L’armonica. Il miracolo di Natale

Creato il 17 dicembre 2013 da Bluesmusic


Questa è una storia vera. Un amico americano, che come me suona l’armonica, me l’ha inviata via e-mail, pensando potesse in qualche modo toccarmi il cuore. David, il mio amico americano, aveva ragione. Questa storia mi ha commosso a tal punto che ho sentito quasi il dovere di tradurla e raccontarvela a mia volta.

Quand’ero bambino, negli anni Quaranta del secolo scorso, di tutte le famiglie povere della città, noi eravamo quella più povera. Però Natale, allora come oggi, è sempre stato un momento speciale per me. Dei lavoretti che facevamo a scuola ogni anno, quello che preferivo era costruire con la carta colorata le decorazioni per l’albero di Natale. E immancabilmente, quando la scuola chiudeva per le vacanze natalizie, io ero quello che si portava a casa l’albero della nostra classe. Naturalmente almeno metà degli aghi di quell’abete erano già finiti a terra quando la scuola finiva, ma non m’importava: anch’io avevo il mio albero di Natale.

Intorno al Natale 1947, avevo dieci anni all’epoca e non nego che mi sarebbe piaciuto avere tutti i giocattoli che avevano i miei compagni di classe. Il problema era che noi, purtroppo, quei giocattoli non ce li potevamo permettere. Mio padre aveva abbandonato la famiglia due anni prima e mia madre, alla quale avevano diagnosticato un cancro, entrava e usciva continuamente dall’ospedale. Quando arrivava con l’inverno il freddo, io pregavo Gesù che nevicasse. La neve, per me, significava potermi offrire al vicino per spalare la neve di fronte a casa sua e potermi quindi guadagnare qualcosa per comprarmi un dolcetto, una sciarpa e magari un bel paio di guanti.
Gli inverni a Rochester in Minnesota sono particolarmente rigidi e si soffre parecchio se non si hanno i vestiti giusti. Qualche mese prima di Natale mia madre confezionava sempre grembiuli, presine e portaritratti di stoffa che dava a noi bimbi affinché li andassimo a proporre “porta a porta” per cercare di racimolare qualche spicciolo. Naturalmente noi “battevamo” i quartieri più benestanti e debbo dire con tutta sincerità che la maggior parte delle persone era davvero generosa con noi. Molti ci davano del denaro senza volere in cambio la nostra merce che ci invitavano a tenere per proporla ai “clienti” più difficili.

Mia zia Mary che abitava in un sobborgo di New York, ci spediva sempre diversi pacchi per Natale. Quello era uno di quei momenti che nella nostra famiglia i bimbi, ed eravamo in sette, aspettavano con maggiore trepidazione. Quel Natale, il Natale 1947 a scuola c’era come ogni anno durante i giorni che precedevano le festività, parecchia eccitazione. Tutti sembravano particolarmente contenti: gli scolari, gli insegnanti, il preside e soprattutto il signor Jones, il nostro bidello. In quei giorni, entrava in ogni classe a suonare una canzone di Natale con la sua armonica. Dopo averlo ascoltato suonare, decisi che c’era una sola cosa che avrei voluto come regalo per Natale: un’armonica a bocca. Ormai ne ero talmente innamorato che non riuscivo a pensare ad altro. Dovevo assolutamente avere un’armonica. Quando chiesi al bidello cosa costava, capii però subito che quella era una cosa al di fuori dalla nostra portata. Con un po’ di delusione, ma anche con la speranza che ogni bimbo ha nel cuore, dissi comunque almeno mille volte a mia madre che mi sarebbe piaciuto ricevere un’armonica per Natale.

Il giorno di Natale si avvicinava sempre più, e i pacchi natalizi di zia Mary non erano ancora arrivati. Ero molto, molto preoccupato. Tra l’altro il signor Jones, il bidello, mi aveva detto che se avessi ricevuto un’armonica per Natale, lui mi avrebbe insegnato a suonarla.
Pensai che magari, per miracolo, zia Mary avrebbe potuto regalarmene una…
Il fatto era che mancavano solo due giorni a Natale e il camioncino della posta andava avanti e indietro nella nostra strada, ma da noi si fermava solo per consegnarci buste contenenti bollette da pagare. Me ne stavo fuori, seduto al freddo, sulla massicciata vicino ai binari della ferrovia che passava vicino a casa. Non posso non confessare che il mio cuore era pieno di tristezza e scoramento. Pregavo Gesù perché succedesse qualcosa.

