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Jorge Louis Borges: Storia del Guerriero e della Prigioniera

Creato il 11 dicembre 2011 da Postscriptum

Jorge Louis Borges: Storia del Guerriero e della Prigioniera

Quando un autore argentino inizia un suo scritto (sarebbe stato riduttivo ed impreciso scrivere “un racconto”) con le parole: “A pagina 278 del libro La Poesia (Bari, 1942), Croce, riassumendo un testo latino dello storico Paolo Diacono, narra la sorte e cita l’epitaffio di Droctulft…” non si può far a meno di bloccarsi nella lettura e cominciare a riflettere: Possibile che delle cose italiche ne sappia più uno straniero che non un nostro letterato?

E ciò seppure tale scrittore straniero sia da annoverare tra i più colti autori che abbiano calcato le polverose vie di questo (in)finito Aleph che è il mondo. Io ora non so dirvi quanto abbia influito, nella conoscenza in merito a questi fatti, un primo viaggio in italia – intorno al 1914 – effettuato per l’appunto da Borges. Oppure se tale conoscenza dipenda solamente dalla enciclopedica cultura dell’argentino. Indubbiamente una vicinanza a Croce c’era già da tempo, e persino alla terra pugliese (se è vero che visitò anche Lecce), ma ciò non attenua di granché la colpevole mancanza di una cultura italiana (mi riferisco a quella odierna) che va a dimenticare con troppa faciloneria le vicende di questo generale bizantino. Eppure fu spesso citato come edificante esempio nella fase post-unitaria. Cosa successe dopo? “Droctulf – dice Borges – fu un guerriero longobardo che, durante l’assedio di Ravenna, abbandonò i suoi e morì difendendo la città che prima aveva attaccata. Gli abitanti di Ravenna gli dettero sepoltura in un tempio e composero un epitaffio nel quale espressero la loro gratitudine…

Questo l’epitaffio, reale e storico:

In questo tumulo è chiuso, ma solo con il corpo, Droctulfo
perché, grazie ai suoi meriti, egli vive in tutta la città.
Egli fu con i Bardi, ma era Svevo di stirpe:
e perciò era soave a tutte le genti.
Il volto era tremendo all’aspetto, ma l’animo buono,
la sua barba fu lunga sul petto robusto.
Amò sempre le insegne del popolo romano,
sterminò la sua stessa gente.
Per amor nostro, sprezzò gli amati genitori,
reputando che qui, Ravenna, fosse sua patria
Prima gloria fu occupare Brescello.
E in quel luogo restando, terrifico fu pei nemici.
Poi sostenne con forza le sorti delle insegne romane,
Cristo gli diè da tenere il primo vessillo.
E, mentre Faroaldo con frode trattiene ancora Classe,
egli prepara le armi e la flotta per liberarla.
Battendosi su poche tolde sul fiume Badrino,
ne vinse infinite dei Bardi, e poi superò
l’Avaro nelle terre orientali, conquistando
la massima palma per i suoi sovrani.
Con l’aiuto del martire Vitale, giunse da loro:
spesso vincitore, acclamato, trionfa.
Per le membra egli chiese riposo nel tempio
del martire: qui è giusto che, morto, egli resti.
Egli stesso lo chiese, morendo, al Sacerdote Giovanni,
per il cui pio amore venne a queste terre.

Che poi il personaggio borgesiano sia lo stesso di quello reale citato in un frammento della Historia Longobardorum del monaco Paolo Diacono, è tutto da interpretare (come, ad ogni modo, interpretata ed interpretabile è la Storia). Ma credo che questo, in fondo, sia davvero poco importante. Chiarire se Droctulft morì in Africa o durante l’assedio di Ravenna, è davvero ininfluente ai fini di ciò che voleva indicare Croce (la poesia altissima di un generoso epitaffio da parte di una popolazione romana per un duca barbaro) e le conseguenti domande che si pone Borges (perché dei nemici dovrebbero fare una dedica ad un nemico? Anche se questo è un nemico che ha tradito i suoi amici…). Lo stesso Borges – che ci abituato a misteriose interpolazioni e commistioni tra cose vere, verosimili e false – in questo caso avverte: “immaginiamo, sub specie aeternitatis, Droctulft, non l’individuo Droctulft, che indubbiamente fu unico e insondabile (tutti gli individui lo sono), ma il tipo generico che di lui e di molti altri come lui ha fatto la tradizione, che è opera dell’oblio e della memoria.

