Io sono Valdez

Creato il 01 ottobre 2011 da Taxi Drivers @TaxiDriversRoma

Se c’è un attore, nato artisticamente negli anni d’oro di Hollywood, che ha saputo riciclarsi decennio per decennio sapendo sempre captare i cambiamenti non solo cinematografici, ma anche politici e sociali, con rari passi falsi, questo è proprio Burt Lancaster. Con la bellezza di 75 film realizzati dal suo folgorante esordio, nel ‘46, con il capolavoro noir di Robert Siodmak, I Gangsters, Lancaster, senza mai snobbare nessun genere, ha saputo scegliere con grande attenzione i registi a cui legarsi, spesso scoprendo giovani talenti, come John Frankenheimer o Sydney Pollack. Alla fine degli anni sessanta, quando molti suoi colleghi coetanei si sono ritrovati “datati” e di conseguenza senza lavoro o rilegati a ruoli marginali, spesso in film di serie B, Lancaster predilige progetti più in linea con i tempi tumultuosi che stava attraversando il paese, socialmente coscienziosi.

Figlio di un postino, Burton Stephen Lancaster nasce a  New York il 2 Novembre del 1913 ad Harlem, zona tra le più povere e degradate della grande mela. Muove i primi passi come acrobata, giovanissimo, al Kay Brothers Circus del Virginia. Bello, atletico, il cinema non ci metterà molto a bussare alla sua porta. Nella sua illustre carriera è riuscito solo una volta a conquistarsi la statuetta degli Oscar con il capolavoro Il Figlio di Giuda. Il regista di questa pellicola, datata 1960, è il romanziere pulp/sceneggiatore/regista Richard Brooks, che più volte è stato celebrato su questa rubrica grazie al suo capolavoro western I Professionisti, proprio con Lancaster. Dopo la sua esperienza messicana con Brooks, Marvin, Palance e company, il nostro tornerà ad indossare il cinturone due anni dopo, nel ’68 con il bel Joe Bass L’Implacabile di Pollack, film duro che ruota intorno ad un cacciatore di pellicce. Forse però, ancor più interessante è il suo western successivo, del 1971, Io Sono Valdez.

Valdez is Coming, cosi suona il più azzeccato, e minaccioso, titolo originale, è la storia di uno sceriffo messicano, Robert Valdez, che viene costretto ad un uccidere un nero, ingiustamente accusato. Quando andrà da chi lo ha forzato a questo gesto, un potente proprietario terriero, tale Frank Tenner, per riscuotere i 100 dollari che per legge spettano alla vedova dell’uomo assassinato, quest’ultimo, oltre a rifiutarsi, lo fa umiliare e quasi ammazzare. A questo punto, il non più giovane sceriffo (Lancaster aveva quasi 60 anni) decide di prendere in mano la situazione: rapisce la compagna di Tenner ed inizierà a far fuori senza pietà i suoi uomini mandati ad ucciderlo; ad uno solo Valdez concederà la grazia, rispedendolo, ferito, con un messaggio: Valdez sta arrivando.

Nel cast, troviamo inoltre l’ottimo caratterista, particolarmente attivo negli anni ‘70 e morto prematuramente, Richard Jordan, Hector Elizondo, che molti ricorderanno ne Il Colpo della Metropolitana e American Gigolo e, infine, l’attrice Susan Clark e l’attore televisivo Jon Cypher, nella parte di Tenner. I  punti forza della sceneggiatura sono un approccio senza fronzoli e dialoghi pungenti. Stupendo lo scambio di battute tra Valdez e un uomo di Tenner che fa all’incirca cosi:

El Segundo: “Mai cacciato buffali?”.
Valdez: “Apache”.
El Segundo: “Lo sapevo! Quando?” .
Valdez: “Prima di rendermene conto”.

Lo script è a firma di Roland Kibee e David Rayfiel, che non avranno nomi altisonanti ma che nulla hanno da invidiare ai loro colleghi. Il primo ha posto la sua firma su copioni come Vera Cruz e Il Corsaro dell’Isola Verde; il secondo è stato il collaboratore storico di Sydney Pollack, fin dai tempi di Questa Ragazza è di Tutti. Tutto nasce però da un romanzo, dallo stesso titolo, di quel mostro sacro che è Elmore Leonard. Personalità a cui dobbiamo, oltre a noir superlativi, western come Hombre e Quel Treno per Yuma.

Con spirito anti razzista e a suo modo assolutamente pacifista, il regista Edwin Shermin, che, ahimè, successivamente verrà inghiottito dalle fauci della televisione, infonde la sua pellicola di una pace inquietante, come un lungo sospiro di angoscia. Stupendo il finale dove ogni personaggio è nudo, privato delle proprie sicurezze. Da riscoprire.

Eugenio Ercolani

Scritto da Redazione il ott 1 2011. Registrato sotto DUST, RUBRICHE, TAXI DRIVERS CONSIGLIA. Puoi seguire la discussione attraverso RSS 2.0. Puoi lasciare un commento o seguire la discussione

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