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io vi tratto pen

Creato il 30 luglio 2012 da Plus1gmt

Sulla mia scrivania, qui in ufficio, c’è un portapenne che è in mio possesso da quando frequentavo le scuole medie. Si tratta di un cilindro in plastica bianco dal valore unicamente affettivo e simbolico perché è un gadget di una vecchia campagna pubblicitaria del Tratto Pen, che ad oggi rimane indiscutibilmente il mio strumento di scrittura preferito, soprattutto a inchiostro blu. Il claim, che i meno giovani come me ricorderanno, dice “Io mi tratto pen”, e l’oggetto faceva la coppia con un secondo portapenne della stessa serie, questo sì di valore perché aveva come testimonial addirittura Giulio Andreotti, pensate un po’. Ma l’ultimo trasloco di ufficio, il passaggio dalla precedente agenzia a questa avvenuto ormai dieci anni fa, gli è stato fatale. Lo stavo per dimenticare sulla scrivania fuori dallo scatolone contenente i miei effetti, come succede nei film americani, solo che io ne avevo riempito uno a malapena, e quando me ne accorsi a contenitore sigillato lo misi nella borsa. Quella stessa sera andai a cena in un ristorante eritreo nel più profondo del centro storico di Genova con la persona che da lì a poco sarebbe diventata mia moglie e madre di mia figlia. Ricordo che estrassi con orgoglio quel pezzo di modernariato per mostrare a lei una parte della preziosa dote con cui avrei potuto arricchire la nostra futura famiglia – dote comprendente anche uno spremiagrumi Atlantic cromato comprensivo di confezione originale e di Boomer, una testa di supereroe blu somigliante a Buzz Lightyear in plastica che un tempo conteneva caramelle in una drogheria di provincia, oltre ad altre varie cianfrusaglie da bancarella di rigattiere che col tempo mia moglie mi ha convinto della loro inutilità – e poi destino volle che, vuoi il vino scadente che un commerciante musulmano può venderti o vuoi l’oblio dell’amore profuso quella sera, il portapenne con l’effigie del grande vecchio di sessant’anni di politica italiana rimase lì e fu immeritatamente gettato via da uno zelante cameriere. Se non erro, come strascico della mia sete di vendetta, lo stesso esercizio chiuse pochi mesi dopo, forse le mie maledizioni o forse i primi effetti della crisi economica, chissà.

Per fortuna avevo un portapenne di riserva proveniente della stessa campagna, a casa, riportante la stessa frase pubblicitaria anche se, senza Andreotti, di minor impatto e a più blando effetto commerciale. Li avevo entrambi ricevuti da mio padre, un contabile di un’impresa nei confronti della quale di sicuro il fornitore di cancelleria non lesinava in oggettistica omaggio. Anche se non è più la prima scelta, per così dire, tuttavia quello che mi è rimasto fa la sua figura. E poco fa, notando l’originalità del pezzo e confermandogli la mia inveterata stima, mi sono accorto che in realtà non contiene nemmeno una penna o una matita. Forse per rispetto, non so, ma ho l’abitudine di riporle tutte nell’altro, il più appropriato contenitore in dotazione ufficiale alla mia postazione e dello stesso colore della scrivania, a cui con l’intento di sfregio – lo stesso che condanno nei writer urbani – ho appiccicato un bollino proveniente da una mela della Val Venosta.

Il portapenne “io mi tratto pen” è pieno zeppo di biglietti da visita, carte di identità aziendali altisonanti quanto effimere. Basta esercitare un po’ di forza con le dita e si piegano, basta commettere un errore di troppo e si è fuori dal gioco e quel tagliandino di cartone rigido non ha più nessun valore. Io poi, che sono uno di quelli che se non mi controllo accumulo di tutto e devo stare attento perché come dice mia moglie divento come mio padre, anche sul lavoro ho la tendenza a conservare ogni cosa. E mi sono accorto che in quel portapenne c’è un decennio di persone incontrate, aziende con cui sono entrato in contatto, professionisti che ho intervistato, magari gente che non lavora più lì. Un po’ come certa valuta fuori corso, banconote equiparabili alla carta straccia e, nel mio caso, nemmeno utili da un punto di vista collezionistico. Dovrei fare un po’ di pulizia, approfittando di questi giorni di calma piatta pre-esodo. Ma poi li scorro uno via l’altro e mi scatta quel senso di rispetto per il lavoro altrui, vite trascorse a rappresentare interessi di terzi e, chissà, nemmeno per puro spirito mercenario. Quanti di questi manager dalle cariche roboanti sono già altrove. Sarà subentrata una morte professionale improvvisa, si sarà trattato di un suicidio per passare a miglior carriera, o la persona avrà attraversato una lunga agonia tra tagli, accorpamenti e acquisizioni prima di decretare la parola fine. Nomi conosciuti, altri di cui non ricordo assolutamente nulla, nemmeno l’occasione in cui si è consumato il rito dello scambio del biglietto. Basterebbe un gesto a rovesciare il contenuto di quel gadget che mi segue da trent’anni nel cestino della carta, ma quando sto per farlo – e non è la prima volta – ho come l’impressione di cogliere un richiamo. Lasciaci vivere del nostro lavoro almeno qui, almeno per un altro po’, almeno per la tua memoria. Lo spazio che occupiamo è poco, appena un recipiente che, comunque, non utilizzeresti nemmeno.



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