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Jerry Cutillo racconta...

Creato il 29 settembre 2013 da Athos Enrile @AthosEnrile1
Jerry Cutillo racconta... L’intervista a seguire nasce nel novembre 2010 e finsce… oggi. Incontrando alla prog Exhibition romana lo “spettatore” Jerry Cutillo - fu invece uno dei protagonisti l’anno successivo assieme a Maartin Allcock -leader degli OAK e caro amico, concordai la solita serie di quesiti che potessero permettergli - e permettermi - di fare il punto della situazione su svariati argomenti, dall’album a quei tempi fresco sino ai progetti futuri, passando per Ian Anderson e quei Jethro Tull che proprio il 28 settembre sono stati celebrati nel corso della XV Convention ITULLIANS, manifestazione di cui parlerò a breve. Jerry si è preso… tre anni per rispondermi, ma il risultato è una dettagliata analisi di un particolare mondo musicale, documento che lui ha accuratamente aggiornato rendendolo attuale anche a distanza di tempo. Di fatto la risposta ad alcune domande è arrivata nello scorso mese di agosto, ma valeva la pena aspettare, Jerry non si nasconde ma applica la più totale trasparenza di pensiero. Le risposte sono di dimensione oceanica e solo in questo spazio -  e nel blog de ITULLIANS (http://itullians.blogspot.it/) - sono presentate per intero, mentre una sintesi troverà spazio nel prossimo numero di MAT2020 (www.mat2020.com) e forse in un libro di prossima uscita.
L'intervista
Ho sentito il tuo “Shaman feet” e ho letto le collaborazioni “da paura”, da David Jackson a Jonathan  Noyce, da  Glenn Cornick a Maartin Allcock.  Mi racconti qualcosa di più di questo lavoro ?
Shaman feet” è nato dalla volontà di presentare suoni provenienti da paesi lontani e sconosciuti al grande pubblico. Stimolato dalle risonanze degli artisti siberiani, provai anni fa a contaminare le mie composizioni con elementi che si discostavano radicalmente da quelli del mondo pop. Dopo la realizzazione di una serie di demo, prodotti nel mio home studio, vi furono dei primi tentativi di registrazione delle basi ritmiche di alcuni brani, ma i risultati non furono apprezzabili. Assorbire e padroneggiare quei tempi complessi e geometrici, programmati come base di arrangiamenti altrettanto articolati, non era affatto semplice. Così seguirono nuovi mesi di lavoro ed infine, immerso nella campagna romana nella quiete del “wolf studio”, Michele Vurchio registrò con successo le basi ritmiche di buona parte dei brani. Il lavoro poi continuò nello studio di Mark Leigh, sound engineer  dei Fairport Convention e pian piano il progetto si avviò a conclusione. A Banbury (UK), mi raggiunse David Jackson dei Van Der Graaf Generator per suonare i sassofoni su “My old man” e “Baba Gaia”. Nella prima delle due tracks, quella dedicata alla memoria di mio padre, Dave interagì molto intensamente con l’atmosfera del brano poiché era reduce anch’egli da un lutto in famiglia. Poi nei giorni seguenti arrivarono a dare il loro contributo anche Maartin Allcock e Jonathan Noyce ed infine, sul brano “Siberian man” versione OAK dell’Andersoniana “Fat man”, un altro ex Tull, Glenn Cornick, suonò il basso. Anche Tanja Tagaq e Alrik Qam, cantanti siberiani, arricchirono le strutture vocali dei brani registrando nei loro studi e spedendomi poi i files. Con Sonja Kristina (Curved Air) invece, ci fu un imprevisto e la sua partecipazione sfumò. La collaborazione con lei però fu soltanto rimandata e si è materializzata di recente nel concerto di Halloween “Demons of Prog” dove Sonja ha espresso il meglio delle sue qualità vocali inserendosi in maniera superlativa nel sound della nostra band.
Ciò che hai compiuto con questi grandi musicisti ha presupposto anche un loro intervento dal punto di vista compositivo, o sono stati più utili gli interventi in fase di arrangiamento ?
David arrivò in studio motivato e con un paio di proposte pronte per essere realizzate. I fugaci interventi di whistle all’inizio di “My old man” ad esempio, sono sue intuizioni (deve aver seguito la pista del western all’Italiana con quelle tipiche frasi alla Morricone) e poi nel finale dello stesso brano si sperimentarono altre soluzioni. L’impeto dei fraseggi conclusivi sta a rappresentare lo scontro generazionale tra padri e figli e le frasi ritmiche, apparentemente disarticolate e deliranti, sono state ricostruite con precisione  in sede di post produzione insieme al ruggito dei sassofoni di David e alla rabbiosa sei corde di Iacopo Ruggeri. Una cosa che mi colpì di David fu la sua risposta quando lo invitai a suonare, sul finale dell’altro brano “Baba Gaia”, qualcosa con due sax contemporaneamente (stile che aveva ereditato da Roland Kirk). Senza indugio imbracciò i suoi strumenti e con un ghigno diabolico mi disse: “and now… let me call my Demons back” e lì capii di che pasta fossero i Van der Graaf Generator! Del contributo di Maartin Allcock vorrei ricordare invece lo stile con cui ha illuminato tracce come “Koongoorei”, “Shaman fire” e “Forest cathedrals” (il brano dedicato a Julia Hill, un’ecologista  americana rimasta due anni in cima ad una sequoia per scongiurarne l’abbattimento ad opera delle multinazionali americane del legname). Anche Jonathan Noyce aveva manifestato il suo interesse per “My old man” in occasione di un nostro concerto in Spagna, perciò mi sembrò naturale invitare anche lui a parteciparvi. Si rivelò molto utile ascoltarne i suggerimenti d’arrangiamento e illuminante sentirlo suonare ogni singola nota che si rivelava poi all’ascolto della registrazione nitida e impeccabile. Per chiudere il cerchio vorrei ricordare anche il prezioso contributo del nostro bassista Mauro Delorenzi, dal ’98 con il nostro gruppo, del percussionista Rendy Di Gennaro, della celeste di Antonio Orlando e della 12 corde di Giorgio Clementelli. Insieme a loro ho potuto esprimere al meglio tutte le mie potenzialità curando il profilo ritmico di 4 brani, gli arrangiamenti di chitarre, tastiere e flauti nonché le parti vocali e i testi.
