È vero che la bravura di un grande attore riesce a far dimenticare al pubblico la sua età anagrafica, come afferma George Bernard Shaw in un suo famoso testo, ma in questo caso il tutto risulta poco verosimile. Tuccio Musumeci appare per esempio piuttosto improbabile come giovane garzone di bottega. La verve e la comicità di Miko Magistro o di Guia Jelo non bastano a restituire lo spirito dell’opera martogliana che non è fatta solo di comicità. La chiave di lettura data dalla regista Francesca Ferro mostra un lavoro curato nei minimi dettagli. Intensa l’interpretazione della sua Aitina, sul cui volto si poteva leggere la sofferenza dell’abbandono; il suo personaggio ha un bellissimo sviluppo nel corso dei tre atti, fino al culmine della storia, nel lieto fine, cosa che purtroppo non si avverte nell’altra interprete, la Toscano, che risulta piuttosto monocorde. Di conseguenza la credibilità di Neli si sgretola in Brazzaventre. Cosa che invece non succede a Daquino; in questo contesto quel quid in più dato dalla serenata, eseguita dal vivo con il supporto del gruppo “I scantati ra stilla”, serve a creare quell’atmosfera di passionalità e sentimento che è pregnante del suo personaggio. Intimistica la Za’ Sara della Portaro che nell’ultimo atto scioglie il vero senso di tutta l’opera, mentre Guia Jelo gioca più sull’aspetto buffo e grottesco di questa zia un po’ strega, un po’ ruffiana. Il personaggio più riuscito in entrambe le versioni è sicuramente Ninu il barbiere; reso benissimo sia da Magistro che da Di Bella, ciascuno con il proprio repertorio di sketch comici. La partita dunque si conclude con un pareggio, ma la vera vincitrice in questo caso è l’Arte.
Postato il marzo 12, 2012 | TEATRO | Autore: Laura Cavallaro