E proprio quando pensavo che nessuno avesse ascoltato le mie suppliche, il camioncino della posta si fermò davanti a casa. Anzi, quel giorno il postino venne due volte, e finalmente portò i pacchi che zia Mary ci aveva spedito.

C’era un regalo per ciascuno di noi, per la maggior parte erano vestiti ma c’era sempre anche un piccolo giocattolo per ogni bimbo della casa.
Quando tutti i pacchi furono aperti, la delusione si fece strada nel mio animo.
Mi misi a sedere in disparte con la camicia che avevo avuto in regalo sulle ginocchia e i miei occhi si riempirono di lacrime. La mamma se ne accorse e mi chiese: “Cosa c’è che non va Tom?”. “Non ho ricevuto l’armonica” dissi piangendo. Lei mi sorrise dolcemente e poi disse: “Forse dovremmo guardare meglio dentro ai pacchi, magari c’era e noi non l’abbiamo vista”. Si mise a frugare dentro a una scatola e, come per miracolo, tirò fuori una piccola scatola grande esattamente quanto l’oggetto che avrebbe trasformato i miei sogni di bambino in realtà.

Afferrai la scatoletta, l’aprii, tolsi l’involucro e quello che apparve fu la più luccicante armonica del mondo: una Hohner Marine Band in Do. Quasi superfluo dire che in quel momento mi sentivo il bambino più felice della città.
Nei giorni seguenti feci impazzire tutti suonando tutto il giorno come un forsennato la mia nuova armonica. Naturalmente i suoni disarticolati che uscivano dallo strumento erano piuttosto lontani da ciò che si potrebbe definire musica. Per questo mia madre, sovente, assordata dai miei “esperimenti musicali”, mi invitava spesso ad andare a suonare la mia armonica fuori, sulla massicciata accanto alla ferrovia.

Col passare dei giorni però, a poco a poco, cominciai a prendere confidenza con lo strumento e ben presto riuscii anche a tirarne fuori qualche melodia. Da quel momento in poi, ogni volta che mi mettevo a suonare, tutti quanti, mamma compresa, si sedevano per ascoltarmi, anche se magari quello che eseguivo erano canzoni di Natale suonate in piena estate, e quindi un po’ fuori stagione. Allora, il mio repertorio era piuttosto limitato, ma al “mio pubblico” piacevo anche così. La condizione di estrema povertà aveva fatto di me un ragazzino estremamente introverso. Soffrivo in maniera tremenda di un terribile senso d’ inferiorità. Mi sembrava persino “strano” avere un’armonica tutta mia. E suonarla mi faceva stare così bene che soffiavo nella mia armonica persino nei miei sogni.
Un mese e mezzo prima dei miei tredici anni e del mio diploma di terza media, l’ospedale ci chiamò nel cuore della notte, dandoci una notizia che sapevamo che prima o poi sarebbe arrivata. Mamma era morta. Passai molto tempo sulla massicciata della ferrovia vicino a casa suonando la mia armonica tutto solo. Restai lì per un tempo interminabile. Poi arrivò il suo funerale. La mamma era diventata la mia più grande ammiratrice quando suonavo il mio piccolo strumento. Soffrivo tanto. Adesso ero davvero solo. L’unica cosa che sembrava in qualche modo lenire almeno per un po’ il mio dolore, era pensare che mamma fosse ancora lì accanto a me, seduta anche lei sulla massicciata ad ascoltare la mia armonica. Quando la seppellirono, appena il funerale terminò, io non tornai a casa con i miei parenti. Mi allontanai un po’ dal luogo della sepoltura, aspettando che tutti se ne fossero andati. Poi mentre tre uomini riempivano di terra la sua tomba, io mi sedetti sotto a un albero poco distante, suonando per lei le sue canzoni preferite, quelle di Natale.
Era metà aprile ma per qualche momento fu di nuovo Natale e lei era ancora con me.