E lo immagina ancora giovanissimo, al seguito di quelle carovane che dal nord-est europeo (le terre degli slavi – da cui il termine schiavi, come si diceva a quei tempi) giungevano oltre le Alpi, dinanzi alle mura di quelle eterne città. Immaginiamo anche noi gli occhi di questo biondino con gli occhi chiari, strabiliati e assorti nel mirare quei marmi bianchissimi, i colonnati infiniti degli immensi templi, le strade, gli alti acquedotti (che oggi i Verdi non farebbero mai costruire). E poi immaginiamolo mentre cresce, un fanciullo cui comincia a a prender forma una sorta di peluria sotto il naso e nel contempo apprende gli istituti del Diritto Romano (o ciò che ne rimaneva a quei tempi).

Mi ricordo di aver letto, qualche anno fa in articolo riguardante le missioni, che in certe zone dell’america latina le popolazioni locali si fecero convincere immediatamente e senza provocare l’ira di certi loschi benefattori come Cortes. Si convinsero subito ad adorare un nuovo dio posto in croce, per il semplice motivo che questi bianchi intrusi proponevano un ordine che a loro risultava più vantaggioso. Nella fattispecie, riguardava soprattutto la struttura di una città (Chiese, centro politico, come fulcro centrale e sue diramazioni attorno). Un grosso passo avanti rispetto il confusionario sistema viario previgente.

Non è certo una novità che la convenienza e non la fede sia il miglior passaporto per una nuova religione. Droctulft cresce, come tanti suoi fratelli, nel mito dell’Impero, di Roma, seppur ormai in fase decadente. Ma non è questa la cosa importante che vorrei rilevare. Perché se una immagine del genere era sicuramente in linea con il clima politico che si respirava in Italia intorno al ’42, il culto della romanità e altre baggianate simili (tuttavia, per ovvi motivi, mai presenti negli intenti di Croce, ciò è ben chiaro); il passo avanti che fa Borges (malgrado la sua presunta vicinanza alle posizioni fasciste) è molto ampio. Ciò avviene quando all’interno dello scritto pone in relazione Droctulft con la figura e la storia di una giovane donna originaria dello Yorkshire che era stata rapita e condotta tra i selvaggi dell’entroterra argentino. Questa donna, dopo anni di vita vissuta in quel contesto, fuggì da chi voleva restituirla alla c.d. civiltà, preferendo continuare a vivere ciò che era stata la sua vita da selvaggia negli ultimi decenni. Borges dice che Droctulft e questa donna sono la stessa persona, ecco la rivoluzione nella specularità. Entrambi si sono sentiti in dovere di seguire “un impulso più profondo della ragione”. Come i teologi (uno inquisitore e l’altro inquisito) di un altro famoso racconto di questo geniale Omero moderno. Dio nel suo errare divino confonde l’uno per l’altro, condannandoli ad esser per l’eternità la medesima cosa. Persino in quell’eternità antecedente la loro dipartita terrena. Dio non è certo un democratico, nè un costituzionalista, per cui non ha bisogno di limitarsi nell’influire su situazioni di diritto già regolate e pre-esistenti.

Il barbaro e la donna inglese si sono dunque sentiti parte integrante di una realtà che originariamente non era la loro. Forse in questo risiede l’ultima speranza di una umanità ormai lacerata nella sua globalizzazione sfrenata. Non perché un rumeno, o un tunisino, si debba sentire attratto da una certa ipotetica superiorità di una cultura nazionale estranea a loro. Qui non è più tempo per imporre culti di una Civiltà passata, nebbiosa e densa di punti interrogativi. Ora si deve pretendere una ridefinizione della Cultura nazionale. È cittadino chi sente di esserlo, con tutto il bagaglio che può portar dietro (?). Non a caso Borges, scherzando ma non troppo, propone un Aldiger come avo lontano di un dotto poeta che segnò le culture nazionali di un pianeta intero. I barbari sono stata la salvezza di Roma, quei barbari che poi tanto barbari non erano. Sono curioso di vedere – se me ne sarà dato il tempo, visto il fluire talvolta secolare ed impercettibile dei cambiamenti – quale sarà la prossima tappa di questa c.d. civiltà umana.

