Inutile aspettare.

Da Blanca Persaltrove

Non sapeva nemmeno quel che faceva al mondo. Non aveva interessi, nessun passatempo. Le piaceva guardare, e con ciò non intendeva il gesto scaltro e intelligente dell’osservare, perché non c’era nulla di riflessivo nel suo appostarsi ai margini dei gruppi. Guardava la vita altrui, forse per invidia o per denigrarla intimamente, con occhi scialbi che scavavano fosse invisibili. Nessuno si accorgeva di lei, perché quel modo di far tappezzeria non serviva per farsi notare, era un modo per assorbire.
Sì, era questo che faceva, in sostanza: assorbiva la vita degli altri per potersene appropriare.
S’insinuava come l’acqua, infiltrava le fondamenta e, se non riusciva a smuovere il terreno, di certo faceva marcire i pilastri portanti.
Aveva un pregio, quello di sapersi trincerare. Mai esposta, mai colpevole, mai capace di un’opinione, sapeva salvare le apparenze. Era il silenzio alle spalle che ti assale nella notte, l’ombra sfuggente che ti lascia un brivido fastidioso e sudore ghiacciato.
Non era stato facile per Pearl, convivere con la signora che ora sonnecchiava in camera.
Adesso però sapeva, come il monaco zen che raggiunge il Satori, l’Illuminazione. Aveva passato una vita a chiedersi il perché e adesso, finalmente, Pearl aveva compreso. Quella era una donna inutile.
Quel fantoccio di donna era la madre che aveva dovuto subire. L’amabile donna che aveva fatto dell’apparenza un baluardo, celando l’irrequietezza naturale con la mitezza, che era capace di annientarsi pur di ottenere il suo scopo. Pearl si era sempre sentita schiacciata dall’indifferenza di quella genitrice dall’apparenza servile. Considerata una generosa benefattrice, attenta alle esigenze di tutti, immolata al sacrificio a fin di bene (ma sempre per ottenere qualcosa), la madre s’improvvisava di volta in volta autista, cuoca e serva, fino a diventare un punto fermo nella vita di chi frequentava. Possessiva ed esclusivista, si rendeva indispensabile, per poter così impossessarsi di anime, di pensieri, di modi di fare e atteggiamenti.
Era una farsa, adesso lo capiva meglio, ma in passato Pearl si era sentita colpevole della freddezza materna, che faceva a pugni con la disponibilità che mostrava a chiunque, e aveva sofferto come tutti i figli abbandonati, invaghendosi dei pochi gesti affettuosi che lei le dispensava e che nascondevano sempre una richiesta: quella di lasciarla in pace, libera di coltivare le sue conoscenze.
Pearl si era sentita sempre e costantemente rifiutata e aveva seguito da spettatrice la vita famigliare che la madre imbastiva per tutti. Era un’ipocrita inconsapevole, sua madre, e diceva di volerle bene.
Madre di baci in pubblico, esibiti.
Madre di sguardi assenti e di ascolti negati, in casa.
Madre di doni costosi intervallati da parole aspre, che uscivano dalla bocca scontenta senza che nemmeno se ne accorgesse. Una parola gentile l’aveva sempre per le amiche, per i passanti, per le commesse dei negozi, ma c’erano solo sbuffi spazientiti per lei, quando le chiedeva attenzione. Quella donna l’aveva accontentata e viziata, ma solo per essere lasciata in pace, e di fatto Pearl si era sentita sola. Per anni aveva creduto che sua madre nascondesse un segreto, forse un grande rimorso, magari una colpa e la ragazza avrebbe accettato qualsiasi scabrosa confessione, pur di poter sollevare quel velo di malinconia.
La donna, una volta chiuso l’uscio di casa, perdeva il sorriso e l’allegria, si rivolgeva ai famigliari con pochi convenevoli, scontenta e scontrosa, musona e infastidita, non faceva mancare il necessario ma di fatto si muoveva con la mente volta ai suoi egoismi e non vedeva la ragazzina che stava crescendo, aggrappata alla bambola, sostituta d’amore.
Nell’adolescenza Pearl aveva pensato essere odiosa, di creare lei quello scompiglio, perché papà, con la sua tranquilla e rassicurante routine da impiegato, non poteva certo essere la causa di quell’inspiegabile malcontento. Non capiva: perché la mamma aveva due facciate, quella intima e quella pubblica, e non riusciva a restare se stessa?
Quando mai era se stessa?
In preda a quel dubbio, Pearl aveva cominciato a leggere di nascosto gli scritti di sua madre.