Lasciai il cimitero e camminando lentamente lungo la ferrovia, m’incamminai verso casa, suonando la mia armonica mentre le lacrime bagnavano il mio viso. Continuai a suonare fino a che venne buio. Forse dentro di me c’era ancora la speranza che il suono della mia armonica potesse farla tornare dal posto in cui era andata.

Ma questa volta il miracolo per cui avevo pregato, non si avverò. I miei parenti volevano mettermi in un orfanatrofio. “Un armonicista non può stare in un orfanatrofio” mi dissi, così scappai di casa diventai un vero e proprio “ragazzo di strada”. Vivevo di piccoli lavoretti e raccogliendo frutta e cotone, dormendo e mangiando dove, come e quando potevo. A quindici anni falsificai la mia data di nascita e mi arruolai nell’esercito. Naturalmente l’armonica si arruolò con me. E la mia vecchia armonica non mi abbandonò mai; neanche durante i mesi dell’addestramento: si fece tutti i percorsi di guerra, rotolò nel fango, imparò a sparare e a passare sotto al filo spinato del nemico. Alla fine dei corsi ero diventato un vero marine.
Adesso non c’era più solo l’armonica a farmi sentire “come tutti gli altri” ma anche una divisa che, così pensavo a quel tempo, mi aiutava in qualche modo a scacciare quella maledetta sensazione d’inferiorità nei confronti di chiunque.

Riuscii ad evitarmi per un soffio la Corea, ma alla fine del 1968 io e la mia armonica fummo spediti in Vietnam. Ormai il mio strumento prediletto aveva perso tutta la sua iniziale lucentezza e i suoi coperchietti d’ottone cominciavano a lasciar intravedere i segni degli anni. Avevo suonato quell’armonica migliaia e migliaia di volte. Facevo parte di una piccola squadra di ricognizione che doveva avanzare nella giungla stanando il nemico prima che arrivasse il grosso della truppa. Dovevano muoverci in assoluto silenzio e, per questo, tutto ciò che indossavamo o ci portavamo dietro era stato studiato appositamente per non emettere il benché minimo rumore. Nonostante ciò, la mia armonica, seppur in maniera discreta, veniva sempre con me. Ormai era diventata non solo la mia compagna perfetta nei momenti di solitudine e tristezza, ma anche una specie di porta fortuna che non mi abbandonava mai.

Era l’alba del 25 dicembre 1969 e con la mia squadra stavo tornando al campo base per festeggiare il Natale con tutti i miei compagni. Eravamo stati nella giungla per quasi sei settimane e adesso, stanchi e spossati, stavamo oltrepassando una collina che ci avrebbe portato al nostro accampamento. Improvvisamente incominciarono ad arrivare pallottole da tutte le parti. Subito il mio piccolo gruppo si sparpagliò e tutti cercarono rifugio tra gli alberi. Io mi nascosi dietro un folto cespuglio. Stavo lì seduto, in silenzio, con il fucile pronto a fare fuoco, cercando di capire cosa stesse succedendo. Dopo qualche minuto ebbi come l’impressione che il fuoco nemico si stesse spostando più a sud. Non mi fidai però a uscire dal mio nascondiglio e, per le due ore successive, rimasi nascosto dietro al cespuglio attento, non solo a non fare alcun rumore ma anche ad ascoltare attentamente tutto ciò che mi succedeva intorno. Fu un tempo interminabile e la tensione che mi attanagliava era altissima. Forse anche per questo, quasi involontariamente, mi scoprii ad accarezzare l’armonica che tenevo nella tasca davanti della camicia. Sempre in una sorta di trance, la tirai fuori e comincia a stringerla nella mano. Mi avevano sparato addosso non so quante volte dall’inizio della guerra, ma me l’ero sempre cavata. Magari per il rotto della cuffia, ma ero sempre riuscito, non so come, a portare a casa la pelle. Più volte avevo pensato che forse quell’armonica rappresentava il mio angelo custode, che attraverso di lei mi proteggeva dai mille pericoli che un soldato in guerra si porta appresso. Forse, pensavo, al mio angelo custode piace come suono, visto che da quando ero venuto in possesso di quello strumento ero sempre riuscito a tirarmi fuori dalle situazioni più difficili.

