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Intorno a una recensione di Lo Hobbit. La battaglia delle 5 armate

Creato il 03 gennaio 2015 da Martinaframmartino

Intorno a una recensione di Lo Hobbit. La battaglia delle 5 armateRecensione di Lo Hobbit. La battaglia delle cinque armate pubblicata sul numero 1 (2 gennaio 2015) di Sette, il settimanale del Corriere della Sera. La firma è di Claudio Carabba.

Smaug, il drago, si è svegliato e sta puntando sulla piccola città ai piedi della montagna incantata. Gli abitanti fuggono terrorizzati. Bard, l’intrepido arciere che potrebbe fermare il volo di fuoco, è ancora in prigione, chiuso dal governatore corrotto. Comincia così, senza preamboli, l’ultimo atto della trilogia dello Hobbit, là dove si era fermato, giusto un anno fa, il capitolo 2° (La desolazione di Smaug). Qualche spettatore non riuscendo ad annodare il gomitolo, forse si annoierà; o magari gli basterà guardare le figure e le battaglie. Sono 14 anni che Peter Jackson è smarrito nella “terra di mezzo” di Tolkien. Ora cerca di riassumere tutto, concedendosi qualche licenza rispetto al libro (non chiamatelo prequel, per carità), scritto dal professore pazzo molti anni prima del suo capolavoro, Il signore degli anelli. Non perdetevi nei dettagli, lasciate stare i falsi veleni ideologici. Seguite i passi di Bilbo Baggins, dolce avo di Frodo, e dei suoi compagni. La favola segue la linea del cerchio. Tutto, un giorno o l’altro, ricomincerà nei vostri sogni.

Commenti sparsi sul testo. Non entro nel merito di quel che ha fatto Jackson, non mi interessa, al di là del fatto che non ho neppure visto i tre film. Quello che mi interessa è come ne parla Carabba.

Montagna incantata? Che bisogno c’è di quell’aggettivo? Tolkien non lo usa, usarlo qui è uno sminuire il genere, come se per forza dovessimo essere sempre in un reame incantato. Siamo in un mondo diverso dal nostro, certo, ma non c’è bisogno di aggiungere un tono favolistico in ogni punto, oltretutto in un momento molto drammatico della storia.

Anche il suggerimento di guardare le figure e le battaglie sminuisce la storia e i suoi appassionati, come se tutto ciò che contasse fosse un grande spettacolo di armi. No, la storia è importante, anche se non so come Jackson l’ha trattata. Dire che solo le battaglie sono interessanti sarebbe come ritenere interessanti solo le battaglie in Guerra e pace. No, ci sono le battaglie ma c’è anche molto altro. Quanto ai veleni ideologici non capisco perché tirarli in ballo, sono solo spazzatura creata da chi ha provato a usare le opere di Tolkien per fini ideologici e che nulla hanno a che vedere con le opere stesse. Quei veleni andrebbero citati ed analizzati solo in un testo che si occupa della ricezione dell’opera, non menzionati rapidamente e senza spiegazioni nella recensione di un film. Carabba non sapeva cosa scrivere o voleva farci sapere che conosce l’opera in tutti i suoi aspetti? In ogni caso ha citato elementi inutili, che non servono alla comprensione del film (o del romanzo) senza approfondire nulla.

Non ho capito invece il tono di quel non chiamatelo prequel, per carità. Ci sta dando dei nerd fanatici che non dobbiamo essere irritati con l’utilizzo di un termine, o concorda con il fatto che è sbagliato visto che anche lui sa che dei due romanzi il primo scritto da Tolkien è proprio Lo Hobbit? Non riuscendo a interpretare la frase mi limito a dire che definire Lo Hobbit il prequel del Signore degli anelli sarebbe come chiamare La monaca di Monza lo spin-off dei Promessi sposi.

La cosa che però mi ha irritata davvero è quel professore pazzo. Ma come si permette Carabba? Tolkien era un serio e rispettato professore di Oxford, e i suoi studi di filologia sono ancora oggi importanti. E con questa semplice parola il signor Carabba ha perso ogni credibilità ai miei occhi.

Se però al genere fantasy e al suo autore più famoso viene riservato questo trattamento dal più importante giornale d’Italia significa che di strada per sfatare i pregiudizi contro il genere ce n’è ancora tanta da fare.



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