L’appartamento

Da Melusina @melusina_light

L’ultimo cliente era uscito da venti minuti.
Alle diciannove e trenta, Augusto Linassi, libraio in Campo santa Margherita, spense le luci, chiuse il negozio e percorse i pochi metri che lo separavano dall’ambulatorio dell’amico dottor Attilio Cavagnis. Lo faceva almeno due volte la settimana da oltre vent’anni; passare, affacciarsi un momento solo per un saluto, oppure aspettare che terminasse e poi uscire per fare un pezzo di strada insieme, chiacchierando sobriamente.
La sala d’attesa era vuota, e un lieve mormorio segnalava la presenza di un ultimo paziente dietro la porta chiusa. Non ci mise molto.
Attilio lo ricevette serenamente rilassato sulla sua poltrona dietro la scrivania in disordine.
“Finito?”
“Credo”.
Seduti uno di fronte all’altro, si guardavano con vecchi sorrisi virili, assaporando la soddisfazione in cui si stemperava la stanchezza di fine giornata.
“Allora”.
“Allora – ripeté Augusto. Era un vezzo quello di rimpallarsi l’esordio della conversazione, la quale avrebbe dovuto svolgersi senza fretta, su un registro disteso. Potevano farsi compagnia per interi minuti così, senza parlare, senza affrontare alcun tema, solo lasciandosi scorrere addosso quei preziosi istanti di serenità e reciproca confidenza.
“Tanto lavoro? – chiese il medico.
“Non mi lamento. C’è ancora chi regala libri a Natale, per fortuna. Meno di una volta, ma c’è”.
“Adesso va il tecnologico – notò Cavagnis.
“E tu, qua? Arrivata l’influenza?”
“Il solito, i malanni di stagione, i certificati di malattia, sai com’è”.
“Guarda che io non mi vaccino, sai. Il vaccino è per i vecchi, io mica sono vecchio. Ho la tua età!”
Risero affettuosamente.
“Casomai dovrei vaccinarmi io, che passo tanto tempo in mezzo a gente piena di bacilli”.
Poi, come ricordando improvvisamente la sua missione, chiese:
“E Liliana come sta? Tanto che non passa a misurarsi la pressione”.
“Liliana sta da dio, figuriamoci. Sempre in giro a conferenze, corsi di yoga. La pressione se la fa vedere dal farmacista, dice. Costa 3 euro”.
Attilio si alzò prendendo l’apparecchio:
“Vieni qua che a te la misuro io, e gratis”.
“Tre euro! – ribadì Augusto, scoprendo il braccio.
“E vai sempre a remare? – chiese Attilio dopo la misurazione.
“Come no, come no. E do dei punti ai giovini, anche”.
“Ci credo, ci credo. Sei sempre stato uno sportivo”.
“Com’era la pressione?”
“A posto”.
Tornarono a sedere l’uno di fronte all’altro.
“Cosa fai a Natale? Perché non vieni da noi? Liliana mi ha raccomandato di invitarti”.
“Vado a Padova da mia sorella, ma ti ringrazio lo stesso”.
“Attilio, da quant’è che siamo amici?”
Attilio Cavagnis la conosceva, quell’ouverture. Saltava fuori nei momenti di maggiore abbandono, di più intima confidenza, e preludeva a un piccolo viaggio nella commozione della memoria.
“Dall’asilo, Augusto. Dall’asilo”.
“Suor Geromina, te la ricordi?”
“Eccome se me la ricordo. Cicciottella ma con manine piccolissime. Anche i piedi. Piedini minuscoli. E il resto, tutto cicciottello”.
“Ci soffiava il naso fino a farci uscire il cervello”.
“E il liceo, te lo ricordi?”
Domande che non necessitavano di risposte.
“Tu sei l’unico con cui non abbia fatto a pugni al liceo. Perché portavi gli occhiali” – rievocò Augusto, e aggiunse, togliendoli per pulirli col fazzoletto:
“E adesso li porto anch’io”.
Tacquero per qualche istante, poi fu il medico a prendere in mano la situazione:
“Ma tu volevi dirmi qualche cosa, vero?”
I loro sguardi, da dietro le rispettive lenti, si fecero complici. Il libraio assunse un’espressione da cospiratore e si sporse sulla scrivania per dare un tono più teatrale alla sua rivelazione:
“L’appartamento. Quello sopra il negozio. Due piani luminosi più soffitta abitabile – qui una pausa strategica, per poi subito dopo raddrizzarsi e annunciare trionfante: “L’hanno messo in vendita”.
La notizia era delle più felici.
“Ma non mi dire!”
“Il vecchio è morto l’anno scorso, e ora il figlio, l’australiano, sì, quello emigrato in Australia, si è deciso a venderlo. Sì sì. Già”.
“E tu hai fatto un’offerta, immagino?”
“Fatta. E accettata. Lunedì firmiamo”.
Il dottore rimase senza fiato:
“Bel colpo, vecchio mio! Erano anni che gli stavi dietro!”
“Anni. Anni che me lo sognavo anche di notte. Casa e bottega, capisci.  Così il giorno che mi stufo di lavorare affido il negozio a qualcuno e mi limito a scendere qualche ora ogni tanto, per vedere se tutto va come dico io”.
“Son contento, son proprio contento”.
“Sai, mia moglie è figlia unica e ha ereditato bene. Io ho messo da parte un po’ di soldi, e poi ho il mio appartamento ai Frari, che se la banca mi fa un prestito posso venderlo bene, con calma”.
“Ottimo, ottimo. Passerete un bel Natale. Son proprio contento – ripeté Attilio, sul viso un largo sorriso.
Poi, stringendosi un po’ nelle spalle come per timidezza, si decise a mettere in tavola la propria, di notizia.
“Anch’io, Augusto, ho una cosa da dirti. Niente di che, in confronto alla storia dell’appartamento, però nel suo piccolo per me è importante”.
Augusto lo incalzò con aria canagliesca:
“Dai, spara!”
Attilio Cavagnis abbassò gli occhi, congiungendo le mani sul piano della scrivania in atteggiamento imbarazzato, ma felice.
“Un editore mi ha offerto un contratto. Il mio libro uscirà tra poco”.
Augusto saltò su dalla sedia alzando le braccia giubilante:
“Alleluia, era ora! Il tuo romanzo storico, quello sulla peste a Venezia! Grande lavoro, grande affresco, io l’ho letto in bozza e posso ben dirlo!”
“Allora, lo venderai nel tuo negozio? – chiese Attilio ridendo.
“Gli farò una vetrina apposta, scherziamo. Ti organizzerò una presentazione al pubblico e farò venire mezza città. Ah, lascia fare a me che conosco tutti!”
“Vedremo, vedremo… – si schermì il medico, notoriamente schivo.
“Qua ci sta uno spritz! – tuonò Augusto alzandosi – Alla nostra salute, alla salute di due vecchi veneziani che alla loro non fresca età ancora sono capaci di fargliela vedere!”

Sulla soglia sostarono a infilarsi i guanti osservando benevolmente i passanti con i pacchetti lucenti, le luminarie rosse e oro, le vetrine dei caffè appannate di vapore.
Augusto alzò gli occhi annusando il cielo buio sopra i tetti invisibili.
“Sai cosa ti dico? – annunciò in tono sapiente – C’è aria di neve”.

 nell’immagine, un’opera di Renato Ambrosi


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