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Intervista di Michela Zanarella ad Antonino Caponnetto ed al suo “Agonie della luce”, edito da Pellicano Libri

Creato il 01 febbraio 2016 da Alessiamocci

“Forse non potrei scrivere più un verso/ se con tutto me stesso/ ora non mi lasciassi andare a questa/ profonda trafittura/ del cuore, al desiderio/ immenso di tornare/ a terre antiche e sacre.” 

Si apre con questi versi potenti e incisivi ‘Agonie della luce’, la nuova raccolta poetica di Antonino Caponnetto, versi rari e inediti che fanno parte di un percorso di scrittura che va dal 2012 al 2015.

E Beppe Costa, che ha curato la prefazione del libro, ci aiuta a conoscere il poeta, facendoci capire quale deve essere il suo ruolo, un ruolo di osservazione critica e pungente alla società, dove si sono persi i valori cardine, il senso delle cose e dei sentimenti. Caponnetto ripercorre ricordi ed è forte il legame con la sua terra d’origine, la Sicilia, e quella luce si fa presenza incisa, anche se lontana. Ma c’è un nuovo cielo che fa maturare nel poeta versi profondi, è la luce fragile del cielo nebbioso di Mantova, la città dove vive. Le poesie ci mostrano una realtà fatta di grovigli, labirinti, nodi da sciogliere, è proprio la forza della scrittura a far luce, a mostrare la verità, ad alleviare distanze e sofferenze. E l’autore ci affida le sue liriche per affrontare le tante ‘agonie’ dell’esistenza, sono doni che racchiudono non solo intensità di espressione, ritmo e musicalità, ma precisi significati di respiro universale. Antonino ha uno stile maturo, la sua abilità nel saper creare immagini calibrando le parole, utilizzando accostamenti a volte spiazzanti, lo rende poeta contemporaneo efficace e originale.

Conosco da anni l’autore ed ho sempre apprezzato le sue opere, per questo ho deciso di incontrarlo per una breve intervista.

M.Z.: ‘Agonie della luce’, la tua nuova raccolta di poesie dal 2012 al 2015 edita dall’Associazione Culturale Pellicano è una pubblicazione di inediti rari e diversi, come è stata strutturata e perché questo titolo?

Antonino Caponnetto: Per tentare di ottenere un libro il più possibile armonico mi è stato necessario lavorare intorno a varie scelte e modi di comporre insieme una settantina di testi poetici di cui a un dato momento disponevo. Ero spinto da due idee fondamentali, direi due immagini-pensiero: una guardava al deserto, o meglio alla desertificazione, indotta e realizzata dal potere tanto nell’anima del singolo quanto su gran parte del pianeta; l’altra guardava allo spirito umano, quotidianamente deprivato della sua luce in quanto speranza e fede nel futuro. Avevo anche scritto una poesia ispirata a Goya, Picasso e García Lorca: l’avevo intitolata ‘Agonie della luce’ e subito mi aveva sfiorato l’idea che il suo titolo potesse caratterizzare bene l’intero libro. In accordo con le due ragioni cui ho accennato, la ‘composizione’ del libro mi ha richiesto la freddezza di estromettere un buon numero di testi, di tagliare alcune sovrabbondanze. Ho anche inserito altre poesie, che nel frattempo andavo scrivendo sotto la spinta di una sorta di ‘necessità del nuovo’, e alla fine del mio procedere ero certo di un fatto: il libro avrebbe avuto due sezioni principali, ‘Specchi sopra il deserto’ (sezione per la quale ho appositamente scritto una poesia onirico-simbolica dallo stesso titolo) e ‘Agonie della luce’ (sezione eponima del libro stesso e, per me, la più importante). Come in una partitura musicale, chi s’inoltra nel libro, attraversando la prima sezione incontrerà le due sottosezioni che la costituiscono e che, attraverso venti poesie, introducono alla sezione più importante: quest’ultima attraversa tre sottosezioni che si sviluppano lungo altre venti poesie. Dei quaranta testi di cui il libro è costituito, ognuna delle due sezioni, ma entrambe nel loro insieme e con le relative sottosezioni rappresentano di fatto, nel loro percorrere ogni singolo verso, ogni singolo fonema, ogni minimo significante, coi suoi ‘repetita’ e/o ‘mise en abyme’, il complesso dei luoghi linguistico-espressivi necessari al ‘discorso’ che tra un significante e l’altro continuamente si apre. Riguardo al ‘perché’ del titolo la mia risposta è che, mentre il deserto ha una sua temporalità che è generalmente percepita in senso negativo, la luce ha invece connotazioni sostanzialmente positive e per così dire atemporali: essa esisterà sempre e comunque, anche come archetipo, come elemento della psiche, della coscienza collettiva e individuale. Sì, la luce è sempre! Anche quando e dove non possiamo vederla essa è dentro di noi a illuminare comunque i nostri sogni. E le sue odierne agonie non possono, non riescono a occultarne, se non momentaneamente, localmente, la presenza. Il suo eterno tornare ne costituisce il destino, che s’intreccia col nostro di suoi semplici umanissimi cercatori (e portatori).

