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Io sto con la sposa. Ho visto il film.

Da Marlenetrn

Io sto con la sposa. Ho visto il film.

Si chiamava Kaled aveva 28 anni, laureato il lingue all'università del Cairo, fu la nostra guida quando nel 2009 visitammo il deserto dei Sinai in Egitto. Con noi c'era la Princi che aveva appena 9mesi e divenne subito nostro amico. Parlava benissimo l'italiano era simpatico ed estremamente educato, di quella gentilezza educata quasi imbarazzante. Aveva una fidanzata, Angela, italiana di Roma. Aveva anche un desiderio, poter visitare l'Italia e uscire un giorno dall'Egitto. Già, perché agli egiziani non è permesso viaggiare liberamente, almeno che non si sia particolarmente ricchi e facoltosi.

Io sto con la sposa. Ho visto il film.

Di quel viaggio in Egitto mi porto dietro il senso di insicurezza, e qualche anno dopo comincio a capire la preoccupazioni dei miei genitori quando gli dissi che mi sarei portata dietro la bambina. Per i turisti le cose poi non erano facilissime fuori da alberghi e villaggi, non era possibile uscire da soli, ma solo in gruppi scortati, la polizia era ovunque, ad ogni angolo di strada e non esitava a fermarti per chiederti i documenti se ti staccavi dal gruppo. Lo stesso succedeva in viaggio, ad ogni posto di blocco c'era il controllo dei documenti e una sorta di contrattazione per definire la durata dell'uscita. 

Io sto con la sposa. Ho visto il film.

Insomma un paese tutt'altro che democratico. 
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Il prossimo Giungo saranno 2 anni che lavoro nel Comune del mio paese, è un comune piccolo e siamo solo 10 dipendenti in tutto. Un giorno, la scorsa primavera mentre lavoravo alla mia scrivania è iniziato un gran fermento, un via vai di gente, molti stranieri. Di solito è normale nell'ufficio di fronte al mio ufficio c'è quello dell'assistente sociale. Me era un fermato festoso, un movimento allegro.Il sindaco aveva la fascia tricolore e alcuni ragazzi salivano le scale con vassoi di pasticcini e bottiglie di spumante. Era un intera famiglia, marocchini e non era un matrimonio civile. Dopo ben dieci anni, il padre, il capo famiglia, diventava cittadino italiano. Dopo dici anni di lavoro in italia, di tasse pagate all'Italia, anche meglio e con più precisione di molti italiani, diventava italiano.Appoggiata allo stipite della porta ho ascoltato il sindaco leggere la formula prevista, appena ha finito è scattato l'applauso, chi telefonava, chi si abbracciava, si baciavano e sorridevano tutti facendosi gli auguri. Come quando nasce un bambino, solo che non eravamo in ospedale e il bimbo in questione aveva circa 50anni. Mi sono commossa, perché sono venuti a dire grazie anche me, che proprio non centravo niente e mi hanno offerto i pasticcini e lo spumante.
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Vi racconto queste cose, perché ho visto il Film di Gabriele Del Grande, Io sto con la sposa. Ricordo che ricevetti una notifica su fb per partecipare al crowfounding che ne ha permesso la produzione. Poi mi scordai di questo film fino a quando non mi venne segnalato che era stato presentato al festival di Venezia. Un gruppo di italiani, che aiuta un gruppo di clandestini a raggiungere il loro sogno di libertà. L'idea è quella di un corteo nuziale, un idea semplice ma banale. Chi fermerebbe mai una sposa che sta raggiungendo i suoi parenti? Il film non è stato esattamente quello che mi aspettavo. Pensavo ad un regia, ad una fotografia, ad un copione ed invece ho scoperto essere stato girato in presa diretta, gli attori sono i protagonisti di una storia vera quanto il film, perché come ci ha detto Gabriele quel viaggio è stato fatto davvero, proprio come lo abbiamo visto sullo schermo. 
Ma quello che conta non è il viaggio ma il carico di storie che si porta dietro. Le verità che ti sbatte in faccia così semplici che è quasi difficile crederci. 
La tv e i giornali ci riempiono gli occhi e gli orecchi di numeri e immagini, ci dicono quanti ne sono morti e quanti ne sono rimasti vivi, attraversando il mare nella speranza di arrivare, ma quello che non ci dicono e che molti di loro qui non vogliono starci, che l'Italia è solo una tappa e la loro destinazione è un altra. Il Belgio, la Germania, ma sopratutto la Svezia, ma che vengono intrappolati qui dai nostri centri di accoglienza, e obbligati a dare le impronte digitali e una volta che ti prendono le impronte non hai più speranze di chiedere asilo in altri paesi, sei destinato a rimanere in Italia e ad essere rimpatriato. I più fortunati in poche ore dopo lo sbarco riescono a prendere un treno per Milano e da li cominciare a viaggiare per l'europa. Per tutti gli altri non c'è più speranza. E non è terribile, non poter essere liberi di viaggiare, di spostarsi di salvarsi, arrivando in un altro paese?
il cielo è uno è appartiene a tutti, il sole è uno e appartiene tutti, la luna è una e appartiene a tutti, anche il mare è sempre lo stesso, perché alcuni lo possono attraversare e altri no? 
Io ho un sogno che è quello di vedere il mondo, non so se mai ci riuscirò, ma appena posso aggiungo una bandierina al mio planetario e se da domani dovessero dirmi che no, non posso più uscire dall'Italia, penso che potrei morire e che probabilmente cercherei ogni modo per poterlo fare. 
Nel film e nelle parole di Gabriele oltre alle storie che vi ho raccontato ci ho ritrovato le lacrime versate sul libro che racconta la storia di Samia o sulle parole della Mazzantini in Mare al Mattino