Finalmente, dopo un tempo che mi era sembrato interminabile, provai a uscire, con cautela, dal mio nascondiglio. Il proiettile era in canna, il mio dito sul grilletto e tutti i miei sensi erano pronti a far fuori il nemico prima che lui facesse fuori me. Ero disorientato e mi ero perso. Non sapendo bene dove andare, presi un sentiero a caso sperando che, prima o poi, mi avrebbe riportato al campo base. Chissà quanti giorni sarebbero passati prima di arrivare al quartier generale. Sicuramente non avrei festeggiato il Natale con i miei commilitoni. Era ormai pomeriggio inoltrato e stavo ormai camminando da parecchie ore. Per fortuna non avevo incontrato pattuglie nemiche. Non avevo però neanche incontrato i miei compagni. Chissà dove si erano cacciati? Forse erano già avanti e comunque non sarei riuscito a raggiungerli. Per questo decisi di prendermela comoda e di fermarmi qualche minuto per bere qualcosa e mangiare qualche galletta. Non lo nascondo, avevo paura. La stessa paura che mi assaliva quando da ragazzo mi sentivo solo dopo la scomparsa della mamma. La stessa paura e sgomento che mi assalirono al cimitero il giorno che la seppellirono. E poi sapevo, che da qualche parte, c’erano nemici che non vedevano l’ora di farmi fuori. Per questo cercai un paio di alberi e provai a nascondermi al meglio mentre consumavo il mio pasto frugale. Dopo aver mangiato le gallette e bevuto un po’ d’acqua, tirai fuori dalla tasca la mia armonica e cominciai ad accarezzarla lentamente e con dolcezza. Intanto tra me e me sussurravo: “Dovunque tu sia, angelo custode, ti ringrazio per tutte le volte che mi hai protetto, e ti prego… Ti prego, non abbandonarmi neanche questa volta”.

Il ragazzo apparve dal nulla. Poteva avere dodici, tredici anni al massimo, di questo non sono sicuro. Di sicuro invece conoscevo molto bene l’arma che stringeva tra le mani. Avevo purtroppo già visto tanti Viet Cong, vivi o morti, con addosso quel micidiale fucile. L’AK 47 era un’arma che non perdonava, e il ragazzo la stava puntando dritta all’altezza del mio cuore. Rimasi seduto, stranamente calmo e con il fucile appoggiato sulle gambe cominciai lentamente ad alzare le braccia in segno di resa. Cominciai con il braccio destro, quello che teneva in mano la mia adorata armonica. Poi con gesti lenti e misurati con l’altra mano feci scivolare delicatamente il fucile dalle mie gambe a terra e con un piede lo allontanai da me.

Il ragazzo stava sempre lì. Silenzioso. Non un gesto, non una parola. Con il fucile sempre puntato verso di me, sporse un poco la testa per vedere che cosa tenessi nella mano destra. Cercai di muovere l’armonica attraverso il palmo della mano sino ad arrivare a tenerla tra il pollice e l’indice. Così, pensavo, potrà vedere che non si tratta di un’arma. Con il braccio sinistro ancora alzato, molto lentamente portai l’armonica alle labbra e cominciai a suonare una canzone di Natale.
Gli occhi del ragazzo a quel punto si fecero grossi due volte più del normale, e uno strano sorriso si fece spazio sul suo viso. Continuai a suonare cercando di non farmi prendere dal panico neanche quando, qualche secondo dopo, mi ritrovai completamente circondato da una dozzina di Viet Cong con i fucili spianati. Uno di loro, probabilmente il capo, si portò in fianco al ragazzo. Poi successe qualcosa che, ancor oggi, fatico a spiegarmi. Il capo disse qualcosa al ragazzo, qualcosa che naturalmente non compresi, e subito dopo il ragazzo abbassò l’arma che puntava contro di me. E lo stesso fecero tutti i suoi compagni.
Io intanto continuavo a suonare la mia canzone di Natale come se intorno a me non accadesse assolutamente nulla. Dopo qualche minuto, il ragazzo mi si sedette davanti, e i suoi compagni fecero la stessa cosa. Il ragazzo, o meglio, il giovane soldato, frugò all’interno della sua camicia e tirò fuori un laccio di cuoio a cui era appesa una piccola croce di legno intarsiata a mano. Me la porse sia per farmela vedere sia per farmi capire che anche lui, anche lui credeva in Gesù, proprio come me.