M.Z.: Beppe Costa che ha curato la prefazione del libro ci introduce il compito del poeta, che attraverso il proprio sentire ci avverte della scomparsa degli ideali, dell’umanità, dei sentimenti, ti riconosci in queste parole?

Antonino Caponnetto: Non posso che riconoscermi totalmente nelle parole che Beppe Costa ha posto a prefazione di ‘Agonie della luce’, così come non posso non riconoscermi in molti altri luoghi della sua scrittura e della sua poesia. E valgano come esempio questi pochi versi inediti di Beppe (risalenti, mi pare, al luglio 2015): “Anche quando i poeti scrivono di morte / i loro versi sono vita e anche quando non hanno / alcuna speranza di salvarsi i loro versi la contemplano // se sono imprigionati vedono sempre la luce / e quando muoiono rimangono più vivi che mai”.  Io credo che proprio attraverso l’Arte il pittore, il musicista, il poeta, il drammaturgo, l’Artista in generale si faccia testimone del mondo, delle sue ingiustizie e iniquità, della scomparsa degli ideali e dei valori umani fondamentali, come dell’inaridirsi dei sentimenti… Ma è altrettanto vero che l’Artista, in grazia della propria Arte, è sempre in grado di suscitare i sentimenti e le emozioni più vitali, perfino dei veri e propri ‘risvegli’, e di farsi, in tal modo, portatore di luce, esempio di vita e di lotta verso ciò che è giusto, inalienabile, umano. L’Artista è incline a insorgere contro il Male, da qualunque parte esso provenga ed è in questo senso che bisogna intendere le parole di Camus: “Ce n’est pas le combat qui nous oblige à être artistes, c’est l’art qui nous pousse à combattre” (“Non è la lotta che ci obbliga ad essere artisti, è l’arte che ci obbliga a lottare”)E ancora in questo senso, io credo che l’Artista debba oggi più che mai ritrovare un modo nuovo ed efficace di opporsi alle ingiustizie, ai mali che affliggono la terra e chi la abita. Un modo di intendere l’engagement che non presupponga schieramenti politici ma neanche li rinneghi. Confesso però di essere personalmente convinto che non possa esserci piena indipendenza di giudizio in chi sceglie di schierarsi in favore di una parte politica quale che sia. Così per quanto mi riguarda, non esistono oggi le condizioni minime perché io abbia un ‘locus politicus’. La mia, se vuoi, è una collocazione semplicemente e umanamente aperta a una fraternità da vivere laddove essa è possibile, nel cuore vivo di una continua battaglia per la vita e per l’umanità.

M.Z.: “La verità che tante volte inseguo/è quella inafferrabile/di un dormiveglia quando è quasi l’alba”, a cosa è dovuta la tua sete di verità?

Antonino Caponnetto: Nei miei primi ricordi infantili è fortemente presente il dispiacere profondo, direi addirittura il dolore, che provavo quando qualcuno dei grandi raccontava qualche avvenimento di cui ero stato testimone, modificando, aggiungendo o eliminando parte di quello che avevo visto e sentito. Già allora mi chiedevo: “perché deve dire così?”. Crescendo le mie delusioni sono cresciute con me, ma a un certo punto ho dovuto accettare il fatto che le bugie come le cattiverie apparentemente gratuite esistevano e c’è voluto del tempo perché imparassi a difendermene. Altro tempo è stato necessario perché imparassi a difendere anche altri da bugie e cattiverie. Devo dire che nella mia vita ho sempre guardato alla verità come fondamento della libertà del mio spirito e dello spirito umano in generale.  È accaduto diverse volte che la verità mi si mostrasse nei suoi aspetti più dolorosi. Ma a parte qualche umanissimo tentennamento l’ho sempre accettata come necessità inevitabile. Credo che la scrittura e la poesia in particolare siano state per me il mezzo maggiormente efficace nella ricerca e nell’espressione di quella verità (sia interiore che esteriore), che mi è stato possibile raggiungere.  Nel caso particolare di questo libro, mentre cercavo di ‘comporlo’ a partire dalle poesie già disponibili, mi sentivo spesso e improvvisamente costretto a scrivere altri versi. E più scrivevo, più si accresceva in me l’esigenza di inoltrarmi nelle profondità non solo del linguaggio, ma della mia stessa interiorità. In altre parole, sentivo di dover scendere a un diverso livello di verità, di dover procedere verso strati assai più profondi rispetto a quelli fino a quel momento raggiunti. Quanto a sapere fino a che punto ci sono riuscito, questo è davvero un altro paio di maniche.