Nell’album si conferma il tuo piacere nel lasciarsi contaminare da differenti culture e da etnie particolari. L’essere attratto da una determinata musica è spesso fatto irrazionale, ma… cosa realmente ti fa stare bene nel proporre (e rielaborare) suoni e trame inusuali, radicate in stili di vita che non ci appartengono dalla nascita ?
Il singolare interesse che talvolta manifestiamo rispetto a qualcosa che apparentemente non ci appartiene ha una motivazione misteriosa. Forse è casualità, forse predestinazione o forse sono intuizioni inconsce che ci orientano dove non avremmo mai osato. L’arte non è archeologia ferma sulle tracce del passato ma pura sperimentazione ed è sempre necessaria una grande mobilità per trovare nuove fonti d’ispirazione. Cosa c’è di più stimolante, del conoscere il mondo e raccontarne suoni e forme condividendone percezioni e colori con persone di uguale sensibilità? I linguaggi sono molteplici, ma il significato è sempre lo stesso. Ed è soltanto la diffidenza che ci tiene lontani gli uni dagli altri. Non riesco proprio a immaginarmi un approccio diverso che non sia quello di comunicare e condividere qualcosa che appartiene a tutta la specie umana. Ho ancora vive le immagini quando, da giovane progger, mi avventuravo alla ricerca di note e vibrazioni. Ricordo la serenità di Don Cherry seduto a gambe incrociate nei corridoi del backstage del Palasport con la famiglia al completo (inclusa la piccola Nenè che si reggeva a malapena sulle gambe) che strimpellava la sua Kora prima di entrare in scena o il sorriso che mi rivolse Stomu Yamashta quando mi si trovò davanti nel passaggio interno riservato agli artisti del Tenda a Strisce, io curioso adolescente con l’abitudine di intrufolarmi dovunque e Loro creature appartenenti ad una stirpe di artisti illuminati  vibranti con tutto e tutti.
Ci riassumi il percorso che ha portato alla genesi degli OAK ?
Quando iniziai l’avventura degli OAK avevo già maturato quasi 20 anni di esperienze musicali professionali. I miei primi spettacoli con un artista affermato risalgono infatti al 1975, quando Mino De Martino, ex componente dei “Giganti” e con Battiato del “Telaio Magnetico”, mi prese con sé nel suo progetto “Albergo Intergalattico Spaziale”. Poi, in qualità di cantante/compositore, firmai nell’81 il mio primo contratto con una casa di produzione discografica dove ebbi la fortuna di lavorare con session men come Roberto Gatto, Marvin Johnson, Marco Rinalduzzi, Walter Martino, Dougie Meakin, Franco Ventura e molti altri. Spesso ero impiegato anche come arrangiatore poiché, essendo già polistrumentista, riuscivo a realizzare idee musicali con notevole rapidità. Erano gli anni dei recording studio e in compagnia di esperti produttori (Marco Lecci, Giulio Albamonte e i fratelli Calabrese) scoprivo le tecniche della registrazione. La mia era un’attività a tempo pieno e le giornate erano tutte impegnate in ascolti, incisioni o missaggi senza alcuna preoccupazione sulle eventuali prospettive live (in quei primi anni ‘80, con l’avvento dei video musicali e delle altre nuove forme di promozione, le uscite dal vivo per gli artisti erano sensibilmente diminuite e divenute di fatto marginali). Quegli anni trascorsi negli studi della “Pollicino & company” furono un periodo molto formativo e mi predisposero al seguente successo commerciale. Nell’anno 1985 i brani “We Just” e “Our Revolution”, prodotti insieme ad un’ equipe di primo piano formata da Romano Musumarra, Mario Tagliaferri e Gianpaolo Bresciani, balzarono ai primi posti delle classifiche europee e mi proiettarono sugli scenari internazionali. Col nome d’arte di Moses (nickname affibbiatomi da quella simpatica canaglia del manager Lo Celso) ero spesso ospite nei maggiori  palinsesti  europei dove condividevo gli studi televisivi con star di prima grandezza. Ricordo i Jefferson Starship all’uscita del loro album “We built the city of R&R”, Elton John e la sua “Nikita”, i  Simply Red al lancio del loro hit “Holding back the years”, gli A- HA, i Pet Shop Boys e tantissimi altri. Dagli autori di “West end girls” ricevetti grandi apprezzamenti al termine della mia performance negli studi olandesi di “Top of the Pops” e proprio da loro appresi della popolarità che il mio disco aveva raggiunto anche nel Regno Unito. Ricordo che “We just” fu prescelto anche come sigla di Discoring, il più noto programma musicale della TV italiana.  Nonostante tutto però, devo confessare di essermi sentito più confuso che felice nel cavalcare l’onda di quel successo. I suoni prog delle mie prime esperienze, le interminabili jam psichedeliche con Mino, il jazz rock fine anni ’70, la seguente rabbia punk/new wave ed il fascino delle avanguardie Kraftwerk e John Foxx mi ribollivano dentro. I tempi però erano cambiati e la musica, in seguito all’esplosione della dance made in Italy, risuonava principalmente nelle discoteche. I ritmi erano più incalzanti e le sonorità dirette e minimali. Il look poi era divenuto una componente essenziale per il successo di un artista (ma… diciamocelo, lo era sempre stato anche in tempi non sospetti) e le fasi di produzione artistica avevano subito una notevole accelerazione, dettate come erano da nuove strategie di vendita.  