Aveva dodici anni, la prima volta che aveva scovato quel diario. Le lettere che sua madre scriveva, indirizzate a un fantomatico gentiluomo che non era suo padre, erano conservate in un diario dalla copertina di pelle marrone, scurita da anni di maneggiamenti, che sua madre teneva nel comodino tra i fazzoletti di carta e un rosario mai tolto dal cellophane.
Non erano il racconto di una storia, o la cronaca di un amore clandestino, ma semplici frasi, parole pesanti come piombo, che invitavano l’animo alla tristezza e a una disperazione inspiegabile e a tratti malata. Con gli anni Pearl si era resa conto che non c’erano opinioni, in quelle lettere, ma solo lamenti.
Adesso comprendeva che erano l’essenza di ciò che quella donna era: il nulla.
Un ripetersi infinito di termini senza senso, a casaccio, che facevano da contorno ad aria. Fritta.
Pagine e pagine di parole vuote, alla prima lettura delicate e femminili, che cozzavano con la realtà delle cose che lei ben conosceva e creavano di sua madre una figura inesistente. Scritti che sembravano vecchi di secoli, lontani dalla quotidianità, a tratti melensi, ma che, tra le righe, nascondevano qualcosa che somigliava al rancore e alla rabbia. Per quanto delicati fossero i termini usati, la scrittura nervosa trasudava rancore, quella stizza che saltava alle orecchie nelle parole sgarbate, nelle risposte secche colme di fastidio che riservava a lei e a suo padre, nei suoi giorni peggiori. Quant’era dolce invece con le amiche, con le mogli dei colleghi di papà, con le impiegate in posta!
Non se n’era accorta subito, ma sua madre intratteneva rapporti solo con le donne, pareva indifferente al genere maschile, fuggiva gli scambi di parole con gli uomini eppure scriveva tediose lettere al suo Amor Perduto, chiamandolo ripetutamente, desiderando ciò che avrebbe potuto avere ma non voleva.
Pearl si chiedeva perché mai cercasse di apparire così eterea, sensibile e generosa, quando aveva tratti marcati e la praticità brusca e sbrigativa del commerciante navigato, dell’affarista scaltro. Era il padre ad avere l’animo più sensibile e quieto, eppure negli scritti lei si dipingeva come eterea e soave, ingannando l’interlocutore. E chi era mai quel gentiluomo cui si rivolgeva?
Forse fu proprio per comprendere quel mistero che Pearl s’iscrisse alla facoltà di Psicologia.
Gli studi la aiutarono, le fecero notare l’infantilità della donna, che in vent’anni di matrimonio non era cambiata, non era progredita né cresciuta intellettualmente, non aveva fatto esperienze illuminanti. Nessun libro si era soffermato tra le mani segnate, nemmeno una rivista, un programma televisivo o il cinema l’aveva distolta dal suo far niente, dai suoi sogni dolorosi. Agli occhi degli estranei era una persona mite, e nessuno avrebbe potuto immaginare con quanta irriverenza sferzante catalogava amici e parenti. Era l’essenza della persona abitudinaria: stessa casa, stesse pietanze, stessa boutique, stessi impegni da Capodanno a Natale, con il consueto soggiorno montano tra luglio e settembre.
In certe occasioni pareva figlia di un’altra epoca e non la donna energica e attiva degli anni Duemila che si occupava della casa, delle attività scolastiche e dei banchetti di beneficenza.
Il vecchio diario era stato sostituito da numerose agende, nell’arco degli anni, ma le frasi non si erano evolute, noiose e ripetitive, quasi un esercizio di calligrafia, e non c’era stata una sola riflessione, nessuna sfumatura di comprensione dell’esistenza umana, nella vita raccolta in quelle inquietanti cantilene, richieste di amore. Si era limitata a far domande senza ricevere mai risposta. Tutto era rimasto immutato, a parte le date, e Pearl si era presto stufata di leggere quelle missive tutte uguali.
Nella vita di sua madre le uniche cose che erano cambiate erano le frequentazioni, persone differenti si erano susseguite senza soffermarsi troppo, si trattava soprattutto di donne deboli o bisognose, quelle che usava per coglierne di nascosto l’essenza, per impossessarsi della loro esistenza, per vivere per procura ciò che le mancava. Dopo il funerale del marito, però, la madre aveva preso a isolarsi, trascorrendo pomeriggi interi seduta sulla panchina del parco, con lo sguardo fisso sui passanti e quando Pearl l’aveva invitata a trasferirsi da lei, la donna aveva rifiutato.

