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Intervista ad Anna Maria Biavasco

Creato il 10 settembre 2010 da Giuseppemanuelbrescia

Anna Maria BiavascoAnna Maria Biavasco è un vero e proprio mostro sacro della traduzione letteraria italiana. Traduce autori come Patricia Cornwell, Dan Brown, Joyce Carol Oates, John Grisham, e una valanga di altri scrittori, più o meno celebri. Una cosa è certa, quando una casa editrice ha per le mani un titolone, chiama lei per tradurlo. Credo voglia dire molto, e fidatevi quando vi dico che non succede a molti traduttori, di essere letteralmente rincorsi. Ho avuto la fortuna di averla come insegnante all’università, e il suo esempio e il suo incoraggiamento sono stati determinanti nella mia scelta di tentare la travagliata carriera di traduttore letterario. Non voglio perdermi troppo in sbrodolanti elogi, che pur meriterebbe, come collega e prima ancora come persona, ma visto che ci ha concesso un po’ del suo prezioso tempo per rispondere a qualche domanda, vorrei approfittarne. Partiamo da qualche domanda generica sugli argomenti che tratteremo sul blog.

GMB: Anna Maria, grazie per il tuo prezioso tempo. Cominciamo subito. Cosa significa per te tradurre?

AMB: Che domanda difficile! A me è sempre piaciuto leggere, e anche scrivere. Tradurre mi consente di fare tutt’e due (ed essere pagata per questo!). Quando leggi, cerchi di capire, di sentire, il mondo dell’autore, di fartici portare. Tradurre per me vuol dire ricreare quel mondo per chi non è capace di entrarci in lingua originale.

GMB: Quando hai iniziato tu, non c’erano molti corsi di laurea, scuole di traduzione, master, e via discorrendo. Come hai cominciato, quando, ma soprattutto, perché?

AMB: Faccio parte di quella fortunata categoria di persone che sono riuscite a realizzare il loro sogno giovanile: ho sempre voluto fare la traduttrice. Mi dicevano: “Ma così scriverai sempre cose che dicono degli altri!” E io, con adolescenziale arroganza, pensavo che non avevano capito niente. Sono rimasta della stessa adolescenziale arroganza: mi sento come l’attrice che interpreta Giulietta, contenta di recitare le parole scritte da Shakespeare…

Ho cominciato subito dopo la laurea in lingue e un anno in Irlanda a insegnare italiano, come traduttrice tecnica. Il salto verso l’editoria è venuto più tardi, per gradi, con una prova per la Sperling & Kupfer e poi, già insieme a Valentina Guani, per Mondadori. Penso fosse più facile, allora. Per noi lo è stato.

GMB: Quali sono, secondo te, le doti fondamentali che deve avere un traduttore?

AMB: Ho insegnato traduzione all’università per tredici anni e mi sono resa conto che traduttori si nasce, almeno fino a un certo punto. E’ una sensibilità, un orecchio particolare, che va affinata e che migliora con la pratica, ma che se non hai di tuo non credo tu possa acquisire. E’ anche una curiosità per le parole, per i modi di dire, per le sfumature di significato, per le allusioni, le connotazioni.

Al di là di questo, un traduttore deve saper leggere e scrivere.

GMB: Che cos’è il traduttore? Uno scrittore, un imitatore, un pappagallo, o che altro?

AMB: E’ uno scrittore, sì, e anche un imitatore. E poi anche un doppiatore, un attore, un adattatore, un esperto linguistico e culturale e un tuttologo: deve sapere tutto di tutto. Prima di Internet era anche un topo di biblioteca. Adesso è un internauta.

GMB: Hai tradotto una valanga di libri – letteralmente, se uno ci restasse sotto, sarebbe difficile uscirne – quali ti hanno segnata maggiormente?

AMB: Farei fatica a tradurre il termine “segnata”… A livello intimo, “La madre che mi manca” di Joyce Carol Oates, tradotto subito dopo la morte di mia madre. Impossibile prendere le distanze, a volte piangevo sulla tastiera: è stato catartico, però. A livello professionale, tradurre la Cornwell mi ha dato una “fama” davvero sorprendente: ricordo un paio di casi in cui mi è stato chiesto: “Mi scusi, ma lei è mica la Biavasco che traduce Patricia Cornwell?” E io che credevo che nessuno andasse a leggere il nome del traduttore! Poi ci sono i libri che ho tradotto a stretto contatto con l’autore, in genere recuperato su Facebook. E’ divertente e molto interessante scegliere insieme all’autore certe soluzioni, ed è rassicurante confrontarsi su diverse possibili interpretazioni. Penso che da queste collaborazioni siano nate le traduzioni migliori.

GMB: Mai pensato di scriverne di tuoi?

