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Kenya / Westgate /Un attentato esecrabile ma prevedibile

Creato il 23 settembre 2013 da Marianna06

 

  

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Tralasciando i particolari numerici di morti (al momento già troppi), feriti e ostaggi catturati dagli  Shabaab al Westgate, che lasciamo raccontare alle cronache più o meno dettagliate dei media e di internet ( il mezzo più rapido senza dubbio, quest’ultimo, nel fornire immagini, informazioni e dettagli), andiamo al cuore del problema.

Esso è la contrapposizione esistente e difficilissima da sanare tra Kenya e Somalia .

E questo, per motivazioni etniche preesistenti ( notevoli differenze culturali), esistenti tra l'altro da tempi storicamente lontani.

Oggi c’è un Kenya, trattato con parecchio riguardo dagli Usa, in quanto baluardo rassicurante nel Corno d’Africa contro il terrorismo dei fondamentalisti islamici.

Un Kenya, che è discretamente ricco e abbastanza sviluppato (baraccopoli a parte ma quelle sono lontane dal centro cittadino e non visibili), abitato da gente fattiva nei più disparati ambiti del”fare” e del “saper fare”, i cui risultati sono tangibili. Specie nelle aree urbane.

E dall’altra c’è una Somalia, invece, che da più di vent’anni non riesce a farla finita con un’instabilità politica, economica, sociale e umana, molto complessa e ancora presente , che la tormenta e l’ha ridotta a fantasma di se stessa.

E che possiamo tradurre per la popolazione civile , in buona parte dei casi, in accadimenti quali morti violente e insensate, miseria inestinguibile, malattie terminali, fughe nell’ignoto, e  rifugio in campi-profughi dalle condizioni  impossibili.

Quando poi ad aggravare la situazione, in certe aree del Paese, non ci si mette anche per lunghi periodi la siccità per le bizze, disastrose ma scontate, del clima a quelle latitudini.

E, allora, i bambini e gli anziani macilenti muoiono, uno dopo l’altro, come mosche.

Insomma, dopo l’interruzione dell’operazione militare statunitense Restore Hope negli anni ’90, i passi per una ricostruzione in loco, che abbia appena il  timido sapore della democrazia e che consenta di governare a chi è preposto, in Somalia, restano lenti e molto difficili.

La destabilizzazione che mettono in piedi gli Shabaab ( il passaggio garantito per compierla è il filtro dal sud della Somalia al nord del Kenya) nasce dalla consapevolezza ( divide et impera dei romani) di questa antica contrapposizione di base e da un atteggiamento neo-colonialista ultimo, all’africana, del Kenya odierno (in primis il profitto anche nella sabbia del deserto e tra gli sterpi) nei confronti della Somalia.

 E capita dal momento che soldati keniani affiancano attualmente i somali, male in arnese sotto il profilo degli armamenti,  proprio con l’obiettivo prestabilito di fronteggiare a tutti i costi e debellare definitivamente il  fondamentalismo islamico in quelle terre.

Ecco che, allora, gli Shabaab agiscono e colpiscono un Centro commerciale frequentatissimo, meta continua di turisti occidentali e statunitensi, che portano al Paese (il Kenya) valuta pregiata.

Centro che ad assaltare e a disturbare , con piccole azioni dimostrative, avevano provato anche altre volte.

In questa dinamica non bisogna, però, dimenticare il noto”papocchio criminale” dello Jubaland, che il Kenya tiene parecchio d’occhio con il suo presidente Madobe (autoproclamatosi tale) e Kenyatta lo fa allo scopo di salvaguardare il proprio turismo di lusso.

Occorre poi, ancora, interrogarsi sulle milizie Ras Kamboni, che combattono con i keniani ma provengono da un territorio,il Northern Frontier District, abitato da somali, che hanno sostenuto il presidente Kenyatta nelle ultime elezioni presidenziali in Kenya.

E anche la candidatura a ministro degli Esteri del Kenya offerta da Kenyatta ad Amina Mohamed Jibril, la cui provenienza è, appunto, di quell’area e cioè il NFD,deve portare a riflettere.

Ossia in Kenya nulla avviene per caso di questi tempi.

Gli Shabaab puntano, invece, sull’oscurantismo di popolazioni che accettano tutto, anche la sottomissione acritica, giacché vivono in una povertà estrema da cui difficilmente potranno venire fuori.

Il Kenya, se si riuscisse all’interno a contenere il fenomeno “corruzione”, appannaggio di certe lobbies politiche ancora troppo disinvolte  e che non fa difetto a parecchi altri Stati africani, guarda ormai solo in avanti e ha già fatto  passi ottimali   sulla strada della propria crescita.

E ce la metterà ancora tutta, di sicuro, dal momento che non intende affatto ritornare indietro.

In conclusione, nonostante si racconti persino d’infiltrazioni di cittadini islamici statunitensi nelle loro fila, non saranno certo gli Shabaab ad avere la meglio.

Questo genere di terrorismo è destinato, e neanche troppo alla lunga, a subire "scacco matto".

 

   a cura di Marianna Micheluzzi (Ukundimana)

 


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