Anche la formula “gruppo” era sulla via del tramonto e i solisti dominavano le scene. Anch’io, quando mi trovai a fronteggiare pubblico ed establishment discografico, lo feci in  perfetta solitudine ma con malcelata tristezza. Tutti questi fattori mi causarono una sensazione di non appartenenza a quegli anni ’80 (ma anche rileggendo vecchie interviste di un’esordiente Ian Anderson ad esempio, traspare una stessa sensazione di disagio. I suoi anni ‘60/’70 di cui lui non sopportava usi, costumi e raduni live, finendo però col costruire il suo successo grazie a quegli eventi che muovevano folle oceaniche di potenziali consumatori). Tornando comunque agli OAK, fu agli inizi degli anni ’90 che considerai seriamente l’ipotesi di resettare tutto e scrivere daccapo la mia storia artistica. E ciò avvenne esattamente nel novembre del ’93 in compagnia di un giovane e talentuoso chitarrista appassionato di musica grunge, Iacopo Ruggeri. I brani del nostro cd d’esordio avevano una tipologia Rock/Folk/Psichedelica e presentavano un’originalità molto spiccata, ma le spire della covermania avevano già cominciato a dipanarsi minacciosamente e quando l’emittente Radio Rock si fece promotrice di una serie di spettacoli che avevano come protagoniste le neonate tribute band, anche gli OAK accettarono una simile consacrazione. Tra i ricordi del nostro esordio c’è la prima intervista alla radio dove il dj Prince Faster ironizzava su come ci fosse venuto in mente, nel 1993, di puntare su i Jethro Tull (in quegli anni caduti in disgrazia) come materia di tributo. Nonostante però i toni dell’intervista, quel pomeriggio suonammo in diretta radiofonica tre brani di mia composizione e fortunatamente le reazioni degli ascoltatori furono positive. Tuttavia il declino artistico era già cominciato e dalla scala dei processi più nobili lo sforzo creativo regrediva schiacciato dall’avanzare di gruppi impegnati univocamente in sterili repliche dei classici. Inoltre gli aspetti evocativi delle performance predominavano e supplivano alla mediocrità dei figuranti. Certo, devo ammettere che il carisma e lo stile di Ian Anderson sono stati in passato fonte d’ispirazione anche per me. Ma aver successo emulando un altro artista, per quanto bravo sia, non può rappresentare un traguardo. Ho sempre cercato di esprimere personalità e autoironia nelle mie rappresentazioni Andersoniane e i vani tentativi di altri tribute men che perseverano nel tentativo di somigliare il più possibile al proprio eroe, sia Superman o Zorro, mi lasciano interdetto (anche se è divertente vederli mentre si sgambettano, chi con la spada troppo corta, chi col mantello da supereroe…). Anche Anderson e Barre sembrano decaduti a ruolo di copie di se stessi e la sensazione che ho avuto nei loro recenti spettacoli è che ad entrambi manchi qualcosa. Ad Anderson sicuramente la voce e i suoi funambolici stage act (nonché un gruppo all’altezza), a Barre invece l’inimitabile componente acustica e spettacolare fornita da un front man come Ian che rivestiva il ruolo di cantante, show man, chitarrista, flautista etc. Nei concerti della band Martin Barre’s new day c’è un tale affollamento sul palco che spinge a riflettere che per fare Ian Anderson (ovviamente quello dei tempi migliori) ci vogliano almeno tre elementi! Dan Crisp ha una voce interessante e interpreta i brani Tull con grande personalità ma la carriera di questo giovane musicista che scrive canzoni verrà messa a rischio col perdurare di queste sterili performance. Le sabbie mobili di un passato che non lo riguarda potrebbero finire col soffocarne creatività e prospettive. Sono stato a Cropredy quest’anno ospite in un concerto di Maartin Allcock e fortunatamente di Jethro non se n’è parlato.  Al contrario Barre ha rinvangato più di un brano di Anderson suonandoli tutti però in maniera poco convincente. Sembrava stesse raschiando il fondo del barile per trovare qualcosa da proporre al pubblico. Un altro giovane estroso che rischia di oscurare la propria luce è il chitarrista Florian Opahle. Mi sembra insensato che debba mettere il proprio talento al servizio di una causa persa e bruciarsi così gli anni migliori. Sicuramente le motivazioni sono di origine economica perché a tutt’oggi il flautista scozzese riesce comunque a realizzare tour internazionali nonostante l’assenza di voce, la mancanza di nuove idee e una band amatoriale alle spalle. Nel suo recente concerto romano era con un sospiro di sollievo che seguivo l’avvicinarsi del flauto alle labbra, sollevato dal fatto che ci avrebbe risparmiato quei rantoli vocali per qualche minuto. Sarebbe proprio il caso di dire: “Troppo vecchio per cantare, troppo giovane per morire”. Ma perché non aprirsi completamente ad un nuovo percorso di sola musica strumentale ? Ci ha provato ma senza risultati apprezzabili? L’eredità Tulliana è più redditizia? Questa auto-indulgenza sorprende quelli come me che conoscevano Anderson come un grande perfezionista, sempre vigile al controllo di ogni aspetto della sua musica e sin troppo esigente con sé e con gli altri. Come può allora permettere un simile declino ? Non ne è forse consapevole?  
Mi racconti qualcosa dell’evoluzione della line up degli OAK, dal 2008, anno in cui ti ho conosciuto, a oggi ? Che cosa ricerchi attualmente nei musicisti che ti circondano?
