Sin da quando è nata nel 1923, la Repubblica Turca ha scelto la via dello stato secolare, quindi fine della religione di stato, abolizione del sultanato, controllo dell’educazione da parte dello stato a discapito del clero musulmano. Contemporaneamente all’affermazione del secolarismo, la nuova classe dirigente, sin dalle origini fa appello alla paura di un islam reazionario (irtica) pronto ad insorgere in qualsiasi momento per rovesciare la repubblica laica contro cui mobilitare la società, e ben presto questa paura finisce per essere utilizzata per reprimere ogni dissenso. L’autrice esamina alcuni episodi della storia turca in cui è forte la polemica contro la minaccia dell’islam reazionario, come l’incidente di Menemen nel 1931, la riforma dell’ezam nel 1932-33, l’attentato al giornalista liberale Yalman nel 1952, la polemica dei politici kemalisti del CHP contro il PD di Adnan Menderes, visto come troppo accondiscendente verso la confraternita “oscurantista” di Said Nursi negli anni 1959-60, fino alla rivalutazione degli Alaviti da parte dei politici neokemalisti a metà degli anni 60, in quanto musulmani “moderni” e “autenticamente turchi”. L’approccio originale dell’autrice è nel mostrare come il secolarismo di Ataturk e dei suoi seguaci non sia affatto antireligioso, ma basato su una forte contrapposizione tra un idealizzato “islam turco”, compatibile con una visione laica della società, cemento della nazione turca, contrapposto ad un islam “reazionario ed oscurantista, arabo ed estraneo alla società turca.” Il libro è molto interessante, nelle intenzioni dell’autrice è scritto nella speranza di contribuire a far emergere un secolarismo libero dalla paura, la domanda infatti che la Uzak pone senza dare una risposta, e che secondo me è di stretta attualità, è se sia possibile o meno in Turchia un discorso secolarista libero dalla continua percezione di una minaccia esterna, libero dalla paura dell’irtica.
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