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Interviste rampanti: FABIO STASSI

Creato il 18 novembre 2013 da Lalettricerampante
Protagonista dell'intervista rampante di questa settimana è Fabio Stassi. Scrittore di origini siciliane, classe 1962, Fabio Stassi vive a Viterbo e lavora a Roma in una biblioteca universitaria. Ha esordito nel 2006 con il romanzo Fumisteria, pubblicato da GBM, con il quale ha vinto il premio Vittorini Opera Prima 2007. Ha poi pubblicato con minimum fax: È finito il nostro carnevale (2007), La rivincita di Capablanca (2008) e Holden, Lolita, Živago e gli altri (2010). Nel 2012 ha pubblicato con la casa editrice Sellerio L’ultimo ballo di Charlot, con il quale è stato finalista al premio Campiello. Io ho conosciuto questo autore proprio grazie all'ultimo romanzo, che rientra tra i libri più belli che abbia letto quest'anno. Ringrazio Fabio per aver accettato l'intervista e la casa editrice minimumfax per avermi aiutata a mettermi in contatto con lui.
Interviste rampanti: FABIO STASSI
Da bambino dicevi “da grande farò lo scrittore”?
Una volta, la maestra elementare ci chiese cosa volevamo fare da grandi. Il mio compagno di banco rispose “Il papa, io voglio fare il Papa”. Tutta la classe rise. Io pensai invece cosa c’era di più grande e di più difficile che fare il Papa. Risposi “lo scrittore”. Avevo sette anni, e sono ancora convinto che diventare uno scrittore sia un’impresa impossibile. Sono anche d’accordo con Steinbeck che diceva che  “La professione di scrivere libri fa apparire le corse dei cavalli un'attività solida, stabile.”
Fare una sola domanda sul tuo L’ultimo ballo di Charlot è un’impresa, francamente, impossibile. Per cui ho deciso di porti quella forse più banale in assoluto, ma che credo stia alla base di tutto il libro. Perché hai scelto proprio Charlie Chaplin come personaggio del tuo ultimo, bellissimo, romanzo? Grazie. Non voglio risponderti con le solite capriole, ma in realtà è stato lui a imporsi. All’inizio era assente da questa storia. Io avevo montato su il tendone e fatto entrare i personaggi. Quasi come nel cinema. Gli avevo fatto un provino, volevo vederli muovere sulla pista di un circo. Chaplin è arrivato per ultimo, con il suo passo da pinguino, saltellante e irresistibile. Come nei suoi film. Ma appena è entrato, ogni cosa è andata al suo posto. E’ stata una bella sensazione.  Veniva da un pozzo profondo della mia memoria e della mia idea di mondo e di umanità. Lo avevo amato da bambino e da adulto. Ritengo Luci della città un film perfetto. A casa mia, Chaplin era considerato la bandiera di tutti gli emarginati, gli emigranti e gli umili della terra.
Come sei stato scoperto (o come sei riuscito a farti scoprire) dalle case editrici che ti hanno pubblicato?C’è voluto molto tempo. Ma è stato un tempo necessario. Scrivo da sempre, e ogni tanto spedivo le mie cose. Conservo una cartellina piena di rifiuti. Avrei potuto esordire prima, molto prima, ci sono andato vicino più volte, ma non me ne sono mai fatto una malattia. Scrivere è un lavoro lento, per migliorare, anche di poco, solitamente ci vogliono anni. Poi, improvvisamente, quando quasi non ci credevo più, ho ricevuto tre risposte positive da parte di tre case editrici. È stato come un sortilegio che svaniva. O forse, più semplicemente, ogni cosa ha davvero il suo tempo.
Qual è il tuo rapporto con i critici professionisti e con i book blog?Ne ho conosciuto qualcuno, in questi anni, di critici. Cerco di leggerli. Ci sono alcuni critici dello scorso secolo che mi sono stati utili quanto alcuni scrittori. Giacomo Debenedetti, per esempio, è stato per me fondamentale e lo considero un grande autore del Novecento. La critica letteraria mi appassiona come una partita di calcio. Sarebbe bello se il dibattito culturale muovesse lo stesso entusiasmo. Anche i book blog ogni tanto  li leggo. Credo sia importante parlare di libri.