Nel  2008 festeggiammo il 15° anniversario della nascita del gruppo con alcuni  spettacoli celebrativi ma le presenze sul palco, sebbene numerose, non rispecchiarono tutto il tracciato degli OAK. Molti dei musicisti appartenuti alla band infatti non furono disponibili per testimoniare lo sforzo che soprattutto le prime formazioni realizzarono per affermare il gruppo nei primi anni ‘90. Negli attuali spettacoli per i 20 anni stiamo invece presentando il meglio degli OAK con avvicendamenti sul palco che riflettono maggiormente i capitoli più salienti della nostra storia. Passando alla tua seconda domanda, quella riguardo alle componenti più ricercate dalla nostra band, posso affermare che gli OAK hanno sempre puntato ad un livello qualitativo accettabile oltre che ad una sufficiente dose di continuità. Ma come spesso accade ai gruppi longevi, abbiamo anche noi sofferto dell’alternanza di momenti brillanti e professionali con altri più dilettanteschi. Le cause di quest’ ultimi sono da attribuire alla volontà di non perdere mai il contatto con il pubblico (la mia tendenza a produrre musica ha finito troppe volte per assorbirmi allontanandomi dal palcoscenico) anche se poi a fronteggiare l’audience ci si trovava con line up più che discutibili. Ma per finalizzare obiettivi live, oltre che discografici, sono necessarie tecnica, talento, esperienza, entusiasmo e creatività e quando non c’è presenza neanche di due di questi elementi si va in crisi e non si sa più se rinunciare all’obiettivo o provare ad andare avanti comunque. Per preparare uno spettacolo professionale sono necessarie lunghe e laboriose fasi di studio che, quando non sufficientemente produttive, rischiano di innescare un senso di frustrazione in personalità molto sensibili. E’ comprensibile quindi che qualcuno decida di seguire la propria strada perché nel cuore di ogni vero artista c’è sempre un forte attaccamento alle proprie idee e questo spirito va preservato altrimenti tra 20 anni, quando non ci saranno più i Peter Gabriel, i Paul Mc Cartney… ma anche i Depeche mode o i Radiohead,  il buio calerà inevitabilmente. Sostengo anch’io che il futuro della musica è nelle mani di quegli artisti che dedicano la loro vita al processo creativo esplorando nuovi territori sonori, formule armoniche e telai ritmici inconsueti, melodie accattivanti e linguaggi inediti. In un incontro con Gianni Nocenzi ex BMS, si discuteva, a tavola con Richard Sinclair e Maartin Allcock, sulle cause che spingessero l’artista a diventare sordo al richiamo del palcoscenico (Gianni ha rotto il suo silenzio soltanto in occasione del meeting di primavera a Castiglion del Lago un anno fa). Quanto emerso fu un profilo veramente misero dell’attuale situazione musicale e per un artista come Gianni l’unica soluzione sembrava essere quella del ritiro dalle scene. Ma è paradossale che debbano essere i veri maestri a tacere e inabissarsi, mentre grappoli di incauti musicisti rumoreggiano sui palcoscenici in preda a sindromi da ultima spiaggia, a febbri terminali causate da troppe occasioni perdute, attratti dalla scia di quel treno che non solo hanno perso ma che non hanno neanche mai visto passare, neanche da lontano! Ironizzando un mio amico osservava: “Da quando hanno chiuso i Circoli Bocciofoli, come terapia anti-invecchiamento ci si compra una chitarra e si fa la cover band”. Anch’egli si riferiva certo a quel sottobosco di pensionati irrequieti che, mescolando vicende rock con favole inventate di sana pianta e con al loro seguito nuclei parentali allargati, colleghi di lavoro, condomini, compagni di calcetto, amici di scuola ritrovati e non, vanno ad ingrassare i gestori dei locali sensibili soltanto al calcolo delle consumazioni di cibo e bevande effettuate. Questi ultimi perseverano nella convinzione di far divertire i musicisti con il loro lavoro mentre in realtà sono gli artisti che forniscono loro la materia prima e li fanno campare…e troppe volte a loro spese. Nei live club si continuano a dettar regole che finiscono col compromettere l’esistenza di chi vive di musica. E queste scorie, sedimentate negli anni, hanno generato anche il deprimente fenomeno delle “tribute bands delle Tribute Bands”. Le potenzialità di un gruppo musicale devono essere assecondate con investimenti a lunga scadenza perchè è soltanto con il lavoro di preparazione per un nuovo album insieme ai concerti che ne consacrano poi l’eventuale successo che il musicista raggiunge la reale consapevolezza del suo status di artista. A tutto ciò possono poi contribuire anche le anticipazioni dei giornalisti con recensioni e anteprime che possono indirizzare le scelte del pubblico. Tuttavia è più che probabile che la vera latitanza sia dalla parte degli ascoltatori! Sì, perché ascoltare è un’arte ed oggi invece suonano tutti ma nessuno ascolta. Inoltre ci si è abituati ad ambienti rumorosi dove il brusio ed un sottofondo di piatti e stoviglie fa da background alle performance. Con l’avvento delle nuove tecnologie quindi e il calo della soglia della ricettività, tutti possono suonare tutto ma quasi mai in modo convincente. Ne sono prova anche le improbabili performance su You tube alle quali anche gli OAK hanno pagato pegno con quelle immagini miniaturizzate raffiguranti cadaveri anonimi in cerca di pochi minuti di notorietà. Certo, l’importanza del web non va discussa ed è sicuramente innovativo poter esprimere e divulgare il proprio messaggio con rapidità ma valanghe di indistinte  proposte virtuali, spesso sin troppo auto indulgenti, possono disorientare e far perdere interesse all’ascolto. Non mi identifico affatto con i maniaci del virtuosismo, al contrario ho sempre esaltato il lato umano dei musicisti ammirandone il talento anche se privo di esperienze formative, però quando ci si imbatte in personaggi che non hanno mai messo piede in uno studio di registrazione o non sono mai saliti su un palcoscenico professionale (nonostante l’età  avanzata) o che hanno operato le loro scelte tardivamente e che nonostante i propri limiti si compiacciono in atteggiamenti di presunzione… beh… allora diventa veramente difficile continuare a sperare per le sorti della musica. Tornando alla tua domanda sulla definizione degli OAK, l’immagine che mi viene in mente per descriverne il profilo è quella di un nucleo artistico-operativo riuscito a salvaguardare il proprio dna assicurandosi così sopravvivenza e futuro. Intorno ad una parte più interna ruotano però molti altri musicisti (attivi anche con altre band e liberi da qualsiasi vincolo) che contribuiscono di volta in volta alle realizzazioni dei vari obiettivi. Questa è la formula che si è rivelata a noi più efficace. Più che a un’entità circoscritta e fine a se stessa quindi, preferirei pensare agli OAK come ad un nodo aperto, di riferimento per artisti con potenzialità ed ambizioni. Il modello di riferimento, in tutta umiltà e con le dovute proporzioni, potrebbe essere la scena di San Francisco fine anni ’60 o la scuola di Canterbury anni ’70, dove si operava in un regime di reciproco scambio partendo però da una stessa filosofia. L’impostazione