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Iron Doors, di Stephen Manuel (2010)

Creato il 03 giugno 2013 da Psichetechne
Iron Doors, di Stephen Manuel (2010)

Un uomo si sveglia all'interno di una cella chiusa da una solida e irremovibile porta d'acciaio. Deve trovare a tutti i costi il modo di uscire da lì, altrimenti morirà di fame e di sete...
Il giovane regista tedesco-irlandese Stephen Manuel mette in scena la scarna ed enigmatica sceneggiatura di Peter Arneson rappresentandoci una storia che potrebbe tranquillamente essere trasposta a teatro. Anzi, nel corso della visione di questo film ci si chiede perché Manuel non abbia preferito appunto un teatro di Dublino o di Berlino piuttosto che mettere in moto tutto l'ambaradàn cinematografico (molto più costoso, tra l'altro) per raffigurare una storia che forse avrebbe reso molto di più, su un piano drammaturgico, come piece per un pubblico più ristretto. "Iron Doors" è praticamente il mito di Adamo ed Eva capovolto: là dove i due nostri antenati sono scacciati dal Paradiso Terrestre, che presto diventa "Paradiso Perduto", qui i due soli protagonisti del film sono costretti ad una convivenza drammaticamente claustrofobica per poi raggiungere un paradiso (allucinosico? extraterrestre? Non importa a nessuno, e soprattutto non importa ad Arneson, lo sceneggiatore) di cui vediamo peraltro solo pochi secondi di un'inquadratura fissa nel finale. Il film è un beckettiano "Aspettando Godot", solo che alla fine Godot arriva, e questo è uno dei problemi principali della pellicola. Arneson scrive un film tutto proteso all'enigmaticità narrativa, all'evocazione simbolico-magrittiana, come testimoniano le sequenze in cui il prigioniero (Axel Wedekind) riesce ad aprire l'armadietto di metallo e trova le bombole di gas della fiamma ossidrica: scopriremo presto che la fiamma ossidrica non servirà certo a fondere la pesante porta in stile caveau di banca, ma a ben altra funzione (sebbene similare). Tale sequenza a me ha fatto venire in mente il famoso quadro di Magritte che rappresenta una pipa con la didascalia paradossale "Questa non è una pipa". Il film si dispiega tutto su questa linea, percorso nel quale le immagini assumono subito una valenza ipersimbolica (vedasi la bara e il paralume), eccessiva tuttavia, iper-astratta potremmo dire, al punto che al termine del film lo spettatore si sente semplicemente truffato, perché pensava di visionare un film horror di genere claustrofobico e invece scopre di aver visitato un allestimento artistico alla Biennale di Venezia. Non si fa così, caro Manuel, anche perché qua e là ci fai sentire il profumo dell'antico "Cube" di Vincenzo Natali (1997), per poi aspirarlo via tutto con un finale inspiegabile e al confine con il new-age.  Montaggio, fotografia e sonoro sono peraltro ineccepibili, e scandiscono la tempistica narrativa in modo denso e mai annoiante (a parte il secondo atto, forse un pò troppo tirato per le lunghe, ma bisogna pur arrivare agli '80 minuti canonici, altrimenti si faceva un cortometraggio, no?). Oltre a ciò il film parte bene, in modo utilmente straniante, con quel topo morto brulicante di vermi steso a terra, quasi a rappresentare un memento mori al prigioniero, ma ben presto lo script si annoda su se stesso  e diventa esercizio puramente autoreferenziale, fino all'auto ingessatura vera e propria. Un'ingessatura che, nell'economia della storia, in effetti non può che avere uno sbocco completamente eccentrico rispetto al girato precedente, ma che demistifica del tutto l'unico elemento su cui poggia il plot, e cioè l'angoscia claustrofobica di cui non capiamo l'origine. E' come se Manuel ci facesse girovagare per un'ora  in un ristorante indiano, per poi farci inopinatamente sedere in giardino dove ci serve invece i pizzoccheri con del buon vino rosso, cercando di convincerci che in simile contrasto risieda la vera e profonda natura di un'opera d'arte. Gli attori eseguono il copione in modo piuttosto scolastico e, come si diceva più sopra, teatrale: Wedekind si atteggia ad eroe prometeico in un contesto che meno mitopoietico non si potrebbe immaginare e per giunta non rende affatto l'idea della condizione umana in situazioni estreme. La bella Rungano Nyoni fa da spalla a Wedekind e rappresenta la pura "insostenibile leggerezza dell'essere" di kunderiana memoria, più di ogni altra cosa. Che dire? Un film che vorrebbe a tutti i costi rappresentare l'atopìa e lo straniamento, sfiorando tangenzialmente (e sideralmente) il genere horror, ma che sortisce poi solo l'effetto di apparire amorfo e senza spina dorsale. "Iron Doors": pellicola inutile e vuota, quindi da evitare. Regia: Stephen Manuel  Soggetto e Sceneggiatura: Peter Arneson Fotografia: Jan Reiff   Musiche: The Vibez, Stefan Ziethen  Cast: Axel Wedekind, Rungano Nyoni Nazione: Germania  Produzione: Fullfeedback Productions, Water Bear Productions Durata: 80 min.

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