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L’alfabeto del cibo globale

Creato il 10 giugno 2015 da Informasalus @informasalus
CATEGORIE: Alimentazione , Attualità
agricoltura

A, B, C, D. Iniziamo dalle prime lettere dell’alfabeto per continuare a parlare di cibo e di sistema agroalimentare mondiale (vedi anche Valori 115, di dicembre 2013/gennaio 2014). Sono anche le iniziali del nome di quattro multinazionali che da sole controllano il 75% del mercato di soia e cereali e circa il 90% di quello del grano, ovvero le materie prime di base dell’alimentazione della maggioranza delle persone sul Pianeta. Sono le americane Archer Daniels Midland Company (ADM), Bunge Limited (nata però in Olanda) e Cargill, oltre alla francese Dreyfus (soprattutto la sua emanazione, con sede nei Paesi Bassi, Louis Dreyfus Commodities), corporations gigantesche, che, tutte insieme, raggiungono un fatturato che supera il Pil di moltissimi Paesi sviluppati al mondo: nel 2013 ADM ha dichiarato ricavi per 89,8 miliardi di dollari, Cargill addirittura 136,7; nel 2012 Bunge ha avuto ricavi per 61,3 miliardi di dollari mentre LD Commodities per 57,1.

Dal potere del prezzo...

E in un mercato globale del cibo in cui sempre di più conta l’elemento finanziario di fissazione dei prezzi (lo vedremo meglio più avanti), e sempre meno il valore del lavoro nel campo o in stalla, il ruolo di queste compagnie si sta espandendo.
Un ruolo che deriva naturalmente da un peso economico enorme: la FAO (Food Agricultural Orgnization) stima che dalle importazioni di materie prime alimentari (le cosiddette commodities) si sono ricavati 1,09 trilioni di dollari (un trilione vale mille miliardi di dollari) nel 2013. Ma non solo. Perché il peso di queste compagnie condiziona tutte le fasi della filiera, in diversi modi. Se è vero che l’85% di tutti gli alimenti è consumato vicino a dove viene prodotto, i pochi soggetti in grado di trattare volumi elevati di materie prime per trasformarle ed esportarle dominano il commercio globale con una sproporzionata influenza sui prezzi cui i produttori si devono piegare. Tanto più che gli stessi lotti di soia, grano, mais, ecc. possono essere fatti oggetto di più transazioni sul mercato azionario, variando ulteriormente di prezzo.
Secondo uno studio della Ong Oxfam del 2012, il potere di condizionamento di ABCD (le chiameremo così per brevità) si esprime perciò con gli agricoltori, con i quali contrattano direttamente, ma anche con i grandi impianti di stoccaggio e trasformazione (spesso di proprietà delle
stesse ABCD), cui gli agricoltori, inseriti in un sistema di produzione industrializzato, consegnano i prodotti: «In definitiva ABCD dominano il mercato interno e l’esportazione dei principali Paesi esportatori, soprattutto nelle Americhe», scrive Oxfam. E stanno espandendo la loro
presenza «in Paesi in cui erano predominanti le imprese statali, tra cui Australia, Russia e Cina».
Una situazione che, stando alle parole del professor Alessandro Banterle, docente di Economia e politica alimentare all’Università statale di Milano, rischia di riguardarci sempre più: «Fino a 15 o 20 anni fa l’Europa era un mercato molto protetto, grazie ad una politica agricola comunitaria che, per tutelare il settore, ha sempre condotto una strategia di sostegno dei prezzi: questi, all’interno della Comunità europea, erano fissati dalle istituzioni e rimanevano abbastanza indipendenti dalle oscillazioni internazionali. Tale meccanismo è stato progressivamente abolito, riportando il prezzo comunitario a livello di quello internazionale, basato sul mercato delle commodities agricole».
Ma cresce in maniera inquietante se la disponibilità della terra sfugge a chi la abita e la coltiva (Bunge, multinazionale con sede nel paradiso fiscale delle Bermuda, da sola controllerebbe 280 mila ettari) e se tali soggetti arrivano a dirigere l’attività e la vita dei coltivatori. Oxfam riporta il coinvolgimento di ABCD nell’offerta di programmi sanitari per i produttori americani, di mutui mirati agli agricoltori per comprare case mobili, e collaborazioni con altre aziende del cosiddetto “agribusiness” per promuovere particolari pacchetti tecnologici (Cargill con Monsanto; ADM con
Novartis e Syngenta). Cargill offre servizi di consulenza e guida per i contadini, e il rischio che ciò si possa trasformare nella spinta a coltivare
ciò che serve al mercato globale (e quindi alla società) è alto: «Bisogna intervenire sugli incentivi che provocano distorsioni – ricorda Stefano Masini, responsabile ambiente di Coldiretti –, penso ad esempio a quelli sulla produzione di biocarburanti che, sotto forma di un aiuto per contrastare il cambiamento climatico, hanno determinato un mutamento nell’utilizzo del terreno, tanto che negli Stati Uniti circa un terzo della coltivazione di mais è destinata a questo fine.

E poi bisogna intervenire in tema di tecnologie, con particolare attenzione all’introduzione
degli organismi geneticamente modificati, che determinano una distorsione del mercato: abbiamo società internazionali quotate in Borsa che scommettono sugli Ogm per creare la dipendenza dei Paesi più poveri desiderosi di fare reddito sui mercati esportando mangimi e materie
prime, ma depredando il territorio e continuando a sacrificare i bisogni di cibo delle comunità locali».
Certo il sistema agroalimentare in generale non è fatto solo da ABCD e si compone, come precisa il professor Banterle, di agricoltura, industria alimentare, distribuzione e ristorazione. Ma data la dimensione e l’influenza di queste corporations (che producono un vero oligopolio su alcuni
settori), l’allerta rimane sul diffondersi di logiche di riduzione dei costi tipiche dell’economia di scala espressa dalle multinazionali: «Per ridurre i costi – sottolinea Masini – si fa presto: non si pagano i lavoratori, si inquina l’ambiente e si avviano iniziative commerciali poco corrette».



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