da “gruppo aperto” è stata salutare alla nostra band e ci ha permesso di affermare la nostra musica e diffondere quella del nostro gruppo preferito partendo 20 anni fa da una città avara d’iniziative come Roma. Inoltre la constatazione che tutto ciò sia avvenuto senza logiche associative o aiuti da parte di organizzazioni, enti, strutture, fondazioni etc… non è un particolare irrilevante. E quando apprendiamo notizia di nuove band al debutto, alcune delle quali formatesi anche in seguito alla militanza nel nostro gruppo, siamo felicissimi e auguriamo loro un lungo e ricco percorso artistico. Un altro dei temi più ricorrenti relativi alle dinamiche interne dei gruppi è quello della necessità o meno di una figura guida. Le elucubrazioni di qualcuno hanno poi anche tracciato un improbabile parallelo tra il mio ruolo negli OAK e quello di Ian Anderson nei Jethro Tull (arrivando a scherzare su un mio presunto profilo da despota cinico e senza scrupoli, tipico del peggior Anderson, mentre io mi rispecchio maggiormente in un personaggio come Jerry Garcia. Ma questa è la pochezza dell’attuale scena musicale nostrana che non può far altro che creare falsi mostri.) Sono convinto che la definizione delle funzioni all’interno di un gruppo debba avvenire in maniera spontanea. Ogni idea ha una fonte nativa che necessita poi di una forza persuasiva e coesiva. Il ruolo di leader non viene mai scelto dallo stesso ma da altri che ne predispongono la guida al timone. Poi non sempre i gruppi rispecchiano le caratteristiche delle proprie figure di riferimento. Molte volte accade invece il contrario; ci si adatta a esigenze, limiti e possibilità di altri flettendo metodiche e tempi di lavorazione. Non è trascurabile anche il fatto che, lavorando sempre in regime di assoluta libertà, nella maggior parte dei gruppi ognuno è libero di disimpegnarsi nei tempi e nei modi a sé più confacenti. Spesso quindi non c’è alcun vincolo contrattuale che possa dissuadere qualcuno dal prendere decisioni unilaterali anche se devastanti per le sorti di una band.Per concludere vorrei accennare anche ad altri aspetti sull’attività di un gruppo. A volte ad esempio, c’è il rischio che situazioni d’incompatibilità possano essere destabilizzanti e allora in qualità di leader bisogna porvi rimedio assumendosene tutta la responsabilità. Le reazioni poi dei soggetti allontanati possono essere a volte anche molto inquietanti! Per cui, in base a questa analisi più attenta, il concetto di leadership non può certo considerarsi una posizione  privilegiata. All’interno degli OAK vi sono forti legami di amicizia. Fiducia e rispetto ne rappresentano le linee guida e l’atmosfera dei nostri ultimi concerti ne è la prova. Siamo felici perché a distanza di tempo anche le vicende più critiche ci fanno sorridere (eccetto quei rari casi da lettino di psicanalisi) ed è gratificante apprendere il fatto che gli OAK rappresentano per qualcuno la cosa più rilevante e produttiva della propria storia musicale.
Mi ha fatto enorme piacere vederti a Roma, assieme a Lincoln Veronese, ricordando che in passato avete suonato assieme musica Jethro, suppongo in maniera poco agevole, vista la distanza tra Venezia e Roma. Che ricordi hai di quei giorni ?
Con Lincoln ci incontrammo per la prima volta nel ’98 in occasione della terza Convention dei Tullians. Ricordo che fu lui ad aprire la kermesse eseguendo buona parte di “Taab” con il solo ausilio di una base midi. Al termine della serata, che vide altre bands tra cui i Beggar’s farm e poi gli OAK che conclusero la Convention insieme a Glenn Cornick e in alcuni brani anche Clive Bunker, Lincoln mi espose la difficile situazione musicale nella sua regione, il triveneto. Simpatizzai con lui perché, nonostante avessi gli OAK già da 5 anni, conoscevo bene quel genere di problematiche. Avevo avuto anch’io difficoltà ad incrociare musicisti con le giuste caratteristiche sia sul versante Jethro che per i brani OAK. La musica dei Tull  sembrava non essere nelle preferenze ne di chitarristi ne di tastieristi. I primi suonavano prevalentemente “Led Zeppelin” o “Pink Floyd” ed i secondi preferivano il funky. Nel mio caso poi, si poteva subito intuire come alla radice del progetto vi fosse il trip maniacale di un cantante, flautista, chitarrista, front man devoto al clan degli Anderson! Ricordo che fui più volte costretto a scomodare aneddoti ed esperienze relative ai miei trascorsi successi internazionali per avere un forte ascendente sui musicisti che rispondevano ai miei annunci. Tornando a Lincoln, ricordo il suo raffinato solo di chitarra su “Forest Cathedrals” e le tante partecipazioni ai nostri concerti. Sebbene lui non sia mai entrato stabilmente nella nostra formazione, il suo stile è sempre stato in sintonia con il nostro sound. E’ sorprendente come le casualità influenzino le nostre vite e quanto sia importante trovare le persone giuste al momento opportuno. Nel 2004 ad esempio, in occasione di una jam session in una sala prove di periferia feci la conoscenza di un chitarrista appassionato dei Jethro, Maurizio Di Vara. Lui militava in una cover band di cui non ero a conoscenza; i “From the wood” (da non confondere con i Viterbesi “The Wood”). Con la sua Gibson deluxe Maurizio suonava i Jethro in maniera molto convincente ed aveva  tecnica e physiche du role per interpretare il miglior Martin Barre in un momento dove la nostra formazione era molto piantata nel ruolo di tribute band. Purtroppo al termine della jam session mi disse di far parte già di un'altra band e mi fece sentire un demo di notevole qualità. Gli OAK dovettero perciò attendere ancora molto prima di averlo in formazione. Con Lincoln invece ci siamo incrociati molte volte, anche a Castiglion del Lago un anno fa. Ricordo bene quella giornata perché lui non era in programma ma appena ci siamo visti, prima ancora di dirci ciao, è partita la mia domanda : “Hai con te la chitarra” ? E quella sera, nonostante il programma già definito e collaudato del nostro “Time generator”, da noi presentato in quella primavera insieme a Richard Sinclair e Maartin Allcock, ci siamo ritrovati a suonare un paio di  canzoni insieme a Lincoln e Bernardo Lanzetti. Ma questo genere di fuori programma sono una consuetudine per gli OAK ed anche se sono in pochi ad avere la nostra stessa mentalità poco importa, noi continuiamo nel rispetto della nostra indole estroversa. L’ultima volta con Lincoln è storia recente, sto parlando infatti del ventennale degli OAK svoltosi in aprile (ma non c’eri anche tu?). E’ un peccato invece che entrambi non abbiate partecipato a quello di sabato 22 giugno al Music Inn di Roma. Anche in quella occasione abbiamo riproposto parte della nostra produzione, dei Jethro e del Prog insieme ad altri 12 musicisti appartenuti a vari line up della nostra band. E quest’ultimo concerto che secondo i maligni poteva degenerare in rissa a causa di presunte antipatie o stupide competizioni, si è rivelata la più bella serata dei nostri 20 anni, dove l’amore e la passione per la musica hanno trascinato pubblico e protagonisti in un vortice di sensazioni.