M.Z.: La luce che affidi al lettore non è solo quella della tua terra, dell’origine, ma va ben oltre. Una luce in agonia, che mostra i tanti drammi della condizione umana, è così?

Antonino Caponnetto: La mia terra d’origine, la Sicilia, è la terra della luce e di tutti i suoi colori. Chi vi abita ne è inevitabilmente pervaso sia nello spirito che nel corpo. Anche i suoi pensatori, i suoi filosofi lo sono. Chi ha avuto la fortuna di vivere sotto quella luce non potrà che portarla dentro di sé per tutta la vita. Non a caso una simile fortunata geografia ha generato un Pensiero Meridiano, una necessaria mediterraneità, fra i cui ultimi fautori annoveriamo Nietzsche, Camus, Cassano. Ma anche nella nostra epoca altamente civilizzata (!) il Mediterraneo continua ad essere luogo di morte e di tragedia: proprio là dove è più splendente la luce solare, più profonda è la notte e il dolore dello spirito umano. Quella luce che nei suoi significati simbolici ed emotivi rappresenta la speranza e il futuro, viene sistematicamente oscurata e spinta a morire insieme ai suoi figli. Contro queste tragedie e contro il Male che le genera bisogna combattere, senza arrendersi mai, perché coloro che ancora sono dotati di un briciolo di umanità non possono tollerare che la logica del massimo profitto vinca sulle ragioni della giustizia, degli umani diritti, della vita e del bene. La luce che affido ai miei lettori (non pochi dei quali poeti e artisti) è, malgrado questo e contro tutto questo, quella della speranza e della lotta consapevole. Si tratta di una speranza spesso taciuta nel libro ma sempre e comunque presente: una speranza concreta, capace di farsi Principio, fonte di vita per ciascun essere sulla terra, necessaria anche e soprattutto per chi non crede in un Dio ma commisura il suo agire al coraggio di essere, a una propria legge morale senza la quale non potrebbe vivere né confidare in un futuro umano, per chi è ormai profondamente persuaso del fatto che la propria lotta quotidiana non debba in nessun caso prescindere dal ‘noi’. Per i lettori che conosco bene, per quelli che spero di avere, mi auguro che non mollino, e che, se in troppi luoghi la luce è in piena agonia, non lo sia mai nelle loro coscienze. Spero che siano loro (soprattutto i più giovani), insieme ai poeti, agli artisti veri, gli umani messaggeri di luce sulla terra.

Antonino Caponnetto è nato a Catania, dove ha vissuto, salvo una breve pausa romana, fino al 1980. Dal 1981 vive a Mantova. Per l’Editore Campanotto ha pubblicato i due libri di poesie “Forme del mutamento” (1998) e “La colpa del re” (2002). Per le Edizioni Kolibris ha pubblicato la raccolta di versi “Miti per l’uomo solo” (2009). Suoi testi poetici sono stati radiotrasmessi e altri sono apparsi su rivista. Presso le Edizioni del Trito&Ritrito sono inoltre apparse (in limitato numero di copie destinate agli amici), quattro plaquettes: “A che serve?” (2001), “Le chiare strade” (2002), “Contromovenze” (2003) e “Petits cahiers pour la douleur du pauvre” (2005). Per la rivista “Zeta News”, dal 2002 al 2006, ha curato insieme a G. Sammito l’inserto “Atti Barbari”. Sia con altri che in proprio ha inoltre promosso e curato iniziative sulla poesia e, in particolare, sulla scrittura poetica. È presente in rete dal marzo 2012 con il blog Caponnetto-Poesiaperta. Suoi testi poetici, un intervento sulla poesia, un’intervista e altro, sono leggibili anche online attraverso vari link. Non mancano le prefazioni e i contributi critici alle opere di giovani e meno giovani poeti.

Written by Michela Zanarella

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Blog Antonino Caponnetto


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