Gaetano Celestre

il testo integrale del racconto Storia del Guerriero e della Prigioniera (di Jorge Luis Borges):

A pagina 278 del libro La poesia (Bari, 1942), Croce, riassumendo un testo latino dello storico Paolo Diacono, narra la sorte e cita l’epitaffio di Droctulft; ne fui singolarmente commosso, e in seguito compresi perché. Droctulft fu un guerriero, longobardo che, durante l’assedio di Ravenna, abbandonò i suoi e morì difendendo la città che prima aveva attaccata. Gli abitanti di Ravenna gli dettero, sepoltura. in un tempio e composero, un epitaffio nel quale espressero la loro gratitudine (contempsit caros, dum nos amat ille, parentes) e il curioso contrasto che si avvertiva tra l’aspetto atroce di quel barbaro, e la sua semplicità e bontà:

Terribilis visu facies, sed mente benignus,
longaque robusto pectore barba fuit !

Tale è la storia del destino di Droctulft, barbaro, che morì difendendo Roma, o tale il frammento della sua storia che potè salvare Paolo Diacono. Non so neppure in quale periodo sia accaduto il fatto: se a metà del sesto secolo, quando i longobardi devastarono le pianure italiane, o nell’ottavo, prima della resa di Ravenna. Immaginiamo (giacché questo non è un lavoro storico) che fosse il primo.

Immaginiamo, sub specie aeterntiatis, Droctulft, non l’individuo Droctulft, che indubbiamente fu unico e insondabile (tutti gli individui lo sono), ma il tipo generico che di lui e di molti altri come lui ha fatto la tradizione, che è opera dell’oblio e della memoria. Attraverso un’oscura geografia di selve e paludi, le guerre lo portarono in Italia, dalle rive del Danubio e dell’Elba; forse non sapeva che andava al Sud e che guerreggiava contro il nome romano. Forse professava l’arianesimo, che sostiene che la gloria del Figlio è un riflesso della gloria del Padre, ma è più verosimile immaginarlo devoto della Terra, di Hertha, il cui simulacro velato andava di capanna in capanna su un carro tirato da vacche, o degli dei della guerra e del tuono, che erano rozze immagini di legno, avvolte in stoffe e cariche di monete e cerchi di metallo. Veniva dalle selve inestricabili del cinghiale e dell’uro; era bianco, coraggioso, innocente, crudele, leale al suo capo e alla sua tribù non all’universo. Le guerre lo, portano a Ravenna e 1à vede qualcosa che non ha mai vista, o che non ha vista pienamente. Vede il giorno e i cipressi e il marmo. Vede un insieme che è molteplice senza disordine; vede una città, un organismo fatto di statue, di templi, di giardini, di case, di gradini, di vasi, di capitelli, di spazi regolari e aperti. Nessuna di quelle opere, è vero, lo impressiona per la sua bellezza; lo toccano come oggi si toccherebbe un meccanismo complesso, il cui fine ignoriamo, ma nel cui disegno si scorgesse un’intelligenza immortale. Forse gli basta. vedere un solo arco, con un’incomprensibile iscrizione in eterne lettere romane. Bruscamente, lo acceca e lo trasforma questa rivelazione: la Città. Sa che in essa egli sarà un cane, un bambino, e che non potrà mai capirla, ma sa anche ch’essa vale più dei suoi dèi e della fede giurata e di tutte le paludi di Germania. Droctulft abbandona i suoi e combatte per Ravenna. Muore, e sulla sua tomba incidono parole che non avrebbe mai comprese:

Contempsit caros, dum nos amat ille, parentes,
hanc patriam reputans esse, Ravenna, suam.

Non fu un traditore (i traditori non sogliono ispirare epitaffi pietosi), fu un illuminato, un convertito. Alcune generazioni più tardi, i longobardi che avevano accusato il disertore, procedettero come lui; si fecero italiani, lombardi, e forse qualcuno del loro sangue ? un Aldiger ? generò i progenitori dell’Alighieri… Molte congetture è dato applicare all’atto di Droctulft; la mia è la più spiccia; se non è vera come fatto, lo sarà come simbolo.
Quando lessi nel libro di Croce la storia del guerriero, essa mi commosse in modo insolito ed ebbi l’impressione di ritrovare, sotto forma diversa, una cosa che era stata mia. Fugacemente, pensai ai cavalieri mongoli che volevano fare della Cina un infinito campo di pastura e che poi invecchiarono nelle città che avevano voluto distruggere; ma non era quello il ricordo che cercavo. Finalmente lo trovai; era un racconto che avevo udito una volta dalla mia nonna inglese, ora morta.