Jerry Cutillo racconta... A proposito delle Prog Exhibitions di Roma, qual è il tuo giudizio generale, indipendente dalla valenza dei musicisti in gioco ?
Entrambe le edizioni della Prog exhibition hanno rappresentato due piacevoli momenti per ripercorrere il capitolo più impegnato della musica italiana; quello risalente agli anni ‘70. Sono state inoltre un banco di prova per altre formazioni che, anche se non appartenenti allo stesso periodo storico, sono state a lungo presenti nella realtà musicale nazionale. Il lavoro svolto da Iaia De Capitani e Franz Di Cioccio è stato compiuto con coraggio e grande stile e la loro considerazione nei riguardi degli artisti partecipanti è stata impeccabile. Due anime nobili in un panorama arido e avvelenato. Nella prima edizione del 2010 ero tra il pubblico presente alla seconda giornata, quella della straordinaria performance di Tjis Van Leer, del set energico degli Osanna e del finale del Banco insieme a John Wetton. Nonostante però la notevole affluenza di pubblico, si percepiva in sala un senso di amarcord. Francesco Di Giacomo, cantante del Banco, richiamò l’attenzione dei presenti proprio su quell’aspetto e disse: “La musica che state ascoltando non è più quella di un tempo… ma neanche voi siete più quelli di prima”, smorzando così i sogni del passato con gelido realismo. Sembrerebbe infatti proprio la nostalgia la componente predominante in queste manifestazioni che qualcuno definisce sterili. Nella seconda edizione del 2011, alla quale ha partecipato anche il mio gruppo insieme a Maartin Allcock, la sensazione di deja vù è ricomparsa accompagnando le esibizioni sino all’epilogo finale. Sembra esserci comunque un rinnovato interesse per il prog italiano anni ’70. Anche il mercato internazionale risponde bene alle proposte dell’etichetta “Immaginifica” di Iaia e Franz che hanno pubblicato di recente “The amazing world of Prog”, una compilation delle cose più interessanti relative alle due edizioni della Prog Exhibition nella quale, insieme ai capolavori dei grandi miti, compaiono anche le nostre “Baba Gaia” e “Murfatlar” suonate dagli OAK con Maart Allcock. Ma degne d’attenzione sono anche le nuove proposte che rimangono però ancora nell’ombra di un passato fin troppo sublimato che finisce per inibirne le potenzialità. Bisognerebbe esprimere la propria personalità con più spavalderia e dissacrazione e tappare la bocca agli archeologi dell’era jurassica che contrastano il manifestarsi di una nuova aurora di musica.
Un giudizio tecnico. Per noi innamorati di certa musica il flauto nel rock si identifica con Ian Anderson, che conosci molto bene per aver calcato gli stessi palchi, oltre che per infinite ore di ascolto. A Roma non sei riuscito a vederlo in combinata con la PFM, ma in compenso hai visto Thijs Van Leer. Mi dai un giudizio sulle sue qualità ?
Grazie per questa domanda, l’accostamento di questi due artisti mi stimola parecchio. Entrambi polistrumentisti, compositori e cantanti, Anderson e l’olandese Van Leer, si sono contesi per un periodo il primato delle sigle radio-televisive (i Focus con “House of the king” e i Jethro Tull con “Living in the past”). Indubbiamente però la scena londinese fine anni ’60 rappresentò uno scenario ben più vantaggioso per Anderson, di origine scozzese, ma trapiantato a Blackpool e poi da lì a Luton ed infine a Londra. E anche se non fu semplice superare i primi anni di stenti nella capitale inglese, la presenza di un tempio della musica di tendenza come il “Marquee” finì per rafforzare maggiormente la volontà di Ian e determinare la nascita dei Jethro Tull. Le sorti di tanti altri giovani musicisti britannici furono segnate dall’approdo al mitico club di Wardour street. Lo stesso Hendrix, che pure proveniva dagli Stati Uniti, trovò soltanto in Inghilterra l’humus per piantare radici e liberare la magia della sua musica. Rimanendo nel tema delle 6 corde è evidente come fu altrettanto decisivo per il giovane Ian, provetto chitarrista, l’aver intuito di essere ormai in notevole ritardo rispetto ai tanti altri guitar heroes sulla scena. Così, sbarazzatosi della sua chitarra elettrica, barattata con un flauto traverso e un microfono, il nostro giovane scozzese, ambizioso e senza scrupoli, lanciò la sfida a ben pochi altri flautisti sulla scena rock. Forse avremmo avuto lo stesso i Jethro Tull anche se Ian avesse suonato il violino o la tromba ma indubbiamente il flauto traverso era a quei tempi uno strumento emergente nella nuova musica dei giovani. Roland Kirk ad esempio, lo suonava in maniera molto personale e dissacratoria cantando le note contemporaneamente all’esecuzione (tra i suoi numeri c’èra anche quello di introdurre l’imboccatura di un flauto dolce in una narice e suonare lo strumento parallelamente a due sassofoni mentre un mucchio di conchiglie e campanelli gli dondolavano intorno al collo). Essenziale era infatti intrattenere il pubblico e stupirlo con performance di natura quasi circense ed Anderson fece tesoro di questa intuizione suggeritagli peraltro dal suo manager Terry Ellis. Questi linguaggi nuovi e oltraggiosi fecero proseliti in UK e non fu solo Ian a rimanerne affascinato. Con grande trasporto David Jackson mi narrava le sue esperienze descrivendomi il grande impatto che i musicisti di colore americani ebbero sul giovane pubblico inglese. Probabilmente invece il background dell’olandese Van Leer è più accademico. Me lo immagino alle prese con scale, arpeggi, postura e impostazione delle labbra, tutte cose che Ian bypassò puntando direttamente a fare del flauto lo strumento con il quale competere con la chitarra elettrica. Ma fu quella la vera innovazione ! Quel suono saturo e gutturale prodotto da un flauto di metallo grezzo ma plasmato dal soffio di una grande personalità. E nonostante Ian fosse a digiuno di tecnica ed esperienza, finì con imporre il suo stile a tutta la band e diventare un archetipo nel panorama della musica rock. Il palcoscenico fu quindi la sua unica vera scuola e le sue capacità comunicative fecero il resto. Devo ammettere però che anche la performance di Van Leer alla Prog exhibition mi ha molto entusiasmato, ma quando sul finale ha cominciato a destreggiarsi con rantoli ed equilibrismi la sensazione che stesse recitando il ruolo di qualcun altro ha finito per condizionare il mio giudizio su di lui. (Eppure sembra che Ian Anderson temesse in modo particolare il confronto con Van Leer che sarebbe dovuto avvenire nella stessa giornata della prog exhibition). In favore di questi due grandi artisti vorrei aggiungere qualcosa anche sul loro polistrumentismo. Tjis suona anche l’hammond, e in maniera straordinaria direi, e anche i suoi vocalizzi  sono roba da virtuosi. Così come anche Ian dimostra la sua grande abilità con varia strumentazione. Non