Sua madre ora dormiva e Pearl la osservava sorridere come una bambina.
L’aveva affrontata, quel pomeriggio, svelandole di aver letto i suoi diari, e la madre con assoluta semplicità le aveva ammesso di non ricordare nemmeno il motivo, per cui aveva cominciato a scrivere, e con entusiasmo che sembrava liberazione, le aveva raccontato che il ragazzo cui si rivolgevano le sue malinconie era un giovanotto che una volta era entrato nella bottega di suo nonno e aveva comprato dei calzini bianchi.
Sbigottita per quell’improvvisa e inaspettata confidenza, Pearl si era seduta sullo sgabello di legno mentre la madre cancellava finalmente una vita di silenzi.
Quel ragazzo l’aveva guardata. Aveva occhi profondi e buoni, l’aveva fatta rabbrividire da capo a piedi e prima di uscire aveva pure sorriso. Sua madre era certa che avesse nascosto in quel sorriso un invito, un appuntamento, e si era perdutamente innamorata di lui. Anche se non aveva usato quei termini, Pearl aveva compreso che la ragazza che era stata sua madre l’aveva perseguitato, che lui era stato gentile ma mai accondiscendente, che l’aveva rifiutata con garbo per non farla dispiacere, ignorandola per non offenderla finché lei non si era presentata a casa della sua fidanzata, spergiurando che lui era il suo principe.
Ricordando, sua madre sorvolava su molti particolari, vaneggiava, tralasciava aspetti, e parlava di Gianni come se fosse stato costretto a lasciarla, anche se non c’era stato nulla tra loro. Addirittura aveva ammesso d’aver sposato il marito per farlo ingelosire. Probabilmente il ragazzo l’aveva scacciata infine, ma lo scandalo era stato nascosto e lei era stata data sposa a suo padre, che non a caso viveva in città e tornava al paese solo d’estate. Dopo tanto tempo era ancora certa del suo sincero interesse, ed era convinta che per qualche ragione il destino che li aveva divisi presto li avrebbe rifatti incontrare. Ancora lo attendeva, sicura che lui la stesse cercando, e aveva aggiunto senza alcun rimorso che, ora che era vedova, non ci sarebbero stati nemmeno gli ostacoli del vincolo matrimoniale, a frapporsi fra lei e il suo Principe.  Ora poteva smettere di piangere il suo amore perduto e dedicarsi al suo ritorno. Per questo aveva smesso di scrivere e lo attendeva seduta alla panchina del parco, ogni giorno.
Era questo che aveva tormentato e tormentava sua madre, allora: lo sguardo fugace di un ragazzo che non era più tornato nel negozio di biancheria del nonno, che non intendeva darle alcuna importanza ma che aveva trasformato la vita di sua madre in un eterno appuntamento.
Era come una storia d’appendice, una ridicola illusione, e se si fosse trattato di un racconto del dopoguerra Pearl l’avrebbe giudicato pittoresco e plausibile… ma i fatti risalivano al 1980, non erano le fantasie di una giovinetta d’altri tempi, ma le paranoie malate di una donna adulta.
Una donna che aveva vissuto invano, inseguendo qualcosa d’inesistente, d’inutile, senza senso.
Era questa la sola e patetica Verità.
Rendendosi conto che dietro la maschera sua madre non celava che il nulla, Pearl era stata incapace di arrabbiarsi, l’evidenza della cosa le aveva tolto persino la voglia di sapere. Aveva ascoltato le parole vacue e illogiche di quella nullità finché si era appisolata sul letto, con il sorriso ebete di chi non capisce nulla.

Dopo averla coperta con il plaid, Pearl si era diretta nella sala e, per vendicare l’esistenza che lei e il padre avevano dovuto subire, con gesto deciso aveva gettato nel fuoco del camino i diari di quel delirio, poi aveva telefonato al suo insegnante perché le desse il numero di quella famosa clinica francese.


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Tag: demenza, ipocrisia, panchina, psicologia

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