Per tutta l’ora successiva io suonai e risuonai tutte le canzoni natalizie che avevo in repertorio mentre i miei “nemici” mi seguivano sorridendo e battendo il tempo con le mani.
Suonare l’armonica fa venire sete, e quindi, a un certo punto, dovetti fare una pausa per bere un po’ d’acqua dalla mia borraccia. Mi sarebbe davvero piaciuto poter parlare con loro. Mi sarebbe piaciuto dire loro quanto mi dispiaceva che fossimo nemici intenti a combattere una guerra che nessuno di noi aveva voluto. D’altronde anche loro combattevano per quella che credevano una giusta causa. Proprio come me.

Ancor oggi non sono davvero sicuro di come andarono le cose, so solo che a un certo punto una voce cominciò a dirmi con insistenza di dare la mia amata armonica al ragazzo.
Era una voce che sentivo solo io, ma il suo tono era deciso e il suo comando forte e inequivocabile. Tra me e me risposi alla voce che mai e poi mai mi sarei separato dal mio adorato strumento. La voce non mi stette nemmeno a sentire e continuò a ripetere fermamente il suo ordine: “DAI L’ARMONICA AL RAGAZZO”. A malincuore, porsi l’armonica al Viet Cong, che quasi timidamente esitò a prenderla. Solo quando gliela diedi una seconda volta, accompagnando la cosa con gesti insistenti, il ragazzo si decise ad accettare l’offerta. La prese, la portò quasi furtivamente alla bocca e soffiò nello strumento con tutto il fiato che aveva in corpo. Ciò che ne uscì furono gli stessi suoni disarticolati che facevo io con quell’armonica nei primi giorni in cui mi era stata regalata tanti anni prima. Tutti i suoi compagni scoppiarono in una fragorosa risata e il loro capo gli fece segno di restituirmela. Quando io mi rifiutai di riprenderla, il ragazzo tirò fuori nuovamente il ciondolo di cuoio con la croce di legno e a segni mi propose di tenerlo in cambio della mia armonica. Confuso e disorientato, ma in qualche modo con il cuore più leggero, me lo misi intorno al collo.

Il gruppo si mise a discutere in disparte per alcuni minuti, poi uno di loro prese il mio fucile e se lo mise in spalla. Il loro capo mi fece segno di alzarmi e di seguirli. Camminammo per un bel po’ verso sud, fino a che non fece buio. Allora il comandante fermò la spedizione e ordinò al Viet Cong di rendermi il fucile che aveva in spalla. Prima il ragazzo, e poi, a uno ad uno tutti gli altri uomini, mi si avvicinarono a turno e mi strinsero la mano dicendomi quelle che forse erano le uniche parole che conoscevano nella mia lingua: “Merry Christmas – Buon Natale”. Poi il loro capo, a segni, m’indicò un sentiero che portava a una collina. Mi fece capire che subito oltre avrei trovato il mio campo base. Li salutai e m’incamminai.

Era ormai quasi mattino quando mi ritrovai un paio di fucili che, uscendo dai cespugli, puntavano proprio contro di me. Erano i miei compagni ormai sicuri che fossi caduto in mano ai nemici e che fossi stato prigioniero se non addirittura ucciso dai “terribili” Viet Cong. Solo allora capii che i miei “nemici” mi avevano fatto fare una scorciatoia che mi aveva non solo permesso di recuperare lo svantaggio accumulato nel momento in cui ero perso, ma anche di raggiungere in poco tempo la mia squadra.