tutti immaginiamo poi quanto sia difficile mantenere la concentrazione in piena performance se si passa da uno strumento all’altro. Di Ian  non sottovaluterei anche il suo stile al sax soprano e sopranino, che hanno un’imboccatura completamente diversa da quella del flauto. Nei concerti quindi, passando dai primi al secondo e viceversa, come faceva Ian nel ‘73/’74, si rischia molto, perché la muscolatura facciale e le labbra necessitano di tempo per ridisegnarsi alle conformità di strumenti diversi. Tornando alle particolarità del flauto traverso, un'altra conseguenza del timbro Andersoniano, vale a dire quella forte pressione esercitata dal soffio per ottenere quel suono rauco pieno di armonici, è l’irritazione della laringe. Il nostro flautista ha subìto l’asportazione di una delle corde vocali, molto probabilmente a causa dell’ingente numero di sigarette fumate ma non è da escludere che l’uso improprio della voce e del suo strumento a fiato possano averne peggiorato le condizioni. Concluderei infine la tua domanda dicendo che, nonostante Anderson rappresenti l’icona più popolare, il più flautista dei due è senza dubbio Tjis Van Leer. Ma il discorso è un altro: è sbagliato definire Anderson un flautista. Non c’è mai stato tanto flauto nella musica dei Jethro (ma neanche in quella dei Focus) eppure l’immagine del flautista in equilibrio su una gamba sola ha finito per imporsi e lanciare il prodotto Tull in tutto il mondo.
Siamo riusciti, tra tutti, a creare una grande famiglia che percorre l’intera Italia, e grazie alle nuove tecnologie è facile mantenere il contatto. La musica è davvero qualcosa di miracoloso! Sei d’accordo con la mia immagine volutamente bucolica?
Direi proprio di si… anch’io sono un sognatore e la speranza di condividere con altri le cose che amo è sempre viva. Oggi poi, grazie al web, sembrerebbe ancora più semplice avere contatti con persone a noi affini. E poco importa se a volte ne comprendiamo la vera natura virtuale e realizziamo tristemente che le persone con cui ci intratteniamo sono e rimangono degli sconosciuti. La musica è una cosa vera ed è indispensabile avere un contatto diretto tra musicisti, come tra appassionati. I contatti nel web avvengono in maniera rapida e superficiale e possono distorcere la realtà alimentando il sogno di poter conoscere e raggiungere chiunque, dovunque e in qualsiasi momento. Ricordo che quando cominciai a manifestare il mio amore per i Jethro, dopo anni di ritiro forzato, cominciai ad avere molti contatti con altri cultori del genere. Partivo dal presupposto che amare profondamente la stessa cosa potesse sottintendere una sorta di empatia. In particolare, nell’ambito dei tributi, ero convinto d’aver trovato condivisione, amicizia e senso di appartenenza. Ma dopo un’esperienza lunga 20 anni mi sono dovuto però ricredere. Vi assicuro che proprio nell’ambiente amatoriale, tra appassionati e fans, regna un clima pesante, avvelenato da invidie, gelosie e tiri mancini. Ben peggiore di quello da cui fuggii alla fine degli anni ’80 in seguito alla mia frequentazione del business musicale internazionale. Il web quindi può rappresentare uno straordinario mezzo di comunicazione ma quando elude confronti reali (faccia a faccia) perde tutto il suo valore.
I tuoi progetti con grandi nomi della musica sono in continua espansione. Resta per me un mistero il fatto che artisti di quel calibro abbiano la quasi necessità di espatriare e “accontentarsi”, laddove il termine è messo in relazione ad un passato incomparabile. Perché, secondo te, in campo musicale, la professionalità è riconosciuta solo in casi sporadici?
Ogni nostra collaborazione è nata come tentativo di trovare una stessa condivisione nel modo di sentire e vivere la musica. Suonare insieme significa orientare la percezione di note e ritmi su sentieri di profonda sensibilità. Una volta poi stabiliti i giusti parametri tecnico/cognitivi come riferimento, tutto si rivela semplice e naturale. In base alla mia esperienza con Jackson, Kristina, Sinclair, Allcock, Noyce, Namtchylak, Rocchi e Maltese, la vera ragione del ritrovarsi insieme è stata quella di voler provare a liberare nuova musica.  Più critici e meno convinti mi sono sembrati invece rispetto alla riesumazione del loro passato al quale non sembrano molto attaccati. I sodalizi con noi sono stati cementati esclusivamente dalla voglia di creare e sperimentare le 7 note. L’aspetto economico è sicuramente fondamentale per dei professionisti ma non è mai stato troppo pressante e quindi, nonostante compensi da “regime di crisi”, il loro furore artistico non si è mai raffreddato e le loro collaborazioni sono state per noi sempre utili e risolutive. E’ inoltre gratificante ricevere lodi da questi personaggi che ti accettano e accolgono all’interno della loro grande famiglia  rock e che finiscono per considerarti al loro stesso livello. Certo, bisogna anche aggiungere che in tutti questi anni il numero dei musicisti e delle band attive a livello internazionale è sensibilmente aumentato e il ricambio generazionale, insieme alle nuove proposte musicali (sempre comunque inferiori nel nostro paese rispetto alla media internazionale o al periodo d’oro degli anni ’60 e ’70) ha comprensibilmente determinato orientamenti diversi da parte del pubblico. Tanti musicisti della vecchia guardia sono rimasti travolti dalle nuove ondate e alcuni di loro hanno riparato in altre parti del mondo da dove continuano la loro ricerca creativa o, nei casi meno nobili, la pedissequa riproduzione dei loro vecchi cavalli di battaglia che rimangono il loro unico mezzo di sostentamento. Le scelte degli OAK sono sempre cadute su personaggi che avessero delle affinità con il nostro stile o con il progetto in lavorazione. Per noi è stato determinante accogliere tra le nostre fila musicisti di tale personalità ed esperienza per poter accrescere il potenziale della band come e quanto per loro è stato salutare misurarsi con altre realtà compositive, contaminazioni sonore e di spettacolo. David Jackson ad esempio, rimase molto impressionato dalla musica etnica che gli feci ascoltare insistendo per avere alcuni cd e arricchire così il suo personale repertorio con materiale tradizionale della Mongolia. Richard Sinclair rimase affascinato dalla mia percezione dei suoni provenienti dalle dimensioni nascoste, da lui definite “underworld”. Anche Sainkho Namtchylak e Sonja Kristina, due sensibili sciamane, hanno avvertito la singolarità dei miei brani più esoterici, riconoscendovisi nei tratti melodici, nei testi e nelle atmosfere. Lo scambio quindi è reciproco e quando si avverte un medesimo senso di appartenenza verso qualcosa di impalpabile e misterioso come certa musica, non ci sono distanze o preconcetti che possano impedirne l’attrazione.
