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Jean et alexandre de moreaux

Da Vampirieco
JEAN ET ALEXANDRE DE MOREAUXSara T.
JEAN ET ALEXANDRE DE MOREAUX
Due gemelli alla corte dei Volturi
Prologo
Quel giorno il sole scendeva a picco su Volterra.
Mentre percorrevo il lungo corridoio l'inquietudine si impadronì di me,
cercai la mano di mio fratello:
era fredda come il ghiaccio.
Poi le porte si aprirono e lo vidi. Sarei mai riuscita a rinunciare a quello sguardo?
Capitolo 1
Avevamo appena festeggiato il nostro quindicesimo compleanno Alexandre ed io e quella serata per noi sarebbe stata come una specie di debutto nell'alta società.
Nella mia stanza fervevano i preparativi ed io non riuscivo a decidere quale, tra gli abiti che mia madre aveva fatto arrivare, potesse essere il più adatto.
“Juliette che ne dici di questo?”, dissi sfiorando il broccato argenteo del corpetto .
“Oh signorina è magnifico, ma rimango della mia opinione: credo che l'abito verde sia quello che più si adatta a voi.”, mi rispose Juliette quasi intimorita.
“Lo sai che puoi dire sempre ciò che pensi, Juliette. Non siamo a casa di quei nobili dove la servitù non può nemmeno alzare gli occhi al loro passaggio. Qui sei...come dire, una di famiglia!”, dissi.
“Oh signorina, la prego! Non dica così, mi metterà nei guai con i suoi genitori. Loro hanno fatto tanto per noi...non voglio che abbiano di che lamentarsi!”, mi rispose.
“Va bene Juliette, sarà il nostro piccolo segrreto! Sei d'accordo?”, le chiesi.
“Certo signorina. Se la mette così...”, rispose.
Annuii divertita: Juliette e suo marito Simone, erano arrivati in casa nostra circa un paio d'anni prima. Simone aveva appena perso il lavoro e vivevano di stenti. Ma il giorno che bussarono alla nostra porta per cercare lavoro fecero subito un'ottima impressione ai miei genitori e da quel momento erano entrati a servizio e mai e poi mai avevano dato modo di lamentarsi ai miei genitori, che per questo li avevano spesso premiati. E loro, Simone e Juliette ringraziavano sempre, forse fin troppo, per la generosità che avevano ricevuta nella nostra casa.
Dopo quel nostro piccolo e segreto accordo, tornammo alla scelta dell'abito.
Quella sera il marchese De Roubeaux avrebbe dato un sontuoso ricevimento nel suo palazzo e la mia famiglia aveva ricevuto l'invito a parteciparvi pochi giorni prima.
Nonostante i miei genitori non avessero titoli nobiliari e facessero parte solo dell'alta borghesia parigina, erano visti molto di buon occhio dalla nobiltà: il motivo era presto detto, gli affari di mio padre arricchivano oltre che noi anche le tasche di molti dei nobili più avezzi alla corte del re, di conseguenza erano in molti a cercarli con insistenza.
Ad un tratto sentii bussare alla porta, Juliette si precipitò ad aprire; era mia madre.
“Buon pomeriggio madre.”, le dissi. Mia madre era una donna minuta, con il viso dolce incorniciato da bellissimi capelli colore del grano ed occhi azzurri come il mare, ma dotata di un carattere e di una determinazione capaci di qualsiasi cosa: non era però né arrivista, né quella che si potesse definire un'arrampicatrice sociale. Aveva sposato mio padre per amore: era il figlio di uno degli impiegati che lavorava per mio nonno e quando lui aveva preso il posto del padre, si erano accorti in fretta che il ragazzo ci sapeva fare con i conti e dopo un primo momento di contrarietà, i genitori di mia madre avevano finito col cedere alle richieste di questa figlia così testarda.
Mio padre diceva sempre che le somigliavo tantissimo in fatto di testardaggine e che sarebbe stato difficile per chiunque negarmi qualsiasi cosa avessi desiderato.
“Mia cara, hai scelto l'abito? Si sta facendo tardi e prima di andare tuo padre ed io abbiamo da presentare una persona a te e a tuo fratello.”, mi disse.