Erano giorni che non dormivo, e quando arrivai al campo crollai in un profondo sonno ristoratore. Era tanto che non sognavo, ma quella notte sognai. Sognai che ero seduto sulla massicciata della ferrovia e suonavo la mia armonica. Poi sognai che ero sotto gli alberi del cimitero a suonare le canzoni preferite dalla mamma. Feci anche un altro sogno. Sognai che ero in montagna e me ne stavo seduto tranquillamente circondato da Viet Cong ad ascoltare canzoni natalizie suonate da un loro giovane commilitone con la stessa armonica che mia zia Mary mi aveva spedito ventidue anni prima.

Mi alzai felice e inquieto allo stesso tempo. Mentre mangiavo il primo pasto decente da non so più quanto tempo, mi trovai a riflettere su quanto stupida fosse quella maledetta guerra che stavamo combattendo. Decisi che non avrei più voluto farne parte e che non avrei sicuramente sparato più un solo colpo o tolto una sola vita. E così feci.
Fortunatamente il mio periodo di servizio stava finendo e sebbene avessi in mente di fermarmi per altri sei mesi, dopo il mio incontro con “il ragazzo della giungla”, decisi di lasciare quel posto e l’esercito per sempre. Quando l’aereo che mi portava a casa fece scalo alle Filippine, all’aeroporto comprai un’armonica nuova. Un’armonica esattamente uguale a quella che avevo dato al ragazzo in Vietnam. L’unica differenza era che questa era immacolata e scintillante. Non era consunta e stonata come l’armonica che avevo suonato centinaia di volte per la mamma e che mi aveva protetto e consolato per così tanto tempo; ma anche questo nuovo strumento, una volta riposto nella mia tasca, cominciava a infondermi coraggio e fiducia nel domani.

Questo è quello che successe circa trent’anni fa. Adesso anche quell’armonica comprata nelle Filippine ha perso tutta la sua iniziale lucentezza e anche i suoi coperchietti d’ottone cominciano a lasciar intravedere i segni degli anni. Non potrebbe essere altrimenti. Ho suonato quell’armonica migliaia di volte, e oggi è ancora qui sul mio tavolo, pronta a tenermi compagnia nelle pause del mio lavoro di scrittore. Oggi il mio pubblico di ascoltatori è formato essenzialmente da quattro vecchi cani che mi fanno compagnia mentre al computer scrivo le mie storie. Storie che molto spesso, come in questo caso, coincidono con la “mia” storia. L’armonica è lì a ricordarmi tutte le cose buone che mi sono successe in questa vita. E non sono poche. E quando mi sono successe, l’armonica era sempre lì, al mio fianco. Come quella volta, il giorno di Natale, sulle colline del Vietnam. L’armonica è lì sulla mia scrivania a ricordarmi che c’è un angelo custode che veglia su di me. E non ho dubbi che questo angelo custode sia proprio mia zia Mary. Come dite? Che fine ha fatto la croce di legno che il ragazzo mi diede in cambio della mia armonica? E’ ancora qui, davanti a me, appesa al muro, proprio sopra lo schermo del mio computer. E anche lei è lì a ricordarmi che i nostri “nemici” sono uomini come noi che amano e pregano lo stesso Dio. Quello stesso Dio che sicuramente soffre quando ci vede ammazzarci l’un l’altro. Qualunque sia la causa per cui combattiamo. Quello stesso Dio che forse sorride, quando racconto alla gente di quel giorno in cui, come per miracolo, un’armonica mi ha salvato la vita. Un’armonica, un miracolo e un angelo custode.

Eh sì, da quel giorno credo ciecamente ai miracoli. Così come credo che tutte le nostre preghiere siano ascoltate e quando possibile esaudite da colui che ci sta accanto nei nostri momenti più difficili: il nostro angelo custode.

A proposito, vi ho già detto che anche se avevo espresso almeno mille volte alla mamma il desiderio di avere un’armonica per Natale, lei non ne fece parola con anima viva né tantomeno con zia Mary? E vi ho raccontato che qualche anno più tardi, quando ero già grande, zia Mary mi giurò che nessuno gli aveva detto che avrei voluto un’armonica per Natale? Zia Mary mi disse che sentì come una voce, dentro, che le sussurrava che forse mi sarebbe piaciuto avere un’armonica.

E voi, voi credete ai miracoli?


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