Kiai: similitudini e differenze nelle arti marziali del Budo

Da Stefano Bresciani @senseistefano
Data: 6 febbraio 2015  Autore: Stefano Bresciani

Il kiai è un termine davvero vasto e vago, parlando della vocalizzazione l’uso della voce è una evidenziazione della dinamica di respiro, quindi viene da sé che i kiai sono vari quanto le possibilità di respiro.

Fondamentalmente il kiai si riferisce a un sentimento di attenzione e determinazione , una volontà interna di fare qualcosa (tirare un colpo risolutore al pari, secondo il pensiero giapponese, del desiderio di superare un esame o della determinazione di dire una ragazza che ti piace). A volte (non sempre) questo desiderio è espressa vocalmente sotto forma di “grido”, se visto o meglio sentito solo dall’esterno. Abbiamo l’abitudine di chiamare “kiai” il grido emesso durante un kata o un combattimento dal praticante di arti marziali, ma non è la definizione più corretta.

Possiamo identificare con kiai la forte espirazione seguita da forte apnea diaframmatica, ma è solo una delle interpretazioni spesso vista nel karate, mentre ad esempio il kiai in uso nel kendo è molto diverso e è piú lungo, oltreché “rotondo” proprio per aiutare il rilassamento dopo il taglio e la continuità con l’attacco successivo, essendo il kendo basato su attacchi in continuità. Usare nel kendo un kiai come viene utilizzato da un karateka sarebbe alquanto controproducente.

Nella scuola Heki di Kyudo invece il Kiai viene utilizzato nelle gare della scuola, quando l’arciere o gli arcieri in attesa sulla linea di Honza sono volti indirezione dell’azuchi (la parte dove sono posti i bersagli a 28 metri), dopo l’inchino (molto leggero, di 5-10 gradi appena) emettono un kiai. Per il tempo del saluto e del kiai l’arciere tiene lo sguardo che scende basso a 4/5 metri davanti a sé, quando si inizia l’avvicinamento alla linea di tiro l’arco che è tenuto con la mano sinistra sul fianco sinistro e la punta bassa a 10 cm da terra si alza gradualmente e proporzionalmente in punta in direzione del bersaglio e ci si avvicina verso la linea di shiai come se si stesse minacciando con una lancia l’avversario.

Nell’Aikido c’è la corrente di Iwama che prevede il Kiai nell’esecuzione delle tecniche al pari di alcune Koryu come il Katori Shinto Ryu. Questo forse anche grazie ad una pratica ben codificata che almeno agli inizi suggerisce anche tempi e modalità del Kiai durante l’esecuzione delle tecniche. Nel resto delle correnti aikidoistiche il Kiai si sente poco o niente, se non a volte in modo estemporaneo sia da parte di tori che di uke, magari in occasione di dimostrazioni o se esce in maniera naturale. Non che non sia ammesso ma diciamo che molti dei Maestri non lo usano, con disappunto degli aikidoka della suddetta corrente di Iwama che ritengono quel tipo di Aikido manchevole di un elemento importante e quindi di conseguenza anche gli allievi fanno altrettanto.  Un kiai che spezza la tecnica, fissando un punto di non ritorno, può andare benissimo come conclusione di un’azione, dove si crea volontariamente una sorta di “esplosione” tra sè e l’altro, interrompendo così il contatto nella maniera più potente (quindi una grossa proiezione, un colpo dopo una immobilizzazione), ricercando cioè il massimo della forza possibile e supportandola con una respirazione che si traduce nel Kiai. Nell’Aikido Tendoryu in genere non viene emesso alcun suono poiché ogni azione dev’essere permeata di “ai-ki” che dal punto di vista del respiro ha lo stesso significato di “ki-ai” (armonizzazione dell’energia vitale)

Infine, studiando Iaido, in alcuni passaggi del kata o del suburi (colpi fondamentali) il kiai risulta comodo per regolare e coordinare la respirazione oltreché per evidenziare il momento/colpo in cui il “nemico immaginario” verrebbe ucciso.

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E tu, nell’arte marziale del Budo che pratichi, come utilizzi/intendi il “kiai”?

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Nato e residente a Leno (BS) studio e pratico arti marziali dal 1994. Ho iniziato col Karate ma dopo aver insegnato per alcuni anni e ottenuto la cintura nera 3° dan ho dovuto abbandonare a causa di problemi fisici e non solo... Ho intrapreso la pratica dell'Aikido nel 2003 per stare meglio con il corpo e dopo aver superato l'esame di 2° dan ho avviato l'insegnamento nella Bushidokai ShinGiTai, associazione che ho fondato nel 2009 in qualità di Presidente. Dopo aver ricevuto il 1° livello Reiki nel 2005 ho iniziato a praticare Tai Chi, Iaido (ora cintura nera) e meditazione (Zen è la mia preferita), applicando con successo l'energia vitale in qualsiasi attività lavorativa (geometra è il mio impiego principale) e relazionale (sono felicemente sposato e padre di due splendide bimbe). Ho scritto il libro "105 modi per conoscere l'Oriente" e una trilogia di ebook sul benessere con la Bruno editore.
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