“Chi è costui?”, chiesi guardandola di sottecchi, mantre decidevo cosa risponderle sull'abito.
“Quando scenderrai avrai la tua risposta. E allora quest'abito?”.
Li guardai ancora una volta e poi scelsi quello che era così tanto piaciuto a Juliette.
“Ecco, se a voi piace io avrei scelto l'abito verde.”, dissi e rimasi in attesa della sua opinione.
“E' lo stesso che avrei scelto io, si intona perfettamente con i tuoi occhi ed il colore della tua pelle, figlia mia.”.
“Grazie madre.”, le dissi con un sorriso.
“Ma ora tu ed Alexandre dovete scendere, solo dieci minuti e poi tornerai a prepararti. Juliette puoi attendere il ritorno di mia figlia qui mentre sistemi il resto degli abiti. Il signor Villet passerà più tardi a ritirarli. Grazie mia cara.”, disse rivolgendosi con calore a Juliette che nel frattempo era rimasta nell'angolo ad ascoltare.
“Come desidera signora.”, le rispose.
“Quella ragazza è davvero indispensabile. Se non ci fossero lei ed il marito, non so come andremmo avanti in questa casa.”, disse.
Vidi mio fratello, precisamente il mio gemello, uscire dalla sua stanza e raggiungerci compito lungo il corridoio. Non appena ci fu vicino mi battè la spalla: “Buongiorno sorella. Hai scelto il vestito oppure il povero signor Villet sarà costretto a cucirtene addosso uno all'ultimo momento?”, rise sonoramente.
“Alexandre!”, esclamai crucciata:”Ho scelto un abito bellissimo e farò girare la testa a molti dei presenti.”, continuai indispettita.
“Su Jean, non fare così. Sai che sono geloso di mia sorella e non permetterò che alcuno posi lo sguardo su di te prima che io non abbia dato la mia approvazione.”, il suo tono ironico era quanto mai insopportabile, ma ci pensò mia madre a zittire entrambi.
“Jean, Alexandre, ora basta. Ricomponetevi per favore. Vostro padre ed io dobbiamo presentarvi una persona.”, ribadì in tono fermo.
Scendemmo le scale e ci dirigemmo in salone: sentivo mio padre che stava conversando con un'altra persona, non riuscivo a capire se fosse uomo o donna tanto particolare era il timbro della sua voce.
“Benvenuti figli miei.”, disse nostro padre non appenna varcammo la soglia della stanza.
“Venite, venite. Vostra madre ed io vogliamo farvi un grande regalo per il vostro compleanno.”, disse.
Alexandre ed io ci guardavamo senza capire: il nostro compleanno era passato da una decina di giorni e dopo la grande festa i nostri genitori ci avevano informati che avevano disposto due grossi depositi in denaro a nostro nome. Quindi ancora un regalo? Non faceva parte del loro modo di fare, doveva per forza esserci dell'altro. All'improvviso guardai quella strana figura che voltata verso la finestra, guardava le nuvole grigie pronte a scatenare uno dei primi temporali primaverili: era una immagine piuttosto singolare a dire il vero.
Quella figura, non riuscivo ancora a chiamarla persona, portava un lungo mantello nero con il cappuccio, lunghi capelli neri raccolti da un fiocco di seta anche quello del medesimo colore, ma sembrava avere un portamento elegante e distinto.
Ad un tratto ne fui così attratta che la curiosità di vederlo in volto si fece così forte da non riuscire a celarla: cominciai a fissare quell'uomo, ormai non si poteva definirlo che tale, con insistenza quasi capricciosa, tanto che mia madre ad un certo punto fu costretta a strattonarmi gentilmente per la coda della gonna. Mio fratello rise di soppiatto ed io cercai di riprendere il controllo di me stessa.
“Padre, volete dunque farci il piacere di presentarci il vostro ospite?”, chiese Alexandre.
“Certamente. Lui è Il vostro nuovo istitutore, vi seguirà da ora e finchè lo riterrà necessario. Affideremo a lui l'istruzione di entrambi. Figli miei lui è Monsieur Eleazar, è stato istitutore del defunto figlio del marchese De Roubeaux. E' stato lo stesso marchese a mandarlo da noi perchè potesse prendersi cura del vostro intelletto.”, disse.
