficio del patto dei Sindaci di Bruxelles, è stato considerato il più integrato e avanzato dalle autorità preposte della Commissione Europea.
L’Italia tutta è in "pole position" per sfruttare al meglio le proprie risorse naturali ed energetiche rinnovabili, se i principi e i piani operativi suggeriti nell’ambito di Territorio Zero verranno seguiti scrupolosamente. Alcune regioni, come la Sicilia, sono in posizione ancora più vantaggiosa grazie all’intensità della radiazione solare. In generale tutti i paesi del Mediterraneo possono creare ricchezza diffusa e occupazione attraverso le tecnologie energetiche che sfruttano le fonti rinnovabili pulite e diffuse sul territorio.

La terza rivoluzione industriale è un processo irreversibile. Può essere rallentato o accelerato a seconda della sensibilità e della capacità di visione e programmazione degli amministratori locali. Ma non può essere fermato. Ci saranno vincitori e sconfitti. Io credo che ogni sindaco, ogni amministratore locale e centrale dovrebbe porsi il problema di dove vuole essere fra dieci anni. E in base alla risposta che si darà il territorio che amministra, sarà leader o semplice consumatore passivo. E’ la sfida dei prossimi anni.

* Angelo Consoli (European Director – The Office of Jeremy Rifkin. T.I.R.E.S. Third Industrial Revolution European Society. C.E.T.R.I. Cercle Européen pour la Troisième Révolution Industrielle )

Angelo Raffaele Consoli, dal 2009 a oggi è Presidente del Circolo Europeo Cetri-Tires. Dal 2002 a oggi è Direttore dell’Ufficio Europeo di Jeremy Rifkin. Ha offerto la sua consulenza alla Direzione Energia della Commissione europea per l’elaborazione della strategia europea mirante al coinvolgimento degli enti locali nella politica energetica europea, cosiddetto Patto dei Sindaci. Ha partecipato alla elaborazione di quattro Master Plan (Sna Antonio Texas, Utrecht, Montecarlo e Roma Capitale). A livello di enti locali italiani, ha fornito la sua esperienza al Presidente Nichi Vendola (Regione Puglia) al Presidente Raffaele Lombardo (Regione Siciliana), al Presidente Claudio Martini (Regione Toscana), a Gianni Alemanno (Sindaco di Roma), a Marta Vincenzi (Sindaco di Genova), a Michele Emiliano (Sindaco di Bari), ad Andrea Gnassi (Sindaco di Rimini), a Giuliano Pisapia (Sindaco di Milano). Ha partecipato alla elaborazione del SEAP per Roma Capitale, e alla elaborazione della domanda e susseguenti attività negoziali per il programma di assistenza tecnica E.L.E.N.A. per Roma Capitale. E’ stato consulente informale della direzione del dipartimento ambiente e del dipartimento energia della Regione Siciliana, nella cui posizione ha partecipato fra le altre cose, alla elaborazione del Piano Energetico Ambientale regionale, PEARS. E’ coordinatore della piattaforma per la terza rivoluzione industriale con dirigenti delle le principali aziende, IBM, Philips. Acciona, Bouygues, Diamler, EPIA, UTC-Hydrogen solutions, Hydrogenics, AWEA. Ideatore e coordinatore del F.R.E.D. Sicilia, forum regionale per l’energia distribuita costituito con CGIL Sicilia, Confindustria Sicilia, CNA, Confartigianato, Confocooperative, lega Coop, Federconsumatori, ANCE Sicilia, e CETRITIRES, mirante a dare sostegno alle politiche energetiche distribuite su scala regionale. Ha speso 25 anni di vita professionale all’estero, principalmente a Bruxelles, dirigendo equipes composte da professionisti di diverse nazionalità, e questo gli ha permesso di destreggiarsi nel coordinamento di progetti e nella gestione di programmi internazionali in un ambiente multi-culturale e plurilingue, consentendogli d vantare un vasto patrimonio d contatti professionali e personali con decisori politici amministrativi e imprenditoriali a tutti i livelli dell’Unione Europea e di numerosi stati membri.



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