Nel 1872 mio nonno Borges era preposto alle frontiere nord ed ovest di Buenos Aires, e sud di Santa Fé. Il comando si trovava a Junín; più avanti, a quattro o cinque leghe l’uno dall’altro, la catena dei fortini; più avanti ancora, quello che allora era chiamato la Pampa, o l’entroterra. Un giorno, tra stupita e scherzosa, mia nonna commentava il suo destino di inglese esiliata in capo al mondo; le dissero che non era la sola, e mesi dopo le indicarono una donna india che attraversava lentamente la piazza. Era vestita di due coperte rosse e andava a piedi nudi; i suoi capelli erano biondi. Un soldato le disse che un’altra inglese voleva parlarle. La donna assentì; entro nel comando senza timore ma non senza diffidenza. Nella faccia di rame, dipinta a colori feroci, gli occhi erano di quell’azzurro stinto che gl’inglesi chiamano grigio. Il corpo era svelto, come di cerva; le mani, forti e ossute. Veniva dal deserto, dall’entroterra, e tutto sembrava piccolo per lei: le porte, le pareti, i mobili.

Forse le due donne, per un. istante, si sentirono sorelle; si trovavano lontane dalla loro cara isola, in un paese incredibile. Mia nonna fece qualche domanda; l’altra le rispose con difficoltà, cercando le parole e ripetendole, come sorpresa da un antico sapore. Erano quindici anni che non parlava la lingua natale e non le era facile tornare a usarla. Disse ch’era. dello Yorkshire, che i suoi genitori erano emigrati a Buenos Aires, che li aveva perduti in una scorreria, che lei era stata. presa dagli indi e che ora. era moglie di un capo, al quale aveva dato due figli e che era molto coraggioso. Disse tutto questo in un inglese rozzo, mescolato di araucano, e dietro il racconto si scorgeva una vita feroce: le tende di cuoio di cavallo, i falò di sterco, i banchetti di carne bruciacchiata o di viscere crude, le furtive marce all’alba, l’assalto ai chiusi, l’urlo e il saccheggio, la guerra, i cavalieri nudi che stimolano le bestie, la poligamia, il. fetore e la stregoneria. A tale barbarie s’era ridotta un’inglese. Mossa dalla pena e dall’indignazione, mia nonna la esortò a non tornare dai suoi. Promise che l’avrebbe protetta, che avrebbe riscattato i suoi figli. L’altra rispose che era felice, e la sera tornò al deserto. Francisco Borges sarebbe morto poco dopo, nella rivoluzione del ’74; forse mia nonna, allora, potè scorgere in quell’altra donna, anch’essa trascinata e trasformata da questo continente implacabile, uno specchio mostruoso del suo destino…
Tutti gli anni, la bionda india soleva venire agli spacci di Junín, o di Forte Lavalle, a comprare cianfrusaglie e ghiottonerie; ma. dal giorno della conversazione con mia nonna non venne più. Tuttavia, si videro un’altra volta. Mia nonna era a caccia; in un rancho, vicino allo stagno, un uomo sgozzava una pecora. Come in un sogno, passò l’india a cavallo. Si gettò al suolo e bevve il sangue caldo. Non so se lo fece perché ormai non poteva agire altrimenti, o come una. sfida e un segno.
Mille e trecento anni e il mare stanno tra il. destino della prigioniera e il destino di Droctulft. Entrambi, oggi, sono irraggiungibili. La figura. del barbaro, che abbraccia la causa di Ravenna, la figura della donna europea che sceglie il deserto, possono apparire contrarie. Eppure, ambedue furono trascinati da un impulso segreto, un impulso più profondo della ragione, e ambedue ubbidirono a quell’impulso, di cui non avrebbero saputo, dar ragione. Forse le storie che ho narrate sono una sola storia. Il dritto e il rovescio di questa medaglia sono, per Dio, uguali.


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