Qual è la cosa più bella che è stata detta riguardo a un tuo romanzo? E la più brutta?Spesso mi hanno detto che non sembro uno scrittore italiano, e questo l’ho ritenuto un complimento, almeno nelle intenzioni. Ho letto molto di altre letterature, ma soprattutto considero il romanzo un fatto sovranazionale e credo nell’identità multipla di cui parla Aamin Maalouf, nell’utopia di una letteratura libera e cosmopolita.Di cose brutte, a lungo mi sono portato dietro l’osservazione di un direttore editoriale che mi disse che avevo uno stile “inamidato”. Ma mi è servita. Una che invece mi ferì: non riguardava un romanzo ma un pezzo che avevo scritto per un altro scrittore. Su un blog fu definito “perbenista e compiacente”. Ci rimasi male.
Hai qualche mania come scrittore?  Che so, riesci a scrivere solo in un posto preciso o a una particolare ora del giorno o della notte?La mia ossessione è il pendolarismo, ma non è una mania. Sono un pendolare – questa parola, sì, la posso accettare – da quasi vent'anni. Secondo i miei calcoli ho fatto almeno venticinque volte il giro del mondo sommando i chilometri di strada ferrata che ho percorso e ho passato sui treni dai tre ai quattro anni completi.  Il treno è il mio laboratorio, il mio studio, la scomodità che mi aiuta anche a scrivere e a non allontanarmi dalle cose che sono vere.
Io ho un’ossessione per le copertine dei libri, che condizionano molto la mia decisione di leggere o meno un’opera. Hai avuto voce in capitolo nella scelta di quella dei tuoi libri?Solitamente, sono le case editrici a decidere. È il loro mestiere. Ma spesso ne discutiamo insieme. E’ molto entusiasmante, il momento della copertina.
Cosa consiglieresti a un aspirante scrittore ?Difficile dare consigli. Non mi piace. E’ appena uscito un bel libro di Giuseppe Culicchia, E così vorresti fare lo scrittore. Ecco, consiglierei di leggerlo. Illustra molto realisticamente tutti i lati di quest’attività e può essere un antidoto salutare e salvifico.
Cosa pensi dell’editoria a pagamento? E dell’autopubblicazione?Ne penso male. Questo sì, posso consigliarlo, di non pagare mai per pubblicare. Ci sono banditi che hanno costruito fortune sulle ambizioni sbagliate della gente. L’autopubblicazione è invece una cosa privata. Ognuno può stampare, anche con la propria stampante, un dattiloscritto, magari solo per farlo leggere agli amici. Ma è un’altra cosa. Nell’epoca delle foto digitali, come dice Busi, si fanno migliaia di scatti e non ce n’è uno che si salvi. Allo stesso modo, non si dovrebbero scrivere romanzi con la stessa facilità. Ma avere più attenzione, più pudore, più cura. La letteratura è un antidoto all'egocentrismo, una dichiarazione di guerra all’autocompiacenza. Una volta, una scrittrice cilena mi ha detto che si scrive per il proprio disonore, non per il proprio onore.
Ebook o cartacei?Io non li vedo in alternativa, e non ho paure che il libro scompaia. Ho paura che si smetta di leggere, semmai.  Sono i lettori che devono esistere sempre. Senza lettore non c’è libro, di nessuna forma. Aggiungerei anche gli audiolibri, per i quali ho un debole. Ne sento uno ogni volta che devo fare un viaggio in macchina e non posso aprire un libro di carta.
Qual è il libro, non tuo, a cui sei più legato?Sono molto legato alla Lingua salvata di Elias Canetti. Il primo suo libro autobiografico. Per tutto il discorso sulle lingue che fa, e anche per l’amore per la letteratura. E poi anche a Conversazione in Sicilia di Vittorini, il mio primo libro adulto.
Un autore/autrice italiana che stimi tantissimo? Consigliaci un suo libro.Stimo molto Andrea Bajani. Se consideri le colpe ve l’avranno già consigliato.
Hai letto le Cinquanta Sfumature?No.
Qual è Il tuo colore preferito?Il verde.

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