Ho conosciuto sia Maartin che Richard e la cosa che mi ha stupito d’acchito è la loro umiltà. Molti dei nostri musicisti più in vista tendono a mantenere un certo distacco, e non hanno mai suonato con i Caravan o i Jethro Tull. Caratteristiche personali   o differente cultura?
Penso che tanti atteggiamenti di superbia nascondano soltanto insicurezza. Il senso di inadeguatezza di cui soffrono inconsciamente tanti personaggi deriva probabilmente dall’aver realizzato poco o nulla di particolarmente rilevante. Tra gli artisti con cui ho avuto la fortuna di lavorare Richard e Maartin appartengono a quella categoria di personaggi che non hanno nulla da dimostrare. Le loro storie, ma anche le loro attività presenti, parlano da sole (basti pensare alla recente versione del brano “ Discipline” dei King Crimson eseguita da Maartin Allcock interamente con strumenti acustici a doppia corda o ai vecchi lavori di Richard insieme agli Hatfield and the north o Caravan)… il loro ego non ha certo bisogno di ulteriori espansioni.  
Cosa accade ad un musicista che “invecchia”, oltre, qualche volta, a perdere la voce?
Ben più grave di una diminuzione delle capacità vocali è, con il passar degli anni, la perdita d’obiettività nel riconoscere o meno la validità del proprio discorso artistico. Tour e impegni discografici protratti così a lungo, diventano routine creando assuefazione e dipendenza. Per scongiurare  crisi esistenziali con effetti molto pericolosi, si procede troppo spesso sullo stesso binario ripetendo schemi collaudati  ma ormai vuoti di significato. E’ vero che tante delle icone del rock sono ancora in vita e continuano a sprizzare tanta energia (ne è prova il recente concerto degli Stones a Hide Park o quello di Alice Cooper al festival di Cropredy) ma… che non  si azzardino paragoni con altri tempi! Molti altri musicisti di successo voltano pagina e avviano attività di produzione o insegnamento mentre una buona parte smette di suonare e si concentra su altre cose. Tutte scelte degne di rispetto. La sola cosa da evitare scrupolosamente è quella di continuare a mungere dal proprio passato come se fosse una miniera inesauribile. E’ difficile per tutti continuare a ripetersi sempre ad alti livelli ed è necessario sapersi far da parte e lasciare spazio agli altri, giovani in particolare, che altrimenti non avrebbero chance per emergere.
Dimmi almeno uno dei tuoi progetti imminenti.
In questi 20 anni abbiamo accumulato tanto di quel materiale video che per esaminarlo tutto ce ne vorrebbero almeno altri 10. Sarebbe interessante racchiuderne i momenti migliori in un film che possa rappresentarci fedelmente. Durante l’anno in corso saremo ancora alle prese con spettacoli per il nostro ventennale mentre in agosto voleremo a Cropredy e poi nel Galles per suonare di nuovo insieme a Maartin Allcock. In autunno presenteremo insieme a Sainkho Namtchylak e Maartin il nuovo spettacolo “Tuvan and Celtic music” e realizzeremo una serie di concerti internazionali. Sainkho è una cantante proveniente da Tuva (un’ex repubblica sovietica che si trova al centro dell’Asia) e le sue partecipazioni ai nostri spettacoli hanno suscitato reazioni molto positive. Siamo impegnati nella realizzazione di un cd insieme e proseguiremo con i workshop di canto armonico e gli spettacoli multimediali. Tuttavia non lasceremo mai decantare il nostro amore per i Jethro Tull e il Prog e continueremo a rievocarne leggende e magia alla nostra solita maniera. Non sono un organizzatore valido o esperto e mi identifico soltanto nel mestiere di musicista ma se la situazione dovesse continuare ad essere così difficile e nelle mani sbagliate, potrei anche seguitare a proporre eventi con l’ausilio della sola forza lavoro mia e degli OAK. Ma la promessa più difficile da mantenere sarà quella di volgere l’attenzione sulle nuove realtà musicali che premono per affermarsi. A questi giovani vorrei fosse dato un aiuto concreto che vada oltre ai soliti complimenti. Sarebbero necessari adeguati investimenti economici che possano avviarne e sostenerne l’attività artistica. Acquisto di strumentazione, spese per le sale prova, contatti con gli studi di registrazione e i live club per produzioni e concerti, creazione di un’etichetta discografica per la pubblicazione di materiale sonoro e video con relativa collocazione negli opportuni motori promozionali (tv, radio, web, carta stampata). Tutto ciò potrebbe creare una nuova fonderia d’arte, preludio alla scoperta di nuovi Genesis, Van der graaf etc……(ricordiamo troppo spesso la genialità di questi musicisti dimenticando i soldi spesi da un certo Mr. Stratton Smith). Auguro a tutti un buon lavoro e… che la musica sia con noi.  



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