Sì, tante volte. E dico sempre: “Lo farò quando avrò il tempo e l’agio per dedicarmici”. Temo non succederà mai…

GMB: Se potessi ritradurre in Italiano un grande classico della letteratura, quale sceglieresti?

AMB: Amo Dostojevskij, ma purtroppo non so il russo…

GMB: A volte mi sento come un attore che si avvicina a un personaggio, anzi, molto spesso a un intero cast. C’è da fare proprio il punto di vista del narratore, ma anche entrare in testa a ogni singolo personaggio della storia. Solo che purtroppo non ci pagano quanto Hoffman per Rain Man. Tu cosa fai nel momento in cui ti avvicini al nuovo libro da tradurre? Come ti prepari?

AMB: Leggo, traduco, rileggo, correggo, rileggo, aggiusto, rileggo, riscrivo. A volte capisco certe sfumature alla quarta rilettura. A volte certi particolari mi colpiscono solo quanto rileggo le bozze definitive, appena prima della stampa. Più un libro è bello, più stratificati sono i significati. Devo essere un po’ ottusa, ma difficilmente li capisco alla prima. Ho bisogno di fare e disfare.

GMB: Una volta erano i traduttori – quasi tutti più che benestanti – a scegliere i libri da tradurre e pubblicare. Oggi i giochi si fanno alle grandi fiere del libro, l’editor ci chiama con un libro da tradurre, ci manda il contratto. Siamo dunque ormai semplici impiegati? C’è ancora spazio per certe romanticherie? Per il traduttore che personalmente “trans-duce” l’opera da un pubblico ad un altro?

AMB: Un tempo a tradurre erano letterati, intellettuali e studiosi. Bravissimi a scovare opere interessanti, ma spesso non altrettanto a tradurre. Adesso ci sono gli editor che leggono, leggono e leggono alla ricerca del libro da pubblicare e i traduttori che traducono, traducono e, secondo me, traducono meglio perché conoscono meglio il loro mestiere.

GMB: Insegni da anni, e ho avuto la fortuna di imparare da te. Quanti dei tuoi alunni si sono fatti strada – o si stanno facendo strada – in ambito letterario? E, non per vantarci, ma quanto pensi sia realmente possibile insegnare, al di là di tecniche e strategie, la sensibilità necessaria a far bene questo lavoro?

AMB: Quanti dei miei alunni? Pochi. E – mi duole dirlo, essendo un’antica femminista – quasi tutti maschi. Mi sono chiesta spesso perché. Forse perché un maschio che studia traduzione è proprio determinato a tradurre; una ragazza magari segue semplicemente la corrente che dal linguistico la porta a lingue. Non lo so, però. Chissà.

GMB: C’è un motivo particolare per cui i traduttori italiani – anche in ambito tecnico – sono i meno pagati e meno tutelati d’Europa, o è semplicemente la condizione dei lavoratori italiani di ogni settore? Quali passi avanti stiamo facendo?

AMB: Passi avanti? Nei miei vent’anni e più di esperienza direi che li stiamo facendo indietro. Siamo pagati meno perché traduciamo di più. Un povero italianista in Inghilterra tradurrà sì e no un libro ogni due anni. Noi abbiamo pagine e pagine di imbrattacarte americani e inglesi da tradurre per tantissimi grandi e piccoli editori. Il passo indietro, a mio parere, è determinato dalla schiera di aspiranti traduttori usciti da scuole o animati da sacro furore (come me un tempo), pronti a tradurre gratis pur di fare curriculum. Difficile avanzare pretese, se fuori della porta c’è la coda di gente pronta a fare il tuo lavoro per un terzo di quello che chiedi tu. Devi mantenere altissimi gli standard: non solo di qualità, ma anche di velocità, puntualità, flessibilità, precisione, correttezza e magari anche di simpatia. E comunque più di tanto non riesci proprio a spuntare.

GMB: Personalmente ritengo questo mestiere uno dei più stimolanti al mondo. Puoi regalarci un aneddoto, o una storia, che ti ha fatto sentire fiera del tuo mestiere e ti ha confermato di aver fatto la scelta giusta?

AMB: Non mi viene in mente nessun aneddoto in particolare. Ma adoro quando mi dicono: “Sai, stavo leggendo quel libro e pensavo che l’autore scrive proprio bene. Poi mi è venuto in mente che in realtà leggevo le tue parole. Scrivi proprio bene!”

GMB: Quando potrò avere l’onore di una traduzione a quattro mani con te?

AMB: Spero presto… E ti assicuro che sarò più svelta e puntuale di quanto non sia stata con questa tua intervista!


Tagged: Anna Maria Biavasco, Intervista, Traduzione, Traduzione letteraria

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