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KULTURA: Una poetessa di nome Wisława

Creato il 03 febbraio 2012 da Eastjournal @EaSTJournal

di Gaetano Veninata

La prima volta che pensai a Wisława Szymborska – dopo aver letto una sua economica raccolta – fu guardando una nespola dal fruttivendolo e chiedendomi se dietro quel piccolo frutto giallo ci fosse una poesia. Una “semplice e chiara” nespola, una penna, un cane, un signore con l’ombrello, una cipolla: domande dietro le quali la poetessa polacca morta il primo febbraio nella sua casa di Cracovia trovava sempre qualcosa, un accenno di qualcosa:

Coerente è la cipolla,

riuscita è la cipolla.

Nell’una ecco sta l’altra,

nella maggiore la minore,

nella seguente la successiva,

cioè la terza e la quarta.

Una centripeta fuga.

Un’eco in coro composta.

Ecco, la coerenza della cipolla è qualcosa che sfugge all’occhio chiuso del filosofo (anche al mio, modestamente) ma non a quello della miniaturista dei versi. Chè tale era la Szymborska, nata 88 anni fa nel piccolo comune rurale di Kórnik, trasferitasi presto a Cracovia, due volte sposa: nella sua bottega troviamo materiali vari, che possiedono la potenza popolare della prosa (ebbe il successo di un romanziere, quasi offensivo per chi è devoto alla Musa dell’incomprensione) con all’interno la precisione artigianale di pezzi rari che sarebbe ingiusto non rinchiudere nella fortezza Poesia. E però lei questo non lo sapeva, o faceva finta di:

La poesia -


ma cos’è mai la poesia?


Più d’una risposta incerta


è stata già data in proposito.


Ma io non lo so, non lo so e mi aggrappo a questo


come alla salvezza di un corrimano.

Se faceva finta ce ne freghiamo, e ce ne freghiamo anche del premio Nobel ricevuto nel 1996. Un grazie va invece a un raffinato editore milanese di nome Vanni e di cognome Scheiwiller, che nel 1993 introdusse la minuta Wisława nei salotti sparuti dei lettori di poesia nostrani. “La fiera dei miracoli”, si chiamava quel testo, delizioso:

Un miracolo alla buona:


le mucche sono mucche.


Un altro non peggiore:


proprio questo frutteto


proprio da questo nocciolo.


Un miracolo senza frac nero e cilindro:


bianchi colombi che si alzano in volo.


Un miracolo – e come chiamarlo altrimenti:


oggi il sole è sorto alle 3,14


e tramonterà alle 20.01.

Come nel caso di altri poeti (non tutti: e qui mi fermo) nati dietro la classica, indimenticabile, giornalisticamente sempre spendibile, “cortina di ferro”, anche la Szymborska ha pagato il suo dazio in gioventù al realismo socialista con elogi spumeggianti a un certo Lenin, a un altro di nome Josif, alla Repubblica Popolare Polacca, alle nascenti città industriali spie di un “luminoso futuro”. Ma Dio (o chi per lui) ci ha dato la debolezza apposta per essere deboli, e gli errori, apposta per non affollare troppo casa sua. E chissenefrega allora se l’artigiana Wisława ha peccato in gioventù (come ebbe poi a dire), per poi ripudiare le sue raccolte giovanili e ripulirsi coscienza e curriculum con una serie di “domande a se stessa”, anno domini 1954? Chissenefrega dell’elogio sovietico e del ripudio, di tutte queste “bagatelle per un massacro”? Di tutto ciò, nell’aria, non resta nulla.

La mia ombra è come un buffone

dietro la regina. Quando lei si alza,

il buffone sulla parete balza

e sbatte nel soffitto col testone.



Il che forse a suo modo duole

nel mondo bidimensionale.

Forse al buffone non va la mia corte

e preferirebbe un diverso ruolo.

La regina si sporge dal balcone

e dal balcone lui si butta giù.


Così hanno diviso ogni azione,

però a uno ne tocca assai di più.



Si è preso il merlo i gesti liberali,

il pathos con la sua impudenza

e tutto ciò per cui non ho la forza
c

orona, scettro, mantello regale.


Lieve sarò, ah, nell´agitare il braccio,

ah, lieve nel voltare indietro il capo,

sire, nell´ora del nostro commiato,

sire, alla stazione ferroviaria.



Sire, in quel momento sarà il buffone

a sdraiarsi sui binari alla stazione.


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