L’addio di Zdenek Zeman (by Bruce Wayne)

Creato il 14 febbraio 2013 da Simo785

L’esonero di Zdenek Zeman dalla panchina della Roma ha suscitato, com’era prevedibile, una ridda di dichiarazioni d’ogni tipo. Nella maggior parte dei casi, in verità, si è trattato di prese di posizione frontalmente polemiche, tese ad evidenziare ora la testardaggine, ora il velleitarismo del boemo. Più di rado, viceversa, si sono ascoltate voci che hanno preferito sottolineare che è stato l’ambiente giallorosso a rendere impraticabile l’impresa zemaniana.

Come spesso accade, la verità sta, molto probabilmente, nel mezzo. Perché Zeman ha trattato la Roma come se fosse il Pescara o il Foggia. Come se di fronte a sé non ci fossero De Rossi e Osvaldo, e come se la Curva Sud fosse per davvero composta esclusivamente da tifosi disposti a godersi il suo calcio-spettacolo. Come se, insomma, le sue idee e la sua personalità bastassero a plasmare un ambiente in cui, più che giovani desiderosi di incontrare qualcuno pronto a valorizzarli, si aggiravano ed aggirano anziani senatori e baldanzosi giovanotti che hanno promesse da mantenere alle loro spasimanti. E come se questi senatori e questi giovanotti non avessero concesso ai capi ultrà l’accesso al loro frigorifero, oltretutto.

Insomma, non è privo di responsabilità, Zeman, in questo tracollo. Doveva capirlo che una società che per quattro soldi cede Pizarro alla Fiorentina a causa delle isterie di qualche personaggio in cerca d’autore non è, con tutta evidenza, una società in grado di far sentire la sua voce come dovrebbe. E doveva anche capire che la voce di Francesco Totti – probabilmente l’unico ad aver assunto, nei suoi confronti, un atteggiamento davvero leale – non è più quella di qualche anno fa, e che in casa romanista è ormai da tempo atteso il giorno in cui lui appenderà le scarpette al chiodo.

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Insomma, non è stato un presunto velleitarismo, ma la testardaggine a condannare Zeman. La strenua fedeltà all’idea che non esistano senatori né pigmei, ma solo calciatori. Che i tifosi siano la ragione di fondo per cui dar vita ad un grande spettacolo settimanale e non una realtà la cui organizzazione giunge ad assumere, talvolta, una natura corporativa. E che le società esistano per supervisionare ed organizzare il lavoro collettivo e non per fare degli (anche legittimi, in fondo) investimenti finanziari.

Per contro, però, c’è da considerare che l’ambiente che si è venuto a creare nell’A.S. Roma ha perso molto del fascino che aveva negli anni della presidenza di Franco Sensi. L’americano Pallotta, da Boston, fa sapere che si ritiene responsabile dello sfacelo, e forse tutti i torti non li ha. Perché, in effetti, in un biennio non si sono visti investimenti seri né una vera e propria intenzione di far crescere la squadra. Spacciare Destro per un fuoriclasse, rendere De Rossi padrone dello spogliatoio e concedere ad Osvaldo la possibilità di disertare il ritiro della squadra con la scusa dell’influenza, lasciare solo Zeman nei momenti duri. Tutte queste cose fanno pensare che lo “zio d’America” sia stato una boccata d’ossigeno per le esauste casse giallorosse. Ma anche che per vincere occorrano, oltre ai soldi, anche più passione e fantasia. E più disponibilità a spenderli, off course.

P.s. Ma Zeman ha detto che non molla. Ad uno sparuto gruppo di tifosi ha detto che, per fermarlo, dovranno usare la forza (“me devono sparà”). Ed è per questa sua capacità di rimanere un ragazzo spesso testardo in un calcio in cui alcuni giocatori sono più anziani dei suoi sessantacinque anni che, credo, qualsiasi vero amante dello sport dovrebbe augurargli ogni fortuna.


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