Io sto con la sposa. Ho visto il film.

photo: #quemeoff #queme15

Io sto con la sposa. Ho visto il film.

photo: #quemeoff #queme15

C'hò trovato tutta l'assurdità e l'ipocrisia che gira intorno al nostro crederci superiori, solo perché europei. Perché come dice Chiara che adoro e stimo tantissimo "la nostra idea che l’Europa sia la pacifica culla della civiltà, al centro dell’universo e metro di tutte le cose, dovrebbe cominciare a suonarci un tantino fuori luogo. Viviamo in un continente che esercita sistematica violenza nei confronti di Paesi terzi: economicamente, con le bombe, con le mine, con le forze di polizia. Probabilmente è sempre stato così, ma forse sarebbe l’ora di deporre l’idea idilliaca che abbiamo di noi stessi come esportatori di arte, cultura e democrazia. Un esempio dell’ultim’ora? Non solo ci guardiamo bene dal creare canali umanitari per i milioni di vittime della guerra in Siria, ma cerchiamo a tutti i costi di tappare ogni via di accesso nel tentativo disperato (e costosissimo, sia detto incidentalmente) di scaricarli a qualcun altro o al limite di farli morire fuori dal nostro territorio (si veda questo ultimo articolo di Marta Bernardini e Francesco Piobbichi)""Capisco che le carte geografiche che utilizziamo non ci aiutano, ma non siamo il centro del pianeta. Non siamo speciali. Non siamo più civili per nascita. Non siamo più colti per nascita. Siamo quello che ci riveliamo essere con le nostre parole, le nostre azioni e le nostre scelte. Lo stesso vale per un cittadino del Cameroun, dell’Indonesia, del Guatemala o del Brasile. Questi morti contano quanto i nostri. Così come tutti i morti nel mare delle nostre vacanze, nel deserto controllato dalla tecnologia di Finmeccanica e tutte le vittime innocenti dei muri che, anacronisticamente, continuiamo a costruire spendendo le nostre risorse economiche (alla faccia della crisi)."
Un'altra importantissima riflessione che mi ha lasciato Gabriele è che credo sia davvero importante considerare e che gli immigrati, per la maggior parte appartengono ad un ceto medio benestante. Un viaggio sulle carrette del mare costa migliaia di dollari. Soldi che arricchiscono le tasche dei trafficanti di clandestini e che spesso li abbandonano in mare a morte certa. Soldi che potrebbero essere spesi diversamente se solo a queste persone fosse permesso prendere semplicemente un aereo o un traghetto per raggiungere le destinazioni che ambiscono, per migliorare le loro vite. Quante vite si potrebbero salvare aprendo le frontiere? basterebbe un accordo, come quello fatto tra Italia ed Albania che da 5anni hanno aperto le frontiere e risolto il problema degli immigrati albanesi in Italia.Lo so questo blog non è il post giusto per affrontare queste tematiche, ma quello che viviamo fa parte del mondo che lasciamo ai nostri figli e avere un opinione in merito, che non sia alimentata dall'odio e dal razzismo è fondamentale. A volte mi sconcertano i discorsi  fatti gente che ha scelto di emigrare per stare meglio e poi si lamenta degli immigrati che non dovrebbero avere le stesse facoltà, perché noi siamo italiani, loro no. Spero di riuscire a dare ai miei figli tutti gli strumenti utili per avere sempre un pensiero critico e sopratutto a non avere paura degli altri. Essere liberi significa prima di tutto essere liberi mentalmente, senza pregiudizi e critici anche verso se stessi.
Qui tutte le foto dell'evento organizzato dai ragazzi dell'ass. Questioni Meridionali di Foggia.

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