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Io antidemocratico? Allora fuori dalle palle!

Creato il 12 dicembre 2012 da Antonio

"La reazione immediata dei commentatori occidentali al crollo del sistema sovietico fu che esso ratificava il trionfo permanente sia del capitalismo sia della democrazia liberale, due concetti che gli analisti nordamericani meno sofisticati tendevano a confondere. [...] D'altro canto nessun osservatore serio nei primi anni '90 potrebbe essere così ottimista sul futuro della democrazia liberale come lo è su quello del capitalismo. Il massimo che si possa prevedere con una certa fiducia (tranne, forse, per i regimi fondamentalisti di carattere teocratico) è che in pratica tutti gli stati continueranno a proclamare il loro profondo attaccamento alla democrazia, a organizzare elezioni di qualche tipo, a tollerare un'opposizione soltanto formale, proprio mentre ciascuno di essi interpreterà a suo modo la democrazia." Eric J. Hobsbawm, Il secolo breve. 1914-1991. BUR, 1997, pagg. 663-664.

"L'epilogo è stato la vittoria, che ha prospettive di lunga durata, di quella che i Greci chiamavano la "costituzione mista", in cui il "popolo" si esprime ma chi conta sono i ceti possidenti: tradotto in linguaggio più attuale, si tratta della vittoria di una oligarchia dinamica e incentrata sulle grandi ricchezze ma capace di costruire il consenso e farsi legittimare elettoralmente tenendo sotto controllo i meccanismi elettorali. Scenario beninteso limitato al mondo euro-atlantico e ad "isole" ad esso connesse nel resto del pianeta. Pianeta che, altrove, viene messo in riga le armi in pugno. [...]
[...] Per parte sua, anche la democrazia ha avuto i suoi momenti di grandezza. [...] Ma questi momenti alti non hanno alla fine prevalso se non temporaneamente. La democrazia (che è tutt'altra cosa dal sistema misto) è infatti un prodotto instabile: è il prevalere (temporaneo) dei non possidenti nel corso di un inesauribile conflitto per l'eguaglianza, nozione che a sua volta si dilata storicamente ed include sempre nuovi, e sempre più contrastati, "diritti"." Luciano Canfora, La democrazia. Storia di un'ideologia. Laterza, 2004, pagg. 331-332.

"Data la difficoltà di sostenere una qualche forma di democrazia che si avvicini al modello più ambizioso, bisogna accettare come inevitabile il declino della fase democratica, fatte salve nuove fasi di crisi e cambiamento che consentano un nuovo impegno o, il che è più realistico in una società in cui sia stato raggiunto il suffragio universale, l'emergere all'interno del sistema esistente di nuove identità in grado di mutare le forme della partecipazione popolare. [...] Per la maggior parte del tempo, tuttavia dobbiamo aspettarci una condizione di entropia della democrazia. [...] E' probabile che in futuro molte delle conquiste relative alla trasparenza dei governi fatte negli anni Ottanta e Novanta saranno revocate, tranne quelle che sono essenziali agli interessi finanziari." Colin Crouch, Postdemocrazia. Laterza, 2003, pag. 17.


Che la democrazia sia in crisi si sa da tempo. Questo è un argomento serio che ha impegnato e impegna molti pensatori, ognuno con la sua prospettiva, ma devo ammettere che nessuno ha esposto la crisi della democrazia, anzi la morte della democrazia, più chiaramente di Beppe Grillo. Adesso restiamo in attesa di qualche milione di veri democratici, di autentici sacerdoti della purezza grillina che voteranno il movimento a 5 stelle.

E' possibile immaginare che questo paese non si meriti di passare da un conducator all'altro? E' ragionevole desiderare un popolo che si appassioni agli argomenti di chi parla con la testa e con un po' di cuore anziché alle persone che parlano solo con la pancia? E' ancora possibile sperare che chiunque voglia impegnarsi in politica, direttamente o indirettamente, lo faccia avendo la consapevolezza che è una materia complessa, che merita una visione complessa e non quattro battutine messe in fila in un monologo scatarrato in un blog o in faccia ad un pubblico desideroso di cambiamento e qualche vaffanculo?


Per reverenza nei confronti di un Maestro devo dire che Norberto Bobbio era molto critico nei confronti delle tesi sulla fine della democrazia nonostante fosse ben consapevole delle promesse non mantenute della democrazia. Nella nota all'edizione del 1995 di Il futuro della democrazia (Einaudi, 1995) scriveva:
"Ed ecco che, mentre stavo scrivendo queste pagine, arriva sul mio tavolo la traduzione italiana di un libriccino francese che ha per titolo La fine della democrazia, e comincia con questa domanda "Sopravviveranno le democrazie sino al 2000?" Non vorrei sbagliare, ma è una caratteristica dei periodi di decadenza il vezzo di abbandonarsi, compiacendosene o deplorandola, all'idea della fine. Ieri abbiamo sentito parlare addirittura della fine della storia. L'altro ieri, di fine della rivoluzione. Da alcuni anni, di fine del mito del progresso. Chi ritiene che sia cominciatà l'età post-moderna, proclama la fine della modernità. L'idea della fine della democrazia rientra perfettamente in questo nuovo millenarismo. C'era da aspettarselo. La fine della democrazia è però soltanto una congettura esattamente come quella opposta. Non ho argomenti razionali sufficientemente fondati per difendere la prima ipotesi piuttosto che la seconda. Soltanto, se cerco di seguire non la mia debole facoltà di capire e quella ancor più debole di prevedere, ma la mia forte facoltà desiderare e, nonostante tutto, di sperare, non ho dubbi sulla risposta."

Io sono meno progressista di Bobbio, del resto anche le mie facoltà di capire e prevedere sono ancora più deboli di quelle di Bobbio ma "la mia forte facoltà desiderare e, nonostante tutto, di sperare" mi impone un approccio ben preciso nei confronti della democrazia. Un grande analista delle dinamiche sociali come Gaetano Mosca "fece ricorso, a sostegno della sua tesi, certo pessimistica, dell' inesistenza della democrazia, "all'apologo - come scrive - di quel padre che morendo confidava ai figli che nel campo avito era sepolto un tesoro, ciò che fece sì che quelli ne sollevassero tutte le zolle, non trovando il tesoro ma aumentando notevolmente la fertilità del terreno". L'apologo può essere messo a frutto in molti modi, per esempio a sostegno della tesi che la fiducia nella possibile esistenza della democrazia ha di per sé effetti migliorativi ("democratici" appunto); certo esso esprime bene l' inesistenza fattuale, e insieme l' indispensabilità della "democrazia" (beninteso nel suo senso pieno e originario)". Luciano Canfora, op. cit., pag. 333.


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