A quel punto la figura nera che stava alla finestra si voltò verso di noi, mi sentii mancare e afferrai con forza la mano di mio fratello. Quell'uomo tanto strano a guardarlo di schiena, incuteva terrore a guardarlo in volto: mi mancava il respiro e mi girava la testa, ma cercai di non darlo a vedere. Non sapevo se ce l'avrei fatta, ma la stretta di mio fratello mi fece comprendere che anche per lui l'incontro con il volto così strano di quell'uomo, l'aveva turbato...e non poco.
Eleazar aveva volto e mani tremendamente pallidi, bianchi, quasi esangui e portava un paio di occhiali con delle lenti di un colore ambrato scuro, quasi volesse celare ai presenti i suoi occhi. Sotto il mantello indossava un elegante abito grigio scuro che ben si intonava con l'insieme.
“Buon pomeriggio!”, disse: “E' un onore per me fare la vostra conoscenza, il marchese prima, e vostro padre quest'oggi, mi hanno decantato i vostri pregi e le vostre fini intelligenze. Sarà un piacere seguire la vostra istruzione.”, disse, ma più che parlare sembrava che stesse recitando un proclama, tanto era il fervore con il quale aveva pronunciato quelle parole.
Mio fratello ed io eravamo basiti, per la prima volta nella nostra breve vita, entrambi non sapevamo che cosa dire e con mio sommo piacere fu nostra madre a correre in nostro aiuto.
“Vede Monsieur Eleazar, i nostri figli sono un po' timidi, ma le garantisco che non appena vi sarete conosciuti sarà tutto molto diverso. Non è vero?”, disse rivolgendo il suo sguardo dolce verso di noi.
“Certo madre.”, riuscii a dire. Mio fratello invece rimase immobile quasi si fosse pietrificato.
“Bene. Allora è tutto a posto. Monsieur Eleazar sarà qui domani alle due per cominciare le lezioni. Siete d'accordo?”, disse ancora mio padre.
Annuimmo entrambi e quindi ricevemmo il permesso di ritirarci per terminare i preparativi per il ricevimento di quella sera: mentre salivamo le scale ancora presi per mano guardai mio fratello. Non l'avevo mai visto così, sembrava completamente perso, intimorito, spaventato. Lo strattonai gentilmente e si riprese.
“Alexandre che hai?”, gli chiesi.
“Come? E me lo chiedi? Non lo so. Quell'uomo..è così strano. Incute terrore solo a guardarlo. E non dirmi che non hai provato anche tu le stesse sensazioni.”, mi disse.
“Le ho provate eccome, ma a differenza di te, invece di avermi spento i sensi ed il cervello, mi ha fatto montare una gran rabbia. Che cosa crede, di potersi sentire onnipotente solo perchè è stato il marchese a mandarlo qui? Ma non hai sentito come ha pronunciato quel suo discorso, con che tono superbo?”, gli dissi a mia volta.
“Non lo so Jean, probabilmente ci sentiamo così perché è la prima volta che lo incontriamo,poi probabilmente andrà meglio. Ma ora non pensiamoci, dobbiamo prepararci e questa sera dal marchese ci sarà anche Caroline...”, mio fratello laciò cadere il discorso, ma sapevo che non stava più nella pelle.
Caroline era la figlia del marchese, l'unica che gli era rimasta, dopo la morte di François ed Alexandre ne era segretamente innamorato da qualche mese.
Il figlio del marchese invece, era sparito la sera del suo diciottesimo compleanno e si vociferava che il suo corpo non fosse mai più stato ritrovato, nonostante anche i miei genitori avessero preso parte alle sue esequie funebri, fortemente volute dalla sua famiglia per salvare le apparenze.
“Fratello corro a prepararmi, ci vediamo più tardi.”, gli dissi in tono meno rigido e più giocoso, scoccandogli un bacio sulla guancia. Il rapporto che avevo con mio fratello era molto profondo, il fatto che fossimo gemelli, ci aveva legato ancora di più. Non riuscivamo mai a stare lontani per più di qualche ora ed eravamo estremamente protettivi l'uno verso l'altra: a volte ci avevano addirittura scambiati per fidanzati tanto era complice il nostro rapporto. Amavo mio fratello più di qualsiasi altra persona, perfino più di me stessa e per lui era lo stesso. Ce l'eravamo confidato un pomeriggio durante una gita in barca con i nostri genitori, in un momento di tranquillità tra fratelli.
C'era una sola differenza tra di noi: Alexandre era un timido, più teso verso la risoluzione dei problemi con la calma e la riflessione, mentre io ero una persona facile agli eccessi e se qualcosa non mi andava facevo molto presto a lasciarmi prendere dalla rabbia o dallo sconforto.
Persa in quei miei pensieri rientrai nella mia stanza dove Juliette aveva risistemato tutto e mi stava aspettando.
“Signorina è arrivata.”, mi disse e poi proseguì:”Forza, si è fatto tardi. E' ora di prepararsi.”.
“Sì Juliette hai ragione. Arrivo.”, le risposi.
Juliette si accorse che il tono della mia voce era strano, ma da persona riservata qual'era non chiese nulla sicuramente certa che mi sarei io stessa confidata a tempo debito.
Feci il bagno ed indossai quel magnifico abito verde, Juliette acconciò i miei capelli in maniera così singolare, ma allo stesso tempo così elegante che non ebbi nulla da eccepire. Dei gioelli che possedevo, indossai solo un bracciale che mi aveva donato mia nonna prima di lasciarci: si intonava perfettamente con il vestito.
Mia madre fece capolino nella stanza per assicurarsi che tutto fosse in ordine e che fossi pronta nei tempi stabiliti e si sorprese di trovarmi seduta sul letto silenziosa e pensierosa. La guardai per un attimo con il chiaro intento di farle capire che non avevo nessuna intenzione di parlarne: mia madre capì e dopo avermi fatto un cenno con la mano richiuse la porta e se ne andò, probabilmente a controllare a che punto fosse stato Alexandre.
Juliette continuava a sistemare la mia stanza ed ogni tanto mi lanciava qualche occhiata, come se stesse aspettando che scoppiasse un temporale.
Poi ad un certo punto non ce la facevo più e dissi: “Juliette hai visto il nuovo istitutore?”.
“Chi? Monsieur Eleazar? Certamente, è una persona così a modo e dalle maniere così raffinate. L'avete conosciuto signorina?”, disse.
“Sì e sinceramente ne sono rimasta spaventata a morte. Ma l'hai visto? E' pallido come...come un morto!”, dissi ancora in preda all'ansia.
“Oh signorina. Su non dite sciocchezze! Monsieur Eleazar sarà un ottimo insegnante e dopo il primo impatto, sono sicura che sia lei che suo fratello vi affezionerete molto a lui. Vedrà che ho ragione.”, mi rispose la giovane Juliette.
“Sarà, ma sia Alexandre che io ne siamo veramente intimoriti. Spero solo che tu abbia ragione Juliette.”, dissi sconsolata.
Ero ancora presa da questi pensieri quando sentimmo bussare alla porta.
“Avanti.”, dissi.
Mio fratello entrò e disse: “Jean sei bellissima, quell'abito ti dona in maniera particolare.”.
“Merci mon frère!”, gli risposi divertita,”Che c'è?”, gli domandai.
“E' arrivata la carrozza mandata dal marchese De Roubeaux e mamma e papà ci hanno chiesto di scendere. Sei pronta no?”.
Annuii in silenzio, presi il mio borsellino dal letto e la piccola stola di seta e mi avviai verso la scala che scendeva al piano terra al braccio di Alexandre.
Quando ci videro scendere i nostri genitori restarono per un attimo bloccati come se avessero appena visto dei fantasmi, poi sciolsero le loro espressioni sorprese in un sorriso.
“Figli miei siete una meraviglia.”, disse nostro padre.
“Caro, non essere così frivolo.”, gli disse mia madre mal celando un'intensa espressione di soddisfazione che gli si era dipinta sul volto.
Mio fratello ed io sorridemmo ad entrambi e ci dirigemmo fuori, verso la carrozza che aspettava di portarci al nostro primo ricevimento.
Il viaggio fu silenzioso, guardavo fuori dalla finestrino: Parigi era così bella in primavera, anche quando pioveva. Adoravo profondamente la mia città perché nonostante tutte le sue contraddizioni, grandi o piccole, era piena di vita, di persone volenterose, i caffè letterari brulicavano di artisti pieni di talento ed io speravo tanto di incontrarne qualcuno, un giorno. Ma in quel momento oltre a questi pensieri ne avevo uno che stava cominciando a darmi fastidio: il volto di Eleazar non voleva uscire dalla mia testa, quella voce vellutata e suadente che avrebbe potuto dire qualsiasi cosa e l'avrebbe resa convincente, quei suoi occhiali così strani da celare i suoi occhi. Non volevo più pensarci, ma era più forte di me: a qualunque cosa pensassi, il suo volto tornava a fare capolino nella mia mente più insistentemente di prima.
Mentre percorrevamo il lungo viale che ci portava al palazzo del marchese, Alexandre, che si era accorto del mio stato d'animo, mi prese la mano e mi disse: “Non pensarci Jean, abbiamo un compito importante questa sera. Lascia che Monsiur Eleazar resti fuori dai tuoi pensieri. Ci siamo capiti?”.
Non potevo nascondergli nulla e viceversa; gli sorrisi dolcemente ed annuii ricambiando la stretta di mano. Alexandre riusciva sempre a togliermi l'ansia, non sapevo come riuscisse a farlo, lo faceva e basta: quando mi arrabbiavo per qualche motivo anche frivolo, era lui a farmi passare l'arrabbiatura. Se lui era in giro era certo che né io, né nessun altro sarebbe rimasto arrabbiato per più di dieci minuti.
Il palazzo dei De Roubeaux era illuminato a giorno, nel giardino migliaia di candele davano il benvenuto agli ospiti: fummo accolti come dei nobili, i nostri genitori vennero immediatamente resi partecipi di importanti discussioni, mentre noi venimmo catapultati nelle danze.
Gli occhi di mio fratello si accesero di una meravigliosa luce quando Caroline ci venne incontro per accoglierci: quella sera era particolarmente bella e in quell'istante pensai che molto probabilmente non era solo mio fratello ad essere innamorato. Non appena gli porse la mano, Alexandre la baciò da vero gentiluomo e lei arrossì violentemente, ma un sorriso dolce affiorò sulle sue labbra dando una luce nuova al suo volto.
“Ci vuoi scusare Jean?”, mi disse Alexandre.
“Certamente.”, dissi e li vidi scivolare lenti fra le coppie danzanti, certa che non sarebbero rimasti in mezzo a loro a lungo. Io decisi di rimanere lì a guardare finchè qualcuno non posò la sua mano sulla mia spalla. Mi voltai di scatto e con mia grande sorpresa incontrai lo sguardo di Philippe, il nipote del marchese. L'avevo incontrato altre volte, ma mai dopo la morte di suo cugino.
“Jean, Jean de Moreaux”, disse, anzi scandì così bene il mio nome che sembrava fossimo amici che non si vedevano da un secolo.
“Philippe. Comment ça va?”, gli chiesi.
“Bene Jean. Sono arrivato oggi. Lo zio vuole a tutti i costi che io rimanga qui per qualche tempo. La morte di mio cugino lo ha veramente sconvolto. La mia povera zia soffre di attacchi d'ansia ed io sono venuto per sorvegliare Caroline, che a quanto pare ha il suo bel da fare con vostro fratello.”, disse ridendo.
“Suvvia Philippe. Non dite così: la loro è solo una forte simpatia..”, lo rimproverai bonariamente.
“Simpatia che potrebbe benissimo diventare qualcos'altro.”, continuò.
“Per favore non siate insolente!”, gli dissi di nuovo con uno sguardo duro.
“Non volevo farla arrabbiare Mademoiselle. Le chiedo scusa.”, disse.
“Scuse accettate, ma si guardi bene di non ripetere il medesimo errore un'altra volta.”.
“Me ne ricorderò. Ma ora vuole concedermi questo ballo?”, mi chiese.
Gli porsi il braccio ed annuii. Ero felice che Philippe fosse arrivato e mi avesse finalmente distolta dai miei pensieri. Fu una bellissima serata, ma una volta tornati a casa il volto di Eleazar tornò a tormentare il mio sonno.
Mi svegliai più e più volte nel corso della notte finché non decisi di scendere in salone a prendere un libro che mi restituisse un po' di pace. Feci appena in tempo a scendere le scale che mi sembrò di vedere un'ombra precipitarsi fuori dal balcone, veloce come il vento.
Un urlo poderoso mi uscì dal profondo del petto, mio padre si precipitò giù insieme a mio fratello e mi trovarono seduta sul pavimento ed impietrita dalla paura: la finestra del salone aperta e la tenda sventolata dalla brezza ormai quasi mattutina.
“Jean, che ci fai qui?”, mi chiese mio padre.
“C'era qualcuno qui, l'ho visto uscire dalla finestra.”, riuscii a rispondere.
Mio padre, che ancora non si era accorto di nulla, entrò nel salone e vedendo la finestra aperta ne rimase stupefatto ed impaurito tanto quanto me.
Ma l'espressione sul volto di mio padre celava ben altro che una mera paura, ma ero sicura che non ci avrebbe detto nulla.
Trascorremmo quella mattinata a controllare che nulla fosse stato sottratto, i gendarmi vennero a farci visita un paio di volte rassicurando i miei genitori che per un lungo periodo avrebbero provveduto a sorvegliare la nostra casa sia di giorno che di notte: mio padre inizialmente perplesso capì poi che era stato ancora una volta il marchese a fare in modo che i gendarmi prendessero a cuore il nostro caso.
“Il marchese è molto gentile con noi, dovrò trovare una qualche maniera per ringraziarlo.”, lo sentii che diceva a mia madre.
“Mio caro, il marchese sa che i suoi affari sono in buona mani con te e non lascerebbe mai che qualcosa ci andasse storto, lo sai. Quindi il miglior ringraziamento è curare al meglio i suoi interessi. Non credi?”.
“Hai ragione, mia cara. Come sempre.”
Adoravo ascoltare i miei genitori assorti nelle loro conversazioni, lo facevo da quando ero piccola: erano così interessanti e mai scontati, nemmeno quando parlavano del tempo.
Appena dopo pranzo eravamo ancora riuniti in salone, Simone (il marito di Juliette), venne ad annunciare l'arrivo di colui che io tanto temevo.
L'ora di cominciare a studiare era arrivata ed Eleazar premeva per iniziare.
Quel pomeriggio fu dedicato completamente all'illustrazione di ciò che egli ci avrebbe insegnato, ma a parte le solite cose, mi stupì e non poco, il fatto che fosse riuscito a convincere i nostri genitori a lasciare che ci insegnasse anche l'italiano, lo spagnolo e l'inglese, di cui tra le altre cose, Alexandre ed io avevamo già una considerevole conoscenza. Mentre parlava, lo osservavamo come un pittore osserva la sua musa, volevamo scoprire tutti i particolari più nascosti di quella strana creatura che ci stava davanti. Il tempo se ne andava lesto e presto la luce del giorno lasciò spazio al tramonto: fu allora che il nostro istitutore si congedò da noi dandoci appuntamento per il giorno successivo.
Mi resi conto che del terrore che avevo provato, la maggior parte aveva lasciato spazio alla curiosità: volevo sapere tutto su di lui, chi era, da dove veniva, se aveva famiglia e soprattutto perché aveva scelto di prendersi cura di noi. E poi volevo sapere quali e quanti viaggi aveva fatto per conoscere tutte le lingue del mondo che ci circondava: il viaggio più lungo che avevamo fatto con i nostri genitori aveva condotto me e mio fratello in Bretagna, ma Eleazar sembrava avesse viaggiato in lungo ed in largo per tutta l'Europa, ed io volevo sapere. Ero desiderosa di capire e conoscere fino a che punto potesse spingersi la conoscenza umana, come se definire Eleazar umano fosse stato facile.
Quella sera a cena i nostri genitori ci chiesero di rendere loro conto di ciò che era stata la giornata trascorsa in sua compagnia: trovare le parole non era affatto facile e lasciai quindi che fosse lo stesso Alexandre a parlare.

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