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L’Angelino caduto

Creato il 08 marzo 2012 da Albertocapece

L’Angelino cadutoAnna Lombroso per il Simplicissimus

Si il delfino è giovane, narciso. Ma non è che come Michele di Ecce Bombo dopo un’iniziale indecisione: vado o non vado, mi si nota di più se vado o se non vado, e se vado e davanti a Monti poi mi metto defilato magari di profilo, no meglio che non vada, abbia infine deciso di non presentarsi all’incontro indetto dal Presidente del Consiglio. Non credo nemmeno che abbia avuto, unica mosca rara tra tanti supporter annichiliti dall’entusiasmo, un sussulto di insofferenza per l’albagia di un governo che officia la consultazione nel rispetto di una liturgia astratta, ma che poi tanto fa quel che gli pare, anzi che pare a altri più su di lui.
No, semplicemente come tutti sanno, fingendo di non sapere, televisioni e giustizia sono affari di unica competenza del partito ancora inesorabilmente al governo, anzi più che mai, due monopoli intoccabili, sui quali non si negozia non si concerta non si discute, semplicemente si impartiscono ordini secchi e perentori.
Giù le mani dalle emittenze e giù le mani dalle prescrizioni e dalle norme anticorruzione, antievasione, antifrode. C’è da immaginare che la sceneggiatura preveda tete à tete e gentlemen agreement come si conviene tra chi magari non condivide le forme ma concorda su principi irrinunciabili.

E uno dei capisaldi vitale e inalienabile le due compagini che si sono avvicendate e temo continueranno a farlo, è l’erosione, anzi lo smantellamento anche violento dello stato, della democrazia e dell’edificio di regole, garanzie e diritti su cui poggiano.
Si per quelli di prima si trattava di trasformare la cosa pubblica, l’interesse generale, i beni comuni, finanche la costituzione in proprietà personale, a uso e beneficio di una plutocrazia cialtrona, dedita a un affarismo opaco che sconfinava continuamente nell’illegalità, che del clientelismo e della corruzione aveva fatto consuetudine regolare, intridendo del liquame del malaffare tutta la società, trasformando la collusione endemica e la tolleranza diffusa dell’illiceità il costume nazionale.

È più elegante ma non meno cruenta l’azione di chi è stato proposto e imposto grazie a una competenza, ma che in realtà ubbidisce ciecamente a una ideologia, che sta intridendo tutta la società attraverso principi e pratiche che rendono più profonde le disuguaglianze, inattaccabili i privilegi, discrezionali i diritti, augurabili i sacrifici e tollerabili i soprusi, secondo una narrazione ben amplificata che autorizza qualsiasi azione anche la più iniqua ed evidentemente lesiva dell’interesse generale in nome di uno stato di necessità. Stato di necessità che a loro dire è superabile solo tramite l’opera di un ceto tecnico, fondata sull’unico sistema di teoria economica che possa considerarsi vero e salvifico. E che è appunto quello che ci ha dannati: quello dei profeti del mercato capace di autoregolarsi, gli apologeti della deregulation, ché la licenza liberista permette alla casta ragioneristica di perpetuare il primato rapace del profitto e l’egemonia della finanza immateriale. Persuasi e persuasivi che questa sia la modernità, libera da vincoli, slacciata da tediosi e arcaici cappi, la desiderabile globalizzazione che premia chi sa collocarsi nelle regole della concorrenza, della competitività, della lotta senza confini e quartieri.

Per ambedue lo Stato è un ingombro, sovrano o sociale, patrigno o benevolo, esattore o dissipatore, perché tutto deve essere rimesso scrupolosamente nelle mani del potere dominante legittimato attraverso la promozione di idee e valori congeniali presentati come universali e naturali, quelli dell’egoismo, dell’avidità, della non compatibilità di quasi tutti i diritti sociali (ed anche di qualcuno politico) con le logiche del «libero mercato».
E la sovranità degli Stati con le loro residue istanze democratiche finiscono per confliggere con la razionalità dei processi di accumulazione. Di qui l’urgenza di escludere la sfera economica dai processi decisionali politici, in particolare dalle assemblee rappresentative, come si sta facendo con il pareggio di bilancio. Di qui l’obbligatorietà di limitare i poteri decisionali e anche quelli contrattuali. Di qui l’intento esplicito e ormai realizzato di depauperare di forza e potere gli Stati. Un mondo avvitato intorno ai suoi debiti ha espropriato gli Stati anche della facoltà di creare il denaro – il diritto di «battere moneta» – ceduto al capitale finanziario. Quasi tutti gli Stati dei paesi sviluppati si sono pesantemente indebitati con il sistema finanziario (quelli dell’ex Terzo Mondo lo sono da sempre). Lo hanno fatto in parte per salvare banche o aziende sull’orlo del crack; in parte per finanziare spese sia essenziali (infrastrutture, «welfare» o stipendi del Pubblico impiego non sostenuti da sufficienti entrate fiscali), sia illegittime (costi della corruzione e dell’evasione fiscale), sia inutili e dannose (armamenti, costi della «politica», di grandi opere o di «grandi eventi»).

E per un paese che va in rovina c’è sempre, da qualche altra parte, qualcuno che guadagna miliardi in un gioco d’azzardo inarrestabile. Quello che ha riempito di titoli fasulli banche e risparmiatori rivendendo un numero infinito di volte i propri crediti dopo averli impacchettati in titoli derivati di cui è, perche sono ancora in circolazione, impossibile conoscere origine e composizione. A certificare che quei mucchi di carte, ma ormai anche solo di bit, sono moneta sonante ci pensano le tre parche, le tre agenzia mondiali interamente possedute da alcune delle banche che quei certificati li vendono.

Per qualcuno dunque la corruzione non è che un male necessario, uno strumento utile e efficace per trasferire il dominio e la sovranità da stati deboli, disordinati e inefficienti a contropoteri sbrigativi e pratici, immateriali, ma grassi, bulimici e implacabili. E lo saranno anche con i loro fedeli esecutori di ordini. Perché è di chi nasce scorpione iniettare veleni. Si pungono tra loro, incuranti di procurarsi la morte. Ma non possiamo contare su questo: agli scorpioni dobbiamo opporre le donne e gli uomini in “carne e ossa”; i nostri bisogni e le nostre aspirazioni; e, soprattutto, il rapporto che ci lega, noi e gli altri da noi, perché è la solidarietà, per loro incomprensibile e